In occasione dell’uscita in Italia, grazie alla NEWTON COMPTON EDITORI, di SENZA NESSUN SEGRETO, romanzo indimenticabile di Leylah Attar, Harem’s book insieme con alcuni amici, ha avuto il privilegio di organizzare un blog tour per promuovere questa storia intensa ed emozionante che ci ha stregato dal momento della sua pubblicazione in lingua con il titolo THE PAPER SWAN

noi un compito meraviglioso, accompagnarvi tra le pagine di questo romanzo cogliendo simboli e oggetti che si caricano di significati profondi, acquisendo un senso complesso nella storia, che ricorre, come un richiamo o un’eco, ritornando pagina dopo pagina, riaffiorando anno dopo anno nella trama. 

Cigni di carta, note e ricordi. I simboli di The Paper Swan

Un romanzo indimenticabile, una storia toccante, con personaggi fortemente magnetici dai forti tratti chiaroscurali, tratteggiati con un incredibile talento e una cifra stilistica personalissima ed originale, cioè l’indiscutibile talento evocativo.

L’autrice infatti parla per immagini: non è solo narrazione è un racconto fatto di momenti ed istanti di vita, particolari ed oggetti che si imprimono in modo indelebile nella memoria e diventano ricordi anche per il lettore, riferimenti che restano veramente anche a distanza di giorni, di mesi e di anni. Un punto di contatto tra autrice e lettore, un nodo di emozioni che lega i personaggi alla storia e i lettori al romanzo, così che l’avventura di The Paper Swan non si dimentichi e Damien e Skye diventino due vecchi amici.

Pochi tratti, descrizioni incisive, immagini vivide e oggetti di forte simbolismo, si caricano di aspettative e sentimenti, che ci portano a frugare nella nostra memoria o a indagare le nostre esistenze per rintracciare quella sensazione, quell’emozione, che anche noi abbiamo vissuto. Passato o presente, non ha importanza, è lì, tra le pagine e tra le pieghe più nascoste della nostra anima.

Questa empatia è inimitabile, il talento più grande dell’autrice: toccare il cuore del lettore in modo delicato ma deciso. Questo è il segreto di Senza nessun segreto.

All’autrice bastano poche parole, ma incisive, con immagini che hanno una forza evocativa incredibile per colori, per significato, per contrasti.

  • Una manciata di arachidi:

un peccato di gola, un vizio, una debolezza e un segno distintivo, ereditario…

Crunch, crunch, crunch. Aggrottai le sopracciglia. Quel suono non avrebbe dovuto seguirmi nella realtà. Chiusi gli occhi. La coperta mi sembrò diversa, dura e ispida, non come il mio morbido, setoso piumone. La finestra, che avevo intravisto appena, era piccola e rotonda. Pareva l’oblò di una barca. E provavo dolore. Ora me ne accorgevo. Provavo dolore ovunque. La mia testa era pesante e la mia lingua attaccata al palato. Crunch, crunch, crunch. Sapevo che, qualunque cosa fosse, quel suono non prometteva nulla di buono. Proveniva da dietro di me e io ero cosciente che si trattava di qualcosa di malvagio, che mi avrebbe trascinato all’inferno. «Finalmente!», disse. Cazzo, cazzo, cazzo! Damian.

Crunch. Crunch. Crunch. Crunch. Crunch. Crunch. «Oh, mio Dio! Potete smetterla? Mi state facendo impazzire! Non riusciremo mai a finire di sistemare questo posto». Raccolsi con la scopa le arachidi vaganti che erano rotolate per terra.

  • Una vecchia scatola di metallo arrugginito, verde con un cerchio rosso nel mezzo con su scritto “Lucky Strike” e sotto, in lettere dorate, “sigarette”:

un misero bagaglio di ricordi, un passato ingombrante, un macigno doloroso

Ovunque Damian andasse, la scatola di Lucky Strike lo seguiva. C’era quando aveva esplorato gli atolli più remoti, alla ricerca di un posto in cui nascondersi con Rafael. C’era quando, dopo che la bufera provocata dalle morti di El Charro ed Emilio Zamora si era placata, tutti si erano dimenticati di due insignificanti ragazzi che erano stati lì quel fatidico giorno. C’era quando si erano trasferiti in un porto di pesca, dove Damian aveva comprato il suo primo peschereccio, El Caballero, da cui aveva tratto l’ispirazione per scegliere un nuovo cognome. C’era quando Rafael si era diplomato in una prestigiosa scuola privata e poi laureato all’università. C’era quando Damian era diventato abbastanza adulto e abbastanza abbiente da richiedere la green card come investitore e, anni dopo, quando aveva ottenuto la cittadinanza americana. E c’era adesso, nel taschino interno della sua giacca, mentre era a cena con Rafael nel ristorante polinesiano del resort di Warren: The Sedgewick, San Diego.

Presi la scatola di Lucky Strike che si trovava su una cassettiera logora.

Appoggiò la fronte contro la mia e chiuse gli occhi. «Sono così stanco, güerita. Stanco di far finta di farcela senza di te, quando in realtà mi si spezza il cuore. Dimmi che è finita. Dimmi che è per sempre…»

Gli dissi ciò che aveva bisogno di sapere con un bacio, un dolce sussurro di promesse, labbro contro labbro. Tutti i muscoli del suo corpo si rilassarono come se finalmente avesse lasciato andare l’ultimo peso che lo opprimeva. «Voglio ricordarmi di questo momento», disse attirandomi tra le sue braccia. «Se muoio stanotte, voglio morire ricordandomi cosa ho provato quando ho tenuto il mondo tra le mani»

  • Una collana

un oggetto di valore, un ricordo di famiglia ereditato dall’imestimabile valore, oppure un pegno e un simbolo, di risarcimento e di appartenenza

«Davvero un bell’oggetto», ripeté con calma, quasi con tristezza. «Sono pietre piuttosto rare, anche la perla. Non avrai bisogno di altro. Potrai andare ovunque, sparire, fare qualsiasi cosa tu voglia. E se vuoi di più…». «Quanto pensi che valga la tua vita, Skye Sedgewick?». Conosceva il mio nome. Ovvio, conosceva il mio nome.

«Quanto pensi che valga la mia vita?», domandò sempre mantenendo il pendaglio sospeso in aria. «Quanto la catena d’oro? La perla? Queste due rare pietre preziose?». Mi guardò, ma io non risposi. «Hai mai tenuto tra le mani la vita di qualcuno?». Mi ficcò la collana in mano e vi chiuse le dita sopra. «Ecco, provalo». Era pazzo. Completamente fuori di testa. «Sai quant’è facile distruggere una vita?». Si riprese il pendaglio e, lentamente, deliberatamente, lo lasciò cadere a terra. Rimase ai suoi piedi. Ci giocò per un po’, facendolo scivolare sulla superficie levigata del ponte con la punta della scarpa. «È davvero, ridicolmente facile». Pestò il pendaglio con il tacco, continuando a fissarmi. Il vetro cominciò a frantumarsi sotto il peso del suo corpo. «Non farlo», dissi. «È l’unica cosa che ho di mia madre». «Lo era», replicò, continuando a spaccare la collana. Il modo in cui pronunciò la parola “era” mi fece rabbrividire. Lo era. Io ero. Cose che sono salite a bordo. Cose che non rimangono mai intatte.

Ma Damian era occupato. Si era messo a fare dei buchi nelle conchiglie che avevo raccolto. Era così attento, così delicato con ciascuna di esse che rimasi incantata a guardarlo. Prima sondava la conchiglia per individuare il punto giusto. Alle volte l’accarezzava, la rigirava, esaminandola con cura, poi la scartava. Questo era il genere di conchiglie che si sarebbero spezzate al minimo movimento e Damian non voleva danneggiarle. Quand’ebbe finito, infilò una corda dentro alle conchiglie e fece un nodo per chiudere la collana. La sollevò al chiarore del fuoco. Brillò di una luce dorata, impalpabile ed eterea. «Tieni». Me la diede.

  • Una grata

simbolo di segregazione dal mondo ma anche di protezione

…spesso si nascondeva nella credenza. In questo modo, poteva raccontare qualcosa nel caso MaMaLu gli avesse chiesto che cosa aveva imparato a scuola. Esteban infilò le dita tra i buchi del pannello di legno e accennò un saluto. Mi mostrò una cannuccia o forse era una delle sue creazioni di carta. Poco dopo, Gidiota stava saltellando intorno al tavolo su un piede, massaggiandosi il polpaccio. «Ahi, ahi, ahi, ahi!». «Gideon!». Miss Edmonds non si stava affatto divertendo. «Stai distraendo l’intera classe. Aspetta fuori finché non abbiamo finito». Quando Gidiota si alzò, raccolsi il seme di un’arancia da terra. Ce n’erano degli altri sotto il tavolo. Esteban li aveva lanciati con una cannuccia. Notai i puntini rossi sulle gambe di Gidiota, mentre lasciava la stanza. Esteban alzò il pollice dal suo nascondiglio.

  • Fragole

Le fragole sono il frutto proibito, simbolo della classe privilegiata a cui appartiene Skye. Rosse come il sangue

Erano il frutto preferito di Esteban, ma lui le mangiava di rado. La fetta di torta era il nostro piccolo segreto, l’unico modo che avessi per farlo partecipare alla festa.

…per un secondo lo vidi. Esteban. Con le dita macchiate, il sorriso stampato in faccia. Aveva appena assaggiato le fragole per la prima volta.

Mi ritrovai davanti alle fragole. Succose fragole rosso fiammante con foglie di un verde acceso. Pensai alla fetta di torta che Damian non aveva potuto assaggiare e decisi di comprarne una cassetta intera. Lo avrei alimentato a fragole e si sarebbe innamorato di me. Sì. Mi piaceva quando escogitavo un piano brillante e infallibile…

I nostri occhi s’incrociarono e io vidi quello che stava provando. Per brevi, luminosi istanti sospesi nel tempo i nostri cuori batterono all’unisono, desiderando la stessa cosa. Poi lui si voltò di spalle e continuò per la sua strada. Lasciai cadere quelle stupide fragole. Lasciai andare la speranza che mi aveva colmato il petto come un grande, stupido pallone. Misi da parte il mio stupido orgoglio, mi sedetti su quello stupido molo e mi abbandonai a uno stupido pianto.

  • Carta:

fragilità e preziosità di questo materiale, che si piega nelle mani di Estebean per dare vita ad oggetti meravigliosi che esprimano la sua creatività, la sua sensibilità, segni di affetto e amore. Delicati e incantevoli, come i sentimenti

Era sdraiato sul mio letto a piegare e ripiegare dei fogli di carta, cercando di capire come farli diventare una giraffa. «Vuoi un dente di carta per coprire il buco che hai in bocca?», domandò. Annuii e tornai a esaminare il mio riflesso allo specchio. «Troverà un altro modo di darti fastidio, güerita». Esteban mi chiamava güerita. Bionda.

…trovai un regalo ad attendermi sul letto: una perfetta giraffa di carta. La presi in mano, ammirando la sua abilità. Quando Esteban era piccolo, non aveva molti giocattoli, così MaMaLu gli aveva insegnato a fare gli origami. Non aveva denaro per comprarmi dei regali, ma mi aveva creato un intero mondo di carta, un mondo magico di animali fantastici che esistevano solo nei libri o nelle storie inventate da MaMaLu: draghi, leoni, cammelli e una specie di canguro, ma con un unicorno sul naso. Un cangunicorno?

…Sentì qualcosa scricchiolare sotto i piedi. Abbassò lo sguardo e vide che gli animali magici che aveva fatto per lei con i pezzi di carta più belli e colorati che era riuscito a trovare giacevano sul pavimento. Erano stati lasciati per terra senza alcun riguardo. Alcuni erano stati pestati e avevano assunto una forma grottesca. Esteban prese in mano un origami a forma di scorpione. Ci aveva impiegato molto tempo a capire come piegarlo correttamente. Era stato schiacciato, ma il pungiglione stava ancora diritto. Pensò alle parole di Victor. Forse aveva ragione. Forse a Warren non importava niente di lui o di MaMaLu. Forse lui non significava nulla per Skye. Forse lui e MaMaLu erano come quei pezzi di carta, piegati per un motivo e schiacciati quando non servivano più.

  • Un cigno

La creatura simbolo dell’amore puro, sincero e fedele, dell’innocenza e purezza. Rappresenta la compiutezza, l’evoluzione spirituale che ognuno di noi deve fare nel suo percorso di vita. Tra acqua, cielo e fuoco del sole, dove tende a tornare. Come l’uomo tende al Bene

Guardò fuori dalla finestra e vide la luna nuova riflessa nello stagno. Si ricordò di quando Skye si era accoccolata nel letto e MaMaLu le aveva raccontato del cigno magico che si nascondeva nel giardino di Casa Paloma, un cigno che usciva soltanto quando c’era una notte di luna nuova. Chi lo avesse visto sarebbe stato benedetto con il più raro dei tesori, aveva detto. Esteban non le aveva creduto e continuava a non crederle. Era tutto finto: la magia, i suoi racconti, i finali felici. Erano cose vuote, prive di significato, false.

…diede la forma di un cigno. Era l’ultima storia che MaMaLu aveva raccontato a lui e Skye, prima che le loro vite cambiassero per sempre… solo che ora MaMaLu non c’era più, e neppure Skye. Non c’era più nessuno, a eccezione della bambina, che lo osservava con attenzione, perché lui la incuriosiva più del libro che fingeva di leggere… le offrì il cigno, ma lei lo ignorò, abbassando gli occhi sul libro. Così, lo appoggiò sul davanzale, raccolse i due sacchi neri pieni di spazzatura e scese al pianoterra. Quando tornò di sopra, lei era sparita e il cigno di carta pure.

  • Banane dolci e manghi succosi

il succo e la polpa di  questi frutti come richiamo immeritato alla carnalità e alla sensualità di un erotismo istintivo, del piacere puro, a contatto con la terra

…adoravano il nettare dei manghi e, alle volte, s’infilavano in posti che non gradivo troppo. Ma ne valeva la pena: stare all’ombra di un albero di mango, affondare la bocca nel frutto e succhiare la polpa fino a lasciare soltanto il seme non aveva prezzo. Il piacere più intenso era riuscire a infilare un intero mango in bocca e succhiarlo finché non ne restava che il secco nocciolo barbuto. I frutti più maturi e pesanti cadevano da soli dalla pianta, perciò ce n’era sempre qualcuno per terra, ma di solito erano mangiucchiati da insetti o animali. Damian salì sull’albero e scosse i rami, mentre io da sotto cercavo di afferrare i manghi con il cesto di vimini. «Ahia!», esclamai quando un frutto mi colpì per la quinta volta in testa. «Ti ho detto al mio cinque, chiaro?». Era una di quelle cose che ci uscivano spontaneamente, tanto che Damian non ci badò troppo. Tra di noi funzionava così.

E poi queste non sono banane. Sono platani e sono più dolci quando la buccia è tutta nera». Ne sbucciò uno, tagliandolo per il lungo e appoggiandolo sulla pietra calda. Quando iniziò a caramellare, Damian vi gettò sopra della tequila. Urlai quando la fiamma arancione e blu si sollevò nell’aria. «Ora ti va?». Prese il platano e me lo mise nel piatto. Guardai prima la buccia nera, poi ciò che giaceva nel mio piatto. Damian scrollò le spalle e ne mangiò un boccone. Quindi si sdraiò a guardarmi, con le dita intrecciate dietro alla nuca e i gomiti in fuori. Ne portai alla bocca un pezzettino. Era caldo, dolce, appiccicoso e molto, molto buono. «Meglio di una torta?», domandò.

…Poi restammo in silenzio, come disorientati, perché era stato allo stesso tempo bellissimo e spaventoso; bellissimo perché insieme eravamo completi e appagati; spaventoso perché non potevamo più tornare indietro. Ci eravamo spinti troppo oltre.

  • Le note di una ninna nanna

sono la memoria, le radici, il legame indissolubile con il passato e con la parte più vera e sincera della nostra identità; quel luogo puro e autentico spesso nascosto sotto il cinismo e il disincanto, dove il cuore palpita senza difese. Dove c’è l’amore, in tutte le sue forme. Sono il filo rosso di questo romanzo, che riannoda due destini, due anime smarrite

«Cantaci una ninnananna», dissi quando ebbe finito la storia. Esteban saltò dentro e s’inginocchiò vicino al letto. MaMaLu evitò di guardarlo. Era ancora arrabbiata per il pugno che aveva sferrato a Gidiota, ma gli permise di appoggiare la testa sul suo grembo. Dalla Sierra Morena, Cielito Lindo, vengono giù… Era la ninnananna di Esteban quando era piccolo, ma io ero il loro cielito lindo, il loro piccolo pezzo di cielo. Mi avvicinai a lei mentre cantava di uccelli che lasciano il nido, di frecce e ferite. Io, Esteban e MaMaLu sul letto. Non ci muovemmo finché la canzone non giunse alla fine. La sua voce era così delicata e calma che avremmo voluto restare lì per sempre. «Vieni, Esteban», disse MaMaLu. «È ora di dare la buonanotte». «Aspettate». Non ero pronta a dormire. Era stato il più bel compleanno di sempre, malgrado la punizione di Esteban. Il giorno dopo avrebbe assistito alla lezione insieme a me e non nascosto nella credenza. «Non ho ancora detto la mia preghiera». Chiudemmo gli occhi e ci tenemmo per mano in cerchio.

«Ricordo che credevo che la ninnananna di MaMaLu parlasse di un bellissimo pezzetto di cielo che era in grado di dissipare l’oscurità. Poi, quando ci trasferimmo a Casa Paloma, pensai che si riferisse a te, cielito lindo».

Feriamo chi amiamo di più.

Perdoniamo chi ci sa colpire a morte.

Ma l’amore non muore mai.

Immagini vivide nella mente, parole, oggetti e ricordi, che diventano parte di noi.

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SENZA NESSUN SEGRETO (The Paper Swan) di Leylah Attar. Recensione.

la sensibilità di Vanilla saprà rendere giustizia a questo romanzo indimenticabile

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