Harem’s book insieme con gli amici de Il Salotto del Gatto Libraio, Il colore dei Libri, Lily’s Bookmark – Blog Letterario, Reading at Tiffany’s e Bookspedia, ha il piacere di partecipare al blog tour organizzato in occasione dell’uscita di #Flawed2 Il momento della scelta di Cecelia Ahern, edito DeA Young Adult. Una saga avvincente ed emozionante, un romanzo distopico e di sentimento, con un messaggio potente e universale.

FALLATO: difettoso, danneggiato, imperfetto, deturpato, guasto, malsano, fragile, carente, incompleto, invalido; (relativo a persona) che è incline alle debolezze.

Il mondo di Flawed esiste. 

Almeno per la durata temporale della lettura di questo romanzo, esiste. 

È questa la magia dei romanzi distopici, un filone tornato in auge, intrigante e affascinante ma difficile e ambizioso. Riprodurre una società  fittizia, un prodotto letterario, per distopia, cioè con caratteristiche di una utopia negativa, o di pseudo-utopia, è una operazione rischiosa. La realtà  proposta deve essere credibile, anche se presenta attitudini sociali e tendenze morali portate agli estremi. Tutto è portato all’eccesso: lo scenario, le emozioni, la conflittualità .

Deve esserci innanzitutto un’idea, originale, forte. Quella trovata che porta a costruire questo mondo alternativo, apocalittico e fantastico, che cattura il lettore.

Un’idea, una distopia.

Un mondo che ha leggi spietate, crudeli, regole ferree, che azzerano l’identità sociale.
Una affascinante prospettiva, un’ambientazione coinvolgente, diversa, nel vero senso del romanzo distopico.

Un altro mondo, un’altra realtà , un’altra possibilità .

Personaggi con logiche sorprendenti, che fanno scelte coerenti alle istituzioni e al contesto cui appartengono. Ma i sentimenti restano puri, invariabili, universali.

Questo aspetto è estremamente affascinante: assistere allo svolgersi di una storia in cui i personaggi si muovono in questa realtà  frutto della fantasia ma coerente, agendo condizionati da essa.

Un po’ Orwell e un po’ Hawthorne, un pizzico di Hunger Games, questa serie distopica della Ahern ha il merito di lanciare, tra le pagine avvincenti, un messaggio potente e chiaro, universale. In questo secondo appuntamento l’autrice si spinge oltre la distopia, riproducendo in questo mondo segnato dalla discriminazione, elementi e rimandi pericolosamente vicini alla contemporaneità, familiari e credibili, perché ricordano questo momento triste, spento, arrabbiato del XXI secolo. 

Il secolo breve è passato, l’11 settembre ha sgretolato i sogni della nostra “generazione Erasmus”, che viveva l’utopia del mondo senza confini, senza limiti, senza barriere né frontiere (mentali soprattutto). Sembravamo testimoni della nuova era global, quella della condivisione e del fusion, inteso come multiculturalismo e tolleranza nel pluralismo, come abbraccio unico. Abbiamo studiato, viaggiato, dormito e lavorato ovunque nel mondo, quasi fossimo cosmopoliti.

Poi…

Diffidenza, paura, rabbia e rifiuto, intolleranza. 

Memoria corta di quando i migranti eravamo noi.

Memoria storica molto corta che ignora le stratificazioni sociali e culturali di millenni, avvenute nel bacino mediterraneo. Basterebbe pensare alla lunga cavalcata degli Indoeuropei o al grande sogno imperialista romano che si basava esattamente sul multiculturalismo, facendo della consanguineità un concetto totalmente rinnovato e rivoluzionario: non è il sangue (la razza o il credo ecc.) a fare la famiglia ma la scelta… E la famiglia va intesa come cellula della società, del tessuto civile di una comunità. Le segregazioni sociali e le emarginazioni sono una zavorra storica certo, secoli di battaglie civili tra parità femminile, abolizione della schiavitu, riconoscimento dei diritti umani, I’ve a dream and…yes we can and…non è bastato.

I libri sono uno strumento critico, forse il più democratico e per questo il più pericoloso. 

A noi il compito di fare una riflessione, senza scivolare nel qualunquismo, perché quel messaggio risuona potente tra le pagine della Ahern

“Gli errori non sono qualcosa di cui vergognarsi. Gli errori ci insegnano ad assumerci le nostre responsabilità. Ci insegnano cosa funziona e cosa no. Impariamo per poi poter fare diversamente la volta successiva, impariamo a comportarci in modo differente, migliore, e più saggio nelle occasioni future. Non siamo errori ambulanti, siamo esseri umani.”

 Scongiurando la banalità e la retorica del pressappochismo -non è l’occasione né la sede appropriata per inoltrarci in discussioni di geopolitica- possiamo tuttavia fare alcune riflessioni su che cosa sia realmente normale e cosa sia perfetto e se il relativismo morale sia davvero la nostra condannaIn una società come la nostra, fortemente caratterizzata dall’individualismo e dal narcisismo, pericolosamente incline a spinte protezionistiche e a rigurgiti di intolleranza, fa riflettere la riproduzione delle dinamiche sociali fatta dalla Ahern, tanto da lasciare un senso di profonda inquietudine.

In Flawed c’è una distinzione netta nella comunità, tra cittadini Fallati e Perfetti. Una frattura nella società avvenuta a seguito di una grave crisi politica innescata da un tracollo economico, un golpe che ha portato all’istituzione di un organo discutibile e plenipotenziario come quello della Gilda.

…Istituita in origine dal governo come temporaneo strumento di inchiesta sul crimine, è diventata una struttura permanente con il compito di inquisire gli individui accusati di essere imperfetti, i Fallati. I Fallati sono cittadini che hanno commesso violazioni etiche o morali nei confronti della società…i giudici decretano definitivamente se un accusato è Fallato. In caso affermativo, vengono rese note le infrazioni che ha commesso e a ognuna corrisponde una marchiatura a fuoco su una parte del corpo. Il punto su cui viene impressa la F, il simbolo del loro Fallimento, della loro imperfezione, dipende dal tipo di errore. La tempia, in caso di decisione sbagliata. La lingua, in caso di menzogna. Il palmo della mano destra, in caso di furto ai danni della società. Il petto, all’altezza del cuore, in caso di slealtà nei confronti della Gilda. La pianta del piede destro, in caso di deviazione dalle regole imposte dalla società. I Fallati, inoltre, devono portare sul braccio una fascia rossa contrassegnata dalla lettera F, in modo da poter essere sempre identificati e servire da monito. Non vengono incarcerati: non hanno fatto nulla di illegale, ma le loro azioni sono considerate dannose per la società e per questo, pur vivendo tra le persone comuni, vengono ostracizzati e costretti a sottostare a regole diverse…la condizione di Fallato è irrevocabile: la si conserva fino alla morte e le conseguenze anche solo di un unico errore si pagano per sempre. La punizione che si riceve serve come monito agli altri, perché riflettano bene prima di agire.

Vivono nel nostro stesso mondo, ma in maniera diversa.

Il concetto di “normalità” ricorda le teorie ottocentesche basate sulle forme di devianza ufficialmente riconosciute attraverso schemi di regolazione e repressione, con l’attribuzione al concetto di “crimine” di un ruolo egemone nella categorizzazione delle forme fondamentali di devianza, per rafforzare e legittimare il potere del sistema legale centralizzato dello stato moderno; il prevalere di modi di controllo esasperati fino alla segregazione in istituzioni specializzate chiuse (prigione, campi rifugio, ghetti, ospedale psichiatrico, ecc.) e infine il perfezionamento dei metodi per classificare popolazioni e fenomeni devianti. Rimanda all’ordine sociale di Durkheim ma ci ricorda anche la rivoluzione intellettuale e culturale del funzionalismo che si è interrogato sulle funzioni positive della devianza o quelle di Merton che si concentra non tanto sull’assenza di norme da applicare quanto sul divario strutturale tra fini e mezzi, in una società tesa al raggiungimento del successo e del traguardo personale, della perfezione. Ci portano a riconoscere sistemi di etichettamento e controllo sociale molto – troppo – simili alla realtà in cui viviamo.

L’alienazione dalla società sta già facendo effetto, se mi sento già distante dai miei stessi parenti… un’estranea costretta all’isolamento e alla solitudine.

Oppure possiamo concentrare la nostra riflessione su un pensiero libero, sul valore della conoscenza e della consapevolezza, comprendendo innanzitutto quanto siamo uguali, come l’ignoranza generi la diffidenza, perché ciò che non si conosce fa paura e ciò che fa paura si rifiuta. 

…so che essere coraggiosi significa ascoltare la paura dentro di sé e conviverci, passo dopo passo. Il coraggio non prende il sopravvento, ma combatte con fatica a ogni parola, a ogni gesto. È una battaglia, una danza, per decidere chi debba dominare. Ci vuole coraggio per vincere, ma bisogna provare una grande paura per essere coraggiosi.

In Flawed l’autrice tratteggia la condizione dei Fallati come quella di cittadini quasi vicini alla morte civile, pur non avendo commesso nessun crimine. Uomini rei di aver preso decisioni moralmente o eticamente condannate dalla società, per questo marchiati (in senso stretto) in una sorta di pubblico ludibrio elevato a sistema, in una gogna mediatica e sociale, ad opera dei giudici della Gilda “Promotori della Perfezione”.

Molto facile scorgere marchi invisibili di Fallati odierni su schiene ossute e torturate, volti emaciati, mani disperate e mendiche, piedi incerti nella malattia e nella disperazione, bocche sigillate dalla repressione, petti esposti alla violenza e al sopruso.

Non sono F impresse a fuoco ma invisibili, come questi fantasmi senza nome che chiamiamo rifugiati, immigrati, malati, poveri, stranieri, malati…Diversi.

Invisibili eppure bruciano. Di vergogna. Di indifferenza.

“Ognuno di noi conserva in sé uno spazio per gli altri, uno spazio per ogni persona che incontra. A volte lo spazio è profondo, a volte no…Se in quei cuori esiste già uno spazio per noi, non bisogna fare altro che cambiare i sentimenti. Mentre guardo i visi di coloro che ci osservano sfilare per le strade con i nostri difetti, le nostre debolezze e imperfezioni, mi sento piena di speranza, sento che il vento può cambiare. Se ci odiano tanto, sono capaci della stessa quantità di amore.”

Da sempre solo la profonda conoscenza delle nostre diversità e il riconoscimento delle nostre fragilità, l’accettazione delle nostre debolezze e l’indulgenza nei confronti delle nostre ferite porta alla piena accettazione di noi stessi, alla capacità di cogliere quell’umanità che appartiene ad ognuno di noi e che ci qualifica come persone. Un concetto prezioso, qualcosa di più prezioso e più completo, di ampio respiro, rispetto a quello di individuo e di essere umano, che va al di là di ogni connotazione di genere di razza e al di là di ogni contesto socioculturale ed economico. Persone, esseri umani unici e irripetibili, non in una solitudine egoistica, ma in una costante relazione interpersonale. 

“E poi ci sono persone speciali nelle nostre vite, persone che hanno un cuore così grande e spazioso da saperci amare anche con tutti i nostri difetti.”

Si tratta di un patrimonio che appartiene ad ognuno di noi che calpesta questa terra e dovrebbe cercare di sfiorarla, di rendere la sua vita un viaggio a passo lieve con la legge morale dentro di noi e gli occhi fissi al cielo stellato…un imperativo categorico dovrebbe essere questo: ascoltare, conoscere, riconoscere l’altro come persona ed accoglierlo così come è, con le sue imperfezioni. L’imperfezione, l’errore, è proprio dell’umanità ed è proprio lì, in quel difetto, in quella mancanza di perfezione, che c’è la possibilità di migliorare e crescere. Questo rappresenta una sfida e un rischio, nonché la speranza di raggiungere e superare i limiti.

Anche di fronte allo sradicamento, doloroso e terribile, che rende gli uomini esuli, come semi sparsi ma pronti ad essere accolti dalla madre Terra.  

«L’erbaccia è solo una pianta che cresce dove la gente vuole vedere altro» 

Io sono un’erbaccia.

Mi hanno impresso il marchio di Fallata in cinque punti del mio corpo, più un sesto marchio segreto, per aver aiutato un Fallato e aver mentito alla Gilda. Il messaggio è stato forte e chiaro: la società non mi vuole. Mi hanno tolto la terra sotto i piedi, mi hanno strappato via dalle mie radici, mi hanno scosso e poi gettato via.

«Ma chi ha dato a queste piante il nome di erbacce?» prosegue il nonno mentre ci muoviamo fra le aiuole. «Non è stata la natura, bensì l’uomo. La natura permette che crescano. La natura lascia loro uno spazio. Sono gli uomini che le marchiano e le gettano via.

Diventa possibile riconoscere i tanti marchi che portiamo sulle nostre corazze malandate e riconoscerli così simili a quelli degli altri. Gli uomini non sono dei, non sono immortali e perfetti. Sono vulnerabili e fragili, tuttavia ne sono consapevoli. E sta lì, nella coscienza della loro imperfezione, il desiderio di riscatto, di lasciare un segno, di superare la morte. Questo è l’eroismo e il coraggio umano. La speranza. 

Se commetti un errore, impari una lezione. Se non sbagli mai, allora non cresci mai. I cosiddetti leader perfetti che abbiamo ora non hanno errori. Come possono distinguere tra ciò che è giusto e ciò che è sbagliato? Come possono dire di conoscersi a fondo? Di sapere cosa appartiene e cosa va oltre la loro natura? Più errori si fanno, e più si impara.»

Conoscere vuol dire non aver paura, non aver paura vuol dire riconoscere l’umanità nell’altro, accoglierlo come persona e capire che la diversità è da sempre ricchezza. Il pluralismo è qualcosa che arricchisce e completa perché è un apporto vitale. Non a caso, coincidenza altamente significativa, parliamo da sempre di onde migratorie e flussi umani … scelte lessicali che rimandano al campo semantico del mare, che è simbolo della vita. 

Come colori che si intrecciano e si fondono nello spettro di un arcobaleno,  come note di accordi che compongono una melodia (non a caso la musica è matematica! passione della nostra protagonista), come elementi della Natura, particelle ed atomi della materia e scintille di vita. 

Se perfezione è armonia, l’armonia è l’ equilibrio degli opposti, la composizione delle forze contrastanti.

Vale per ognuno di noi.

Vale per una società civile. 

Vale per un pianeta intero, non solo di carta. 

Siamo tutti profondamente meravigliosamente imperfetti basta riflettere, con compassione e logica 

“Gli errori non sono qualcosa di cui vergognarsi. Gli errori ci insegnano ad assumerci le nostre responsabilità. Ci insegnano cosa funziona e cosa no. Impariamo per poi poter fare diversamente la volta successiva, impariamo a comportarci in modo differente, migliore, e più saggio nelle occasioni future. Non siamo errori ambulanti, siamo esseri umani.”

Saffron

Non perdete i prossimi appuntamenti, potreste anche vincere una copia cartacea del romanzo

 

 

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