Ally Rose - La Quinta Vittima

PROLOGO

Si dice che il diavolo si nasconda nei dettagli. Se fossi stata meno impulsiva, infatti, mi sarei subito accorta che in quella storia qualcosa non quadrava.
Quella notte sarebbe dovuta morire un’altra donna; la medium, a cui il distretto si appoggiava quando i casi diventavano insolubili, l’aveva visto accadere in sogno. Tuttavia, la possibilità che l’assassino stesse agendo in quel preciso istante, la concreta eventualità di catturarlo e la speranza di salvare anche la ragazza, mi spinse ad agire senza badare al mio istinto. Da detective della omicidi quale ero, non persi tempo, radunai i rinforzi e mi diressi prontamente sul posto con una squadra di sei agenti.
– Voi due, di là – ordinai indicando il retro del fabbricato – Voi quattro con me –
Non c’era nessuno, il vicolo che avevamo appena imboccato era deserto. L’unico suono che sentivo era il battito frenetico del mio cuore che mi rimbombava nelle orecchie. La porta, che conduceva all’interno, era aperta. Mi addossai al muro con la pistola stretta in una mano e sfiorai il battente con l’altra. Subito, il mio sesto senso prese a pizzicare; un crescente senso di disagio e preoccupazione mi invase, ma mi obbligai ad ignorarlo, troppo presa dalla mia missione. Scambiai un cenno rapido con gli altri agenti ed entrammo.
L’oscurità ci avvolse e, dopo aver percorso un corridoio
cammino costringendoci a tenere l’attenzione fissata sui nostri piedi anziché davanti a noi. L’aria era intrisa di umidità, aveva piovuto per giorni e dal soffitto era filtrata così tanta acqua da rendere poco agibile il percorso. Tendevo l’orecchio in modo da percepire ogni più piccolo rumore, ma lo scalpiccio prodotto dai nostri passi sulle pozzanghere rendeva vano ogni mio tentativo.
– State attenti, c’è qualcosa di strano… – mormorai piano scorgendo un movimento improvviso in lontananza. Mi acquattai e, facendo segno ai miei compagni, accostai la schiena contro una colonna. Annuendo al mio comando, due di loro corsero rapidamente in avanti e cercarono riparo dietro ad altrettanti pilastri. Gli altri, che avrebbero dovuto fornire il fuoco di copertura, arretrarono di qualche passo restando nelle retrovie. Io rimasi sola, ferma al centro del quadrato immaginario che la formazione di attacco assunta miei uomini aveva disegnato. Mi guardai intorno, ma la visibilità era ridotta e, nonostante la luce delle torce, non riuscii a scorgere nessuno.
In quel momento, l’urlo straziante di uno dei miei agenti mi fece trasalire. Rispetto alla mia posizione, il grido veniva da dietro; mi mossi nella sua direzione per provare a soccorrerlo ma mi bloccai subito, non riuscendo bene a capire cosa gli stesse succedendo. Tenevo la pistola puntata dritta davanti a me, ma pur sapendo che dovevo intervenire non riuscii a farlo. Se avessi aperto il fuoco in quelle condizioni, senza sapere cosa avessi attorno o chi ci stesse attaccando, avrei potuto colpirlo. Lui o un altro uno dei miei uomini.
Mentre lottavo contro il tempo e decidevo come agire, uno spostamento d’aria, improvviso e gelido, mi obbligò a voltarmi per capire che cosa l’avesse causato. Nello stesso istante, quando un secondo agente urlò, compresi che eravamo stati attirati in una trappola. Qualcuno, forse lo stesso assassino, ci stava girando
cadendo sotto ai miei occhi. Venivamo colti di sorpresa, alle spalle, in modo silenzioso ed improvviso. Chiunque ci avesse teso quell’agguato, si muoveva veloce, in modo da non farsi vedere e quando si avvertiva la sua presenza era ormai troppo tardi.
Mi girai da una parte all’altra, nervosa e spaventata, nel tentativo di riuscire a scorgerlo. Mi voltai ancora e ancora, con il cuore che mi balzava nel petto, il respiro affannoso e le lacrime che mi bagnavano il volto, ma dell’assassino non c’era traccia. Non ero capace di vederlo, non lo sentivo, intorno a me i miei compagni erano ormai tutti morti e la colpa era solo mia.
A quel punto, non potendo più fare nulla, cercai almeno di mettermi al riparo. Non appena mi mossi, però, crollai a terra; ero in preda al panico e le mie gambe avevano ceduto. Disperata, con la torcia che era rotolava via e la pistola che mi scivolava dalle dita, mi puntellai sulle mani per rialzarmi in fretta e darmela a gambe.
Fu proprio riprendendo la pila elettrica che la mi attenzione venne catturata dall’alone rosso sotto di me. Era sangue ed era dappertutto: sui miei vestiti, sul pavimento, sulle mie mani. I miei agenti non erano stati solo uccisi, erano stati fatti letteralmente a pezzi. Sopraffatta dal terrore, provai a fuggire ma, prima che potessi riuscirci, mi sentii afferrare per i capelli e trascinare all’indietro. Gridai e, mentre cercavo di divincolarmi per raggiungere la pistola che avevo perso nella caduta, un dolore lancinante mi trafisse il collo.
Inerme e senza più la possibilità di reagire, abbassai lo sguardo e vidi il sangue dei miei agenti mischiarsi al mio. A quel punto, osservando il propagarsi delle macchie cremisi attraverso il velo argentato che la falce di luna irradiava all’interno del locale, non ebbi più dubbi: la donna vista dalla medium, quella destinata a morire quella notte, ero io.

CAPITOLO I

I vampiri sono un paradosso, camminano in entrambi i mondi senza appartenere realmente a nessuno dei due; non sono esseri umani e non sono veri demoni, sono immortali ma hanno più paura di morire delle loro vittime. Non hanno nessun legame terreno, eppure sono morbosamente attratti dalle cose materiali quali il sesso, il lusso e il denaro. I vampiri sono tutto questo, senz’anima tuttavia ben saldi ad un corpo che non gli appartiene più. O almeno, questo era quello che credevo quando mi trovai a viverlo in prima persona. AllyRose Banner5
Dopo un sonno profondo e privo di sogni, aprii gli occhi di scatto e mi risvegliai. L’aria era rarefatta ed ero avvolta dall’oscurità. Mossi piano il corpo per capire dove mi trovassi e mi accorsi di non avere spazio sufficiente per girarmi. Restando supina, quindi,
solido. Mi bastarono pochi secondi per capire che ero stata chiusa in una bara, buia e angusta.
Presa dal panico, iniziai a urlare e battere con forza contro la parte alta della cassa. Il mio primo pensiero, mentre il terrore mi assaliva e mi ottenebrava la mente, fu che mi avessero creduta erroneamente morta e seppellita di conseguenza. Spaventata da quella eventualità, ripresi a colpire con foga il legno sopra di me finché un colpo assestato con più vigore non sfondò parzialmente le assi. Nel farlo, mi accorsi di riuscire a vedere le mie mani nel buio, chiare e opalescenti come se fossero state illuminate. Inoltre, per la situazione in cui mi trovavo, ero davvero fin troppo in forze; non avevo difficoltà a respirare, non provavo alcun dolore né mi sentivo debole. Eppure ero ferita ed ero stata praticamente sepolta viva. D’istinto mi toccai la gola, dove ricordavo d’essere stata trafitta, ma non trovai alcuna lesione. A quel punto, pur comprendendo che qualcosa in me non andava, mi lasciai guidare dalla paura e dall’istinto di sopravvivenza e ripresi a picchiare con maggiore impeto là dove il coperchio aveva ceduto.
Sotto ai miei colpi, la crepa che avevo creato poco prima si frantumò con facilità e terra e detriti si riversarono immediatamente all’interno della bara. Abbassai la testa e chiusi gli occhi allungando subito le braccia davanti a me prima che il terriccio umido invadesse tutto e io rimanessi bloccata lì sotto. Con fatica, mi issai su infilandomi attraverso la piccola apertura che avevo creato. Stretta in una morsa di terra, con le gambe ancora intrappolate all’interno della bara, scavai e grattai senza sosta per riuscire a sottrarmi al triste destino di morire in quel modo. Il terriccio mi ricadeva nel naso e nella bocca, il suo sapore pungente e sgradevole mi invase la gola mentre l’odore di marcio mi penetrava le narici ribaltandomi lo stomaco. Le dita mi facevano male, sentivo le unghie spezzarsi e la pelle delle mani tagliarsi.
Devo uscire assolutamente da qui, pensai cercando di farmi forza e alimentando la mia speranza. Devo farcela, ancora pochi metri, un ultimo sforzo.
Non so quanto tempo passò né quanto a lungo lottai per evadere da quella dannata prigione sotterranea ma, quando finalmente riuscii a sentire l’aria fresca accarezzarmi le mani, capii che ce l’avevo fatta. Con la disperazione che lasciava il posto all’ansia e all’illusione della libertà imminente, con un paio di spinte, mi affrettai a uscirei del tutto da quella tomba.
Annaspai fuori, quasi fossi stata partorita dalla terra stessa, ed ero logora e sporca di fango, ma non mi sentivo affaticata bensì solo molto affamata. Proprio in quel momento, un topo mi passò accanto ed io compresi quanto fosse innaturale e inquietante la natura del mio appetito. Una voce dentro di me mi incitava lanciarmi sul di lui e divorarlo, senza curarmi di nulla. Mi schifai di me stessa e provai ad allontanarmi ma la fame era più forte e mi tratteneva lì, costringendomi ad osservarlo e a bramarlo. Inorridita e spaventata da quello che stavo sentendo, mi passai le mani tremanti tra i capelli scarmigliati e sudici.
In quel mentre, un fruscio improvviso mi fece sobbalzare. Alzai di scatto la testa e guardai dritto davanti a me: non ero sola, qualcuno mi stava osservando. Potevo sentire la sua presenza, prepotente e tangibile.
– Chi c’è? – domandai con voce roca, celando l’ansia che in realtà mi stava attanagliando. Mi misi in piedi e mi mossi piano tra le lapidi, in direzione del rumore che aveva attratto la mia attenzione – Chi sei? Fatti vedere! – insistei fermandomi con tutti i sensi allertati.
– Sono io che lo chiedo a te – mi rispose d’un tratto una voce non molto distante dal punto in cui mi trovavo.
– Esci fuori, dannazione! – sbraitai furiosa e terrorizzata.
abiti scuri – Ci chiariremo dopo. Ora dobbiamo andare, non c’è rimasto molto tempo per parlare –
– No – replicai con fermezza guardandolo dritto negli occhi chiari. Chi era quel tizio, per quale motivo avrei dovuto seguirlo e, soprattutto, cosa voleva da me? Mi stava aspettando? Ero appena riemersa da una tomba, lercia dalla testa ai piedi e quasi sicuramente più morta che viva, e lui era così tranquillo? Con tutte quelle domande in testa e lo stomaco che ruggiva dalla fame, aggiunsi – Non vado da nessuna parte –
– Oh, lo farai eccome – mi rispose lui subito, il tono suadente e carezzevole. Poi, con un movimento talmente rapido che quasi non riuscii a coglierlo, scattò in avanti e si portò alle mie spalle – O la tua nuova vita appena iniziata, finirà appena sorgerà il sole – continuò afferrandomi per le braccia.
– Mollami! – gridai tentando di divincolarmi e, incredibilmente, pur notando che la sua forza era di gran lunga superiore alla mia, riuscii a liberarmi. Mi buttai in avanti pronta a darmela a gambe ma lui, in un attimo, mi riprese.
– Non così in fretta – sussurrò.
La sua stretta era micidiale, provavo dolore ma non tanto come avrei dovuto. La cosa sul momento mi lasciò perplessa, tuttavia la mia attenzione era assorbita da quello sconosciuto, dalle cose strane che mi stava dicendo, dal suo sguardo magnetico e dal suo dannato tentativo di stritolarmi il polso. Tirai più volte cercando di liberarmi, spaventata anche dal fatto che sembrava saperne fin troppo.
– Hai capito quello che ho appena detto? – mi domandò quindi, scrollandomi con forza.
– Lasciami, maledizione! – ripetei fuori di me dalla rabbia e dalla paura, ignorando totalmente le sue parole – Lasciami andare! –
– Mi hai capito? – insisté – O hai bisogno di ulteriori incentivi? –
Non lo stavo ascoltando, troppo concentrata a trovare una via di fuga o un modo per contrattaccare. Mi ritrovai carponi sopra la terra smossa della tomba da cui ero uscita, la testa a pochi centimetri dalla lapide. Per poco non ci ero finita contro. Subito, allungai una mano in cerca di un appiglio per rialzarmi. Digrignai i denti, un misto di panico e frustrazione mi invase con rapidità mentre pensavo ad un modo con cui difendermi, gli occhi sgranati, fissi sulla pietra davanti a me. Feci per voltarmi e attaccare lo sconosciuto sferrandogli un calcio, ma qualcosa di veramente sbagliato mi distrasse all’istante dal mio proposito.
– Emily Talbott? – esclamai fissando le incisioni riportate sulla pietra tombale – Io non sono Emily Talbott! Ma che diavolo…? –
Con mia sorpresa, piuttosto che approfittare del mio momento di confusione per immobilizzarmi del tutto, lo sconosciuto si inginocchiò accanto a me, lo sguardo rivolto verso la lapide.
– Qualcuno ha scambiato i cadaveri – esordì, allungando una mano per sfiorare la decorazione mortuaria raffigurata sopra al nome – E ha anche uno strano senso dell’umorismo… le ipomee intrecciate simboleggiano la resurrezione… – aggiunse poi, dopo qualche secondo di silenzio.
– Scambiato i cadaveri? – ripetei sempre più sconcertata, senza dare troppo peso alla seconda parte della sua frase – Cosa diamine stai dicendo? Io non sono affatto morta! – continuai saltando di lato per allontanarmi da lui.
– Sì, che lo sei! – ringhiò esasperato voltandosi di scatto verso di me – Se non la smetti di dimenarti e non fai quello che ti dico, giuro che ti rispedisco nella tomba e questa volta sarà per
un demone: lineamenti deformati, occhi rossi e lunghi canini affilati alteravano il suo viso rendendolo irriconoscibile. Si era portato ad un centimetro dalla mia faccia, così vicino che avrei potuto sentire il suo alito sulla pelle se solo lui fosse stato in grado di respirare. Un vampiro, ecco cos’era. Era bastato un attimo, e la mia mente lo registrò subito come tale grazie ai numerosi libri e film sull’argomento che avevo letto e visto. Nonostante l’evidenza, però, la mia ragione si ribellava saldamente a quell’ipotesi assurda.
Ricaddi all’indietro e, arrancando disperata nel tentativo di rimettermi in piedi, provai a scappare, ma le mie gambe sembravano non voler rispondere ai comandi che il cervello cercava di impartire loro.
– Smettila di provare a scappare! – tuonò e la sua voce cavernosa risuonò nelle mie viscere come se mi avesse preso a bastonate – Questo giochino è diventato noioso e ripetitivo ed io ho perso del tutto la pazienza –
Rapidamente, mi afferrò per il collo e mi costrinse a girarmi per guardarlo in faccia.
– Tu sei come me – sibilò scuotendomi forte – Ed ora farai quello che ti dico, senza farmi perdere altro tempo – soggiunse abbassando appena il tono.
– No… non lo sono – insistei annaspando per liberarmi dalla sua presa. Non ero assolutamente convita di essere diventata davvero come lui e rifiutavo con tutta me stessa la cruda realtà a cui, in quel momento, credevo di non appartenere.
Senza dire una parola, il vampiro si voltò e si guardò intorno in cerca di qualcosa. Poi, d’un tratto, mi lasciò andare e si mosse. Fu così veloce che non riuscii quasi a percepirlo; per l’ennesima volta provai a correre via, ma in meno di un secondo me lo ritrovai di nuovo davanti.
In mano stringeva qualcosa che non riuscivo a vedere, se lo
vuoto un paio di volte in preda ad una ulteriore ondata di appetito improvviso ed incontrollabile. Solo quando me lo tirò addosso, mi accorsi che si trattava del topo di qualche minuto prima.
– Nutriti – mi ordinò perentorio.
Rimasi immobile, la mia espressone sgomenta e inorridita parlava da sola.
– Ho detto – proseguì il vampiro sillabando le lettere – Nu-tri-ti –
Mi agguantò ancora e mi rigettò a terra, senza curarsi della mia sorpresa.
– Ragazza cocciuta, devi nutrirti – ripeté premendomi il capo contro la bestiola agonizzante – Adesso! –
– No! – riuscii a biascicare rantolando, ma non appena il sangue dell’animale mi sfiorò le labbra la mia nuova natura prese il sopravvento. Avvertii la pelle del viso tirarsi e le ossa contrarsi sotto di essa, spalancai la bocca mentre le gengive si tendevano e i canini si allungavano. Le mie percezioni erano aumentate, avvertivo il terrore del roditore e più questo si agitava più la mia sete di sangue aumentava. Senza potermelo impedire in alcun modo, quindi, mi avventai sul topo e lo divorai, prosciugandolo fino all’ultima goccia.

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CAPITOLO II

Col tempo avrei compreso che, come tutti i vampiri, anche io avrei avuto bisogno di sangue per sopravvivere. Nonostante ciò, in me era rimasto qualcosa di diverso, di indefinito che mi avrebbe resa molto differente dai miei simili e che mi avrebbe portato ad affrontare le vicende della mia esistenza in modo pericoloso e impulsivo, mossa da emozioni che non avrei dovuto provare e priva di qualsiasi tipo di controllo da parte di chi mi avrebbe dovuto guidare. Erano dettagli, questi, che all’epoca dei fatti non conoscevo e che sarebbero venuti fuori man mano gettandomi dritta in faccia la realtà di una esistenza a metà.
Le mie prime ore da vampira erano cominciate in modo alquanto turbolento e, nonostante le mie reticenze e la mia naturale e iniziale incredulità, il vampiro che avevo trovato ad aspettarmi al mio risveglio mi condusse al suo appartamento. Scoprii che si chiamava Alexis, esisteva da oltre due secoli e non amava le lunghe conversazioni.
Durante il tragitto, infatti, non parlammo per niente; io mi limitai a seguirlo in silenzio mentre lui, rapidamente, si faceva strada lungo i vicoli scuri della città. Stare al suo passo, però, non era affatto semplice: era veloce, sicuro, forte. Io, al contrario, ero debole, incerta e arrancavo trascinando i piedi come se fossero stati di piombo.
Poi, d’un tratto, mi bloccai.
Ascoltai, muovendo con frenesia gli occhi sotto le palpebre chiuse e, quando tutto il resto intorno a me divenne ovattato, trovai l’origine di quel suono ammaliatore.
Mi voltai e alla mia destra, poco più indietro rispetto a dove mi trovavo, scorsi una stradina stretta, ingombra di scatole e cartoni ammassati. Ritornai sui miei passi, imboccai l’angusta viuzza e lì, provenienti da un groviglio di giornali vecchi, le palpitazioni si fecero più intense. Compresi, allora, che si trattava del pulsare incessante di un cuore che pompava sangue e quando quell’immagine fu ben chiara nella mia mente, senza riuscire a trattenermi, mi avventai contro qualsiasi cosa si celasse là sotto. Il demone in me era riapparso, chiamato dall’esigenza immediata di cibo ed io urlai di rabbia mentre lottavo con me stessa, combattuta tra il desiderio impellente del sangue e l’incapacità oggettiva di uccidere.
In quel momento, una mano mi afferrò e mi allontanò con forza dalla mia preda, scagliandomi lontano.
– Fermati! – gridò furioso – Noi non ci nutriamo di esseri umani e, finché sarai con me, nemmeno tu lo farai! –
Lo scontro violento col muro del palazzo attiguo, mi fece tornare in me restituendomi in modo repentino il controllo delle mie azioni.
– Oh mio Dio… – mormorai con un filo di voce mentre il barbone che stava sonnecchiando sotto gli stracci prendeva coscienza del pericolo e si dileguava – Che cosa… cosa stavo per fare? –
Mi lasciai scivolare a terra, gli occhi sgranati fissi in quelli di Alexis che mi guardava di rimando senza dire una parola. Inorridita, scossi il capo e mi coprii il viso con le mani.
– Non siamo tutti uguali – rispose a quel punto il vampiro.
Rialzai lo sguardo e tornai a fissarlo.
– No, se seguirai le mie indicazioni – rispose rimettendosi a camminare – Ci sono altri modi per placare la fame senza dover per forza uccidere le persone –
– Quindi, dovrò nutrirmi di sangue animale? – domandai tra l’incredulo e lo speranzoso, il demone e la residua natura umana in me lottavano l’un l’altra cercando di sopraffarsi a vicenda. Da una parte volevo mangiare e il richiamo del mio appetito era davvero troppo forte per poterlo ignorare, ma dall’altro non volevo in nessun modo sacrificare vite umane per potermi soddisfare. A mente lucida, infatti, il dover uccidere degli innocenti per saziarmi era qualcosa che non avrei fatto. Probabilmente, però, se la fame mi avesse soggiogata e Alexis non fosse stato con me, non sarei riuscita ad evitarlo. Rabbrividii al solo pensiero, avrei dovuto imparare a controllarmi.
– No, non sarà solo a base animale la dieta che seguirai – replicò, il tono distante di chi aveva ripetuto quella frase tante altre volte – Alla lunga ti indebolirebbe e non è quello che io voglio. Come ti dicevo, non è necessario uccidere per sopravvivere –
– Quello che tu vuoi? Parlavamo di cibo, ma io credo che tu stessi riferendoti ad altro… – ribattei interdetta e infastidita.
– Rimandiamo le chiacchiere a dopo, per favore – tagliò corto il vampiro svoltando l’angolo – Non è il momento, il sole sta per sorgere –
– Non puoi lasciar cadere il discorso in questo modo, maledizione! – mi impuntai correndogli dietro per stare al suo passo – Perché mi stavi aspettando nel cimitero? – chiesi, intenzionata a continuare.
– Non ora – ripeté Alexis procedendo spedito – Ridotta in cenere, sapere cosa mangiare o per quale motivo io fossi ad attenderti al cimitero, non ti servirà a niente –
– In cenere? – feci eco perplessa, poi mi ricordai di tutti i libri
mia nuova condizione non fosse la mia massima ambizione in fatto di vita, non volevo neppure sparire dalla faccia della Terra come se nulla fosse. Ero determinata a sopravvivere per cui, senza aggiungere altro, allungai il passo e seguii il vampiro in silenzio.
Era quasi l’alba quando giungemmo in quello che Alexis aveva generosamente definito appartamento. In realtà, si trattava del seminterrato di un vecchio edificio fatiscente.
– Questa è una sistemazione temporanea – mi spiegò appena mettemmo piede nei resti di quello che lui aveva descritto come un glorioso locale molto in voga negli anni Venti. Per quanto mi fossi sforzata di trovarlo interessante, non riuscii a non vederlo per quello che era davvero: frusto, malandato, pericolante e sporco. C’erano topi e scarafaggi ovunque, ragnatele sulle pareti, muffa sui soffitti e i resti di decenni di piogge, foglie trascinate dal vento e marciume che fuoriuscivano dalle prese d’aria. In poche parole, quel posto era vera schifezza.
Sospirai scuotendo appena la testa e continuai a seguire il vampiro che mi faceva strada tra tavoli a pezzi e sedie rotte. Mi condusse attraverso varie stanze fino ad una porta secondaria che portava giù, ai piani interrati. L’improvviso pulsare leggero dei piccoli cuori dei ratti e il pompare del sangue nelle loro vene, mi fece involontariamente contorcere le viscere in uno spasmo: avevo fame, ne avevo davvero tanta.
Alexis se ne accorse e, voltando leggermente il viso affilato per guardarmi, ghignò divertito.
– Fra poco mangerai come si deve, te lo prometto – mi rassicurò tornando a guardare davanti a sé. Annuii, con un misto di vergogna e rabbia.
Scendemmo rapidamente le scale e raggiunta una porta, che stonava con il resto dell’arredamento per solidità e pulizia, vi Formattato: Automatico
lo fece. Era robusta, troppo perché fosse possibile scostarla con quella facilità ed io, da umana, non l’avrei mossa neppure a spallate.
Entrammo e mi stupii di trovare la stanza in ordine e illuminata. Mi guardai intorno e non vidi bare, terriccio o altro che potesse essere riconducibile a un vampiro, ma due letti provvisori allestiti su altrettanti materassi sgualciti e un frigo.
– Cosa significa questo posto? – chiesi senza curarmi di celare il sospetto nella mia voce.
– Oh bene, hai portato da mangiare – esordì una voce maschile differente, più profonda e calda di quella del vampiro che mi aveva trovata.
La porta era stata aperta e poco dopo bruscamente richiusa, qualcun’altro era entrato e io mi voltai subito pronta a reagire, ma dietro di me non c’era nessuno. Guardai Alexis in cerca di sostegno, non capivo cosa stesse accadendo e soprattutto chi ci fosse oltre a noi. Ero confusa e debole per la fame, ma lui sembrava infastidito e piuttosto interessato a fissare un punto indistinto oltre le mie spalle.
– Sono qui – la seconda voce si insinuò inaspettatamente alla mia destra e mi fece balzare in avanti per lo spavento. Persi l’equilibrio ed ero sicura che sarei finita col viso sul pavimento, invece qualcuno mi afferrò facendomi roteare su me stessa prima che toccassi terra.
Mi trovai di fronte un ragazzo alto, con i capelli scuri arruffati e gli occhi chiari. Era bello in modo disarmante e lo sguardo astuto gli conferiva una attrattiva pericolosa che contribuiva ad accentuarne il fascino. Eravamo in una posizione strana, con lui che mi teneva sollevata dal suolo. In un’altra occasione, forse, avrei reagito diversamente, ma in quel particolare frangente non riuscii a impedirmi di attaccare. Per tutta risposta, lo sconosciuto respinse il mio calcio immobilizzandomi la gamba e Eliminato:
– Nutriti, questa volta per bene – mi ordinò e senza tante cerimonie mi mise sotto al naso una sacca di sangue. Com’era prevedibile, declinai l’offerta rilanciandogliela indietro.
– Non mi avevi detto che noi non ci cibiamo di umani? – chiesi irritata.
– E’ sangue di maiale – disse Alexis ripassandomi la sacca – Smettila di fare tante storie –
– Sarà di questo che dovrò nutrirmi? Non ci saranno alternative? – mi informai tenendo in mano la sacca di sangue che non intendevo mangiare. Era fredda, asettica e pesante e, anche se morivo di fame, non sembrava per nulla allettante.
Alexis mi fissò restando in silenzio, sembrava infastidito dalla mia osservazione. Socchiuse appena gli occhi e, quando io alzai le sopracciglia, si decise a rispondermi.
– Esiste il sangue sintetico – spiegò – Simile a quello umano come gusto e consistenza, ma più forte e non va bevuto –
– Oh, in realtà ne esistono più varietà. Sono difficili da reperire e alcune sono anche molto, molto costose – intervenne Yvel.
– Non credo di capire… –
– E’ una droga – tagliò corto Alexis che non sembrava a suo agio con quel discorso – Il sangue sintetico, a prescindere dal tipo, è una droga. Crea assuefazione, dipendenza e rende il vampiro molto più simile a un demone che ad un uomo… –
Ascoltai tutto a bocca aperta, spaventata e interessata allo stesso tempo.
– In realtà, anche il sangue umano inibisce la lucidità… – proseguì notando il mio sconcerto – Vedilo, però, più simile all’alcol. Mentre quella roba che hai tra le mani può essere considerata una bevanda salutare e analcolica, bere dal collo di una bella donna equivarrebbe a scolarsi una pinta di birra. E il sangue
Scossi la testa osservando dubbiosa il liquido scarlatto attraverso la plastica – Quindi non c’è scelta, devo mangiare questa roba? Non ce la faccio, non posso – aggiunsi quindi dimenticandomi dell’ultimo pasto a base di topo morto che avevo fatto un’ora prima.
– A quanto pare, tu non sei la mia cena – s’intromise l’altro vampiro impedendo al compagno di ribattere – Se non ricordo male, avevo ordinato una giovane vergine delicata. Questa non mi pare rientri in nessuna delle due categorie… – aggiunse studiandomi con aria disgustata.
– Smettila Yvel. Non sei affatto divertente – intervenne Alexis sbuffando. Si sistemò elegantemente la lunga treccia oltre la spalla prima di riprendere a parlare – La questione è molto più seria di quanto credessimo. Hanno creato solo lei e hanno ucciso tutti gli altri – continuò indicandomi.
– Vuol dire che non sei stato tu a farmi questo? – chiesi tirandomi su – Sì, insomma, a mordermi… – puntualizzai guardandolo negli occhi.
Stranamente, nessuno dei due sembrava intenzionato a rispondere alla mia domanda. Eppure mi era parsa banale e anche di facile comprensione – Mi volete spiegare cosa diavolo sta succedendo? – sbottai infine, sdegnata e arrabbiata.
– Lui non morde – mi spiegò Yvel dopo qualche secondo – E’ contro la sua etica, la sua morale e tante altre stronzate che evito di elencarti. Quindi no, non è stato mio zio a crearti –
– Tuo…? Che cosa? – chiesi e la domanda, posta forse con un tono un po’ troppo alto, mi sorse spontanea senza che me ne fossi resa conto.
Dovevo davvero essere molto buffa perché tutti e due spostarono subito lo sguardo su di me, tuttavia le loro reazioni non poterono essere più differenti; Yvel scoppiò a ridere mentre Alexis
– Abbiamo problemi più seri. Disquisiremo sulla nostra genealogia familiare in un altro momento – precisò quest’ultimo categorico, le braccia conserte e gli occhi grigi fissi su di me.
– Come vuoi – assentii piano stupendomi io stessa della mia cedevolezza.
– Bene, appurato che non sono stato io a morderti… – proseguì Alexis, ma io lo interruppi di nuovo prima che potesse terminare la frase.
– Tu no, ma lui? – suggerii indicando Yvel che, divertito, mi guardò sfoderando un sorriso furbo.
– Saresti rimasta sotto terra, se fossi stato io a morderti. Mi piace fare in modo che la mia cena non possa tornare a disturbarmi – ribatté, le labbra atteggiate in una smorfia strafottente e gli occhi celesti che lasciavano intravedere molto più di quello che stava dicendo.
– Possiamo passare oltre, per favore? – domandò a quel punto Alexis passandosi stancamente le dita sul naso appuntito.
– Prima hai detto che c’erano altri, che io sono stata la sola a… come fai a saperlo? – persistei nel tentativo di saperne di più.
La mia predisposizione alle indagini mi spingeva ad indagare e a fare più domande possibili, mentre l’istinto mi suggeriva di stare allerta e non fidarmi completamente di lui.
– La notizia è su tutti i giornali – mi spiegò Alexis, rapido.
– Com’è possibile? E’ successo proprio… – balbettai passando lo sguardo dall’uno all’altro interdetta. Poi mi ricordai dove mi ero risvegliata e compresi.
– Sono passate settantadue ore, Alicia – seguitò lui indulgente, confermando quello che stavo pensando – I tuoi funerali si sono già tenuti –
– Quando…? – domandai allora, mentre una sensazione di vuoto incolmabile si insinuava lentamente in me.
– Ci sono stato – fu la risposta e fu sufficiente a farmi scattare in avanti come se avessi preso la scossa.
– Cosa stai dicendo? – saltai su, la sacca di sangue intonsa ancora stretta tra le mie mani – Tu non puoi andare in giro di giorno, come diamine hai fatto ad assistere al mio… funerale? – pronunciai l’ultima parola con rabbia e riluttanza insieme.
– Lo saprai a tempo debito, Alicia – concluse lui muovendosi verso di me – Nutriti adesso, e riposa. Nel frigo troverai altre sacche –
– No, per la miseria – strillai spingendolo bruscamente – Mi hai chiamata per nome e io non ti ho mai detto come mi chiamo. Sapevi che ero stata attaccata, sei stato al mio funerale e mi hai attesa nel cimitero… come puoi pretendere che io accetti tutto questo passivamente, senza alcuna spiegazione? –
– Già. Voglio sentirla anche io, questa spiegazione – si intromise Yvel ridacchiando.
– Ho già detto che la notizia della tua morte era su tutti i giornali, con tanto di foto. Alicia Rosslyn McPharson, uccisa in servizio – illustrò trattenendosi a stento dal perdere la pazienza – Di solito, io verifico sempre le morti sospette. Attendevo accanto alla tua lapide, ma sei uscita da quella di un’altra donna ed è questo il punto, non lo avevo previsto –
Feci per ribattere ma lui, prontamente, mi zittì.
– Adesso basta, avremo tempo per parlare di ogni cosa. Davvero molto tempo – mi sorrise appena, un accenno freddo e tirato poi, senza aggiungere altro uscì dalla stanza.
Yvel, frattanto, mi stava fissando e il suo sguardo, così intenso e penetrante, mi diede quasi fastidio.
– Non farti ingannare, l’unica cosa buona in lui è la dieta che si è imposto di seguire – disse confondendo ancora di più le idee vaghe che mi ero fatta. Avrei voluto fargli altre domande, ma prima.

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CAPITOLO III

Quando terminai il mio magro pasto, se così si poteva definire, il sonno non tardò ad arrivare. Ero stanca e il sangue animale, lo avrei imparato col tempo, non donava la medesima energia di quello umano. La debolezza prese il sopravvento e lo fece in modo così rapido che, pur non volendo, mi addormentai. Avrei scoperto in seguito che l’avvicendarsi dell’alba procurava nei vampiri più giovani uno stato catatonico automatico e che se mi fossi nutrita come comunemente faceva la mia specie, ovvero con sangue umano, non sarei caduta preda di quella sonnolenza strana. E forse, se lo avessi saputo, le cose sarebbero andate diversamente.
Caddi rapidamente in una sorta di torpore, che mi avvolse come un manto nero e mi condusse in un sonno profondo e senza sogni. Non ero del tutto consapevole di quello che accadeva intorno a me, ma mi parve di avvertire una presenza nella camera, di sentirla vicino, molto vicino. Percepii un tocco leggero, dita che mi scostavano gli abiti e che scorrevano veloci sul mio corpo. Leggeri aliti di vento, sospiri, sulla mia pelle. Forse ero passata dal sonno alla veglia, oppure si era trattato solo di semplici allucinazioni ipnagogiche, in vita ne avevo sofferto spesso. Ciò nonostante distinsi pezzi di frasi, parole spezzate che mi rimasero in testa per parecchio tempo.
Qualcuno vuole questa donna…
Qualcuno con l’animo oscuro, perduto…
Nella mia testa l’ultima parola risuonò come uno sparo. Mi svegliai di soprassalto e mi guardai attorno; non c’era nessuno, ero sola, l’unico rumore percepibile era dato dal ronzio basso e perpetuo del vecchio frigorifero. Mi passai una mano sul volto, non ero stanca nonostante il sonno agitato, ma ero ancora eccessivamente debole.
Stavo cercando di riordinare le idee, quando Yvel fece capolino dalla porta, sul viso un sorriso obliquo abbastanza irritante.
– Dormito bene, Principessa? – mi chiese, e il suo tono suadente mi fece capire che mi stava prendendo in giro, che sapeva che non ero affatto in forma. Non risposi, ma mi limitai a fissarlo, in attesa che aggiungesse altro. Tuttavia lui non parlò, spalancò del tutto il battente e mi fece solo segno di seguirlo. Nonostante non fossi troppo convinta, mi alzai e lo seguii raggiungendo le scale sudicie dalle quali ero scesa la notte prima.
– Che ore sono? – domandai osservando la carta da parati color ocra che tappezzava i vecchi corridoi interni del locale. Era strappata in più punti e nascondeva poco l’intelaiatura di legno sottostante.
– Le undici – mi rispose lui gioviale, voltandosi appena per sorridermi. Era irritante, quell’atteggiamento smaccato lasciava intendere che non era per nulla sincero e mi metteva a disagio. A dirla tutta, in verità, mi dava sui nervi e mi trattenni a stento dal prenderlo a schiaffi.
– Ho dormito quasi ventiquattro ore… – mormorai tra me dopo qualche secondo, con voce forse un poco troppo alta – Come ci sono riuscita…? –
Yvel, davanti a me sghignazzò, ma non mi rispose.
Girammo l’angolo un paio di volte e io mi resi conto che stavamo percorrendo una strada diversa da quella che avevo fatto
Di nuovo, la mia innata diffidenza aveva preso il sopravvento. Non mi fidavo affatto del biondo, ma ancora meno mi piaceva quello moro e il fatto che si fosse presentato lui al posto dell’altro mi diede fastidio. Anzi, mi fece preoccupare.
– Il bel faccino affilato di Alexis ha già conquistato anche te? – chiese a sua volta, in modo improvviso e senza alcun senso apparente – Non mi sorprende, anche se non lo capisco. Mio zio non ama le donne, tuttavia loro non possono fare a meno di lui. E’ davvero una cosa strana, non credi? – aggiunse ignorando la mia domanda.
Qualcosa nella sua risposta allertò il mio sesto senso, se fossi stata più furba e attenta avrei cercato un’occasione per tagliare la corda e levarmi così dagli impicci. Invece non lo feci.
– Spiegami questa cosa della parentela, per favore – dissi invece – Non credevo che un cosa simile fosse possibile… – scherzai cercando di apparire più calma di quanto non fossi.
Yvel, invece, non parve trovare la mia battuta divertente. Si girò di scatto, gli occhi chiari puntati su di me e il solito sorriso strano sulle labbra.
– Lo sai, biondina? Se non fossi stata una di noi, ti avrei già spezzato il collo – soffiò e in meno di un secondo me lo trovai alle spalle. Con una mano mi afferrò i fianchi e con l’altra mi afferrò i capelli e tirò la testa all’indietro, contro di sé – Non mi piace parlare di mio zio, se vuoi passare indenne la giornata ti conviene tenerlo a mente – continuò sfiorandomi la gola con l’indice teso.
Mi lasciò andare e tornò al suo posto tanto velocemente da non darmi nemmeno modo di percepire il suo movimento. Ero rimasta immobile, la pelle scottava dove lui mi aveva sfiorata e il resto del corpo non rispondeva ai miei comandi. Deglutii a vuoto e lo guardai.
Come se nulla fosse successo, Yvel riprese a camminare ed
Inoltre non avrei dovuto sentire il suo tocco sulla pelle in quel modo così definito. Avrei voluto chiederglielo, ma immaginando che mi avrebbe derisa, o peggio che si sarebbe adirato, lasciai perdere.
– Per favore – dissi quindi tentando un approccio in modo meno diretto – Puoi almeno dirmi dove stiamo andando? – chiesi, mantenendo un tono piatto che non desse adito ad altri fraintendimenti.
– Tra poco lo vedrai – fu tutto quel che mi disse prima di fermarsi davanti a quello che sembrava simile a un portone d’ingresso. Dalle ante sbarrate filtrava una debole luce, vedendola capii subito di essermi sbagliata e compresi allora il motivo della sua risata di qualche minuto prima. Era mattina, non sera. Non avevo dormito fino a notte tarda, ma solo poche ore.
Yvel mi stava fisando e, improvvisamente, scoppiò a ridere e io dovetti impormi di non guardarlo mentre lo faceva. Non era piacevole essere derise in quel modo e la mia pazienza stava sempre più assottigliandosi.
– Non ho intenzione di arrostirti, puoi stare tranquilla – sorrise, e questa volta non c’era nulla di ironico nella sua espressione – Sempre che tu non riprendi a fare domande su Alexis. Non passeremo di qui in ogni caso, ma da laggiù – continuò e indicò una grossa scalinata che conduceva ai piani superiori.
Andai con lui tenendo il naso all’insù, per osservare tutto quello che mi circondava. Stavamo salendo, e se era giorno, raggiungere zone alte e sicuramente luminose non sarebbe stata affatto una buona idea. Tuttavia, avevo bisogno di risposte e sapevo che solo seguendo Yvel le avrei trovate.
Dopo esserci inerpicati per non so quante rampe di scale, giungemmo infine su quella che, stando alle spiegazioni rapide di Yvel, era la parte più nuova dell’edificio, nonché loro
immaginando di metter piede nella copia più grande della stanza in cui avevo trascorso la notte.
Invece rimasi del tutto a bocca aperta.
Quello che vidi era lontano anni luce da qualsiasi mia possibile aspettativa. Soprattutto, considerando il luogo e gli abitanti. L’arredamento era sontuoso ed elegante, in stile vittoriano, cupo e pesante ma ugualmente d’effetto. I mobili erano pregiati e antichi, scuri e riccamente intarsiati. In realtà c’era legno quasi dappertutto; tra pannelli a muro, armadi e tavolini, la tappezzeria e i tendaggi di broccato erano in netta minoranza. Mi guardai intorno estasiata, senza riuscire a staccare gli occhi dai quadri e dai numerosi libri che riempivano gli scaffali della stanza in cui Yvel mi aveva appena fatto accomodare.
Era una sorta di piccola biblioteca ed io ero completamente rapita dai vecchi volumi polverosi illuminati da un pallido raggio di sole che filtrava dalla finestra vicina. Allungai casualmente una mano per afferrare uno di quei libri pregiati quando, senza che potessi nemmeno vederlo e rendermi conto di quanto stesse accadendo, Yvel mi fu sopra. Mi scagliò verso l’altro capo della sala e io finii a gambe all’aria, con tanto di libro aperto sopra la faccia.
– Sei impazzito, per caso? – strillai, e più che una domanda, la mia era una richiesta di spiegazioni immediate che non ammetteva repliche.
Ora, mentre sto raccontando a voi la mia storia, non solo sono diversa, ma conosco bene anche quali conseguenze sarebbero potute scaturite dalle mie azioni. In quel momento, però, ero ancora goffa e disattenta e, soprattutto, troppo impegnata ad essere arrabbiata per fermarmi un attimo a riflettere. Sarebbe bastato spostare lo sguardo da Yvel alla finestra per capire il motivo di quell’azione di forza, invece io mi concentrai su di lui che rideva di me a più non posso osservandomi lunga distesa sul tappeto.
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omicidi che si lasciava buttare a terra e prendere in giro come fosse stata un sacco di patate. Era inammissibile e la rabbia nacque in me tanto repentina da farmi scattare in piedi come una furia. Ero pronta all’attacco, ma Yvel aveva già smesso di ridere. Era tornato silenzioso e mi fissava con serietà.
– Il sole – disse distogliendo gli occhi – Stavi andando dritta sotto ai raggi del sole. Saresti cenere, se non fossi intervenuto –
Mentre parlava, mi indicò una finestra, proprio accanto allo scaffale dove mi trovavo qualche istante prima. I drappeggi erano leggermente tirati e, in effetti, se avessi fatto qualche altro passo in quella direzione sarei stata spacciata. Borbottai un ringraziamento, senza neppure guardarlo in faccia. Mi aveva salvata, forse avrei dovuto mostrargli un po’ più di gratitudine, ma non me la sentivo. Qualcosa in me bruciava, orgoglio e fierezza perduta, e non volevo dargli ulteriori soddisfazioni. Alzai appena lo sguardo, solo per controllare la sua espressione, e vidi che mi stava guardando. Quegli occhi così azzurri e quel dannatissimo sorriso strafottente sulle labbra. Quanto mi davano fastidio.
– Che state facendo? –
La voce di Alexis mi fece sobbalzare. E ancor di più trasalii quando, girandomi, me lo trovai di fronte mezzo nudo. Sul momento rimasi sconcertata, poi mi accorsi della porta semi aperta alle sue spalle. Un leggero rumore mi indicò la presenza di una donna nel letto che potevo ben intravedere da dove mi trovavo.
– Dobbiamo fare due chiacchere – intervenne Yvel tagliando di netto il corso dei miei pensieri – Tutti e tre –
– In realtà, io avrei da fare… – replicò l’altro accennando col capo alla ragazza che pigramente si stava rigirando tra le coperte in attesa che lui tornasse da lei.
Era un fatto curioso, lui mi aveva iniziata alla dieta di solo sangue animale, forzata e davvero poco adatta alla mia nuova
allontanò da noi. In una frazione di secondo, lo vidi entrare nella stanza di suo zio; il lenzuolo volò in aria, la donna gridò e qualcosa, un oggetto di porcellana probabilmente, andò in frantumi. Infine, la porta si richiuse con forza. Sentii come un vento freddo avvolgermi interamente e Yvel apparirmi di fianco.
Stretta tra le sue braccia c’era la ragazza che poco prima giaceva nel letto di Alexis. Ad un primo sguardo sembrava inerme, invece, se si prestava maggior attenzione, nei suoi occhi si poteva leggere il terrore più puro. Era immobile, ma del tutto consapevole di quanto stava per succederle. Yvel ci osservò entrambi, per un lungo, interminabile istante, le labbra piegate in un ghigno beffardo. Scostò i capelli castani della giovane con lentezza poi, quando suo zio si mosse verso di lui, la morse sul collo prosciugandola fino all’ultima goccia di sangue.
– Ora sei libero da qualsiasi impegno – osservò Yvel con freddezza, gettando la donna ormai morta addosso ad Alexis.
Allibita, rimasi a fissarlo. Il mio sguardo saettò da uno all’altro fino alla ragazza priva di vita accasciata terra. Realizzavo solo in quel frangente di appartenere ad un mondo sconosciuto e spietato. Anche io ero come lui e, se non avessi accettato le regole imposte da Alexis, mi sarei nutrita nello stesso modo, priva di una qualsiasi coscienza morale. Istintivamente, accostai le dita alle labbra, mi sfiorai i denti e mi accorsi che provavo dolore. Non fisico però, il mio era un male interiore che graffiava i brandelli di un’anima che non avrei dovuto più avere e che invece bussava prepotentemente contro le pareti del mio corpo. Più guardavo quella donna e più provavo pena per lei, tuttavia non ero affatto sicura che nutrire un sentimento del genere fosse naturale per un vampiro.
– Maledizione Yvel – sibilò Alexis a denti stretti – Cosa ti è saltato in testa? – si avvicinò alla ragazza e si inginocchiò accanto a
– Non sarebbe stato divertente – controbatté il nipote alzando le spalle.
Mosso da un impeto di rabbia, Alexis scattò verso di lui – Se ti azzardi un’altra volta… –
– Adesso basta – mi intromisi io a quel punto, frapponendomi fisicamente tra loro, facendo leva sul petto di uno e dell’altro per separarli.
Alexis era furioso; Yvel, invece, pareva stesse godendosela un mondo. In una occasione diversa, sarei rimasta al mio posto e li avrei lasciati discutere anche tutto il giorno, ma in quel caso non potevo.
– Per favore – intervenni – Io ho bisogno di risposte. E’ egoista da parte mia visto l’accaduto, lo so, ma non credo di poter agire in modo diverso –
Il primo a volgere lo sguardo su di me fu Yvel; i suoi occhi chiari mi trapassarono da parte a parte e io abbassai i miei appena mi sorrise. Alexis, al contrario non dava alcun segno di avermi udita, concentrato com’era a fissare in cagnesco il nipote. Con un sospiro, mi voltai del tutto verso di lui e attirai forzatamente la sua attenzione afferrandogli un braccio.
– Ti prego – insistei per l’ennesima volta, ed ero stanca di continuare a supplicarlo di aiutarmi a capire – Non si può fare più nulla per lei… io, però, sono qui e ho bisogno di te… –
In modo molto più imprevedibile e brusco di quanto mi aspettassi, lui mi scostò e si allontanò lasciandomi accanto a Yvel. Prese le distanze da noi e raggiunse un grosso tavolo di mogano in cui erano impilato diversi fogli e faldoni. Ne sfiorò alcuni con le dita restando in assoluto silenzio.
– Perdonami – si scusò d’un tratto dandomi le spalle – Ho provato ad imporgli la mia stessa dieta, soprattutto ho tentato di insegnargli a non comportarsi da animale proprio davanti ai miei
era la stessa ma il colore dell’iride era di un azzurro più pallido, meno intenso ma ugualmente caratteristico. La bocca era più sottile e non era atteggiata in alcuna espressione particolare e quando si arrabbiava era distante e controllato. Da ogni sua frase o azione emergevano freddezza e distacco, come se non fosse davvero presente e parlasse di cose lontane, per le quali non provava vero interesse. In più, i lineamenti affilati gli conferivano una parvenza diafana, sembrava quasi un dio norreno, con la lunga treccia bionda, gli orecchini e l’abbigliamento scuro. Severo e imperturbabile come un dio nordico.
– Non c’è problema – mentii. In realtà quel gesto mi aveva scosso molto più di quanto volessi ammettere.
Yvel, fermo nella sua posizione, sbuffò. Forse aveva trovato molesto l’accenno alla sua maleducazione, tuttavia non replicò.
– Alicia –
Alexis mi chiamò e il flusso dei miei pensieri venne interrotto di colpo.
– Hai ragione, tu hai bisogno di me ed io ti devo delle spiegazioni – esordì andandosi a sedere su una poltrona di velluto verde.
Annuii e attesi che continuasse.
– Come ben saprai, Redrock Bay è stata teatro di delitti orribili. Vanno avanti da troppo tempo e io, ultimamente, ho iniziato a recarmi ai funerali delle vittime per cercare di capire cosa stia succedendo – spiegò con calma.
– Lo so. Ero a capo delle indagini – risposi – Poi sono caduta in una trappola e mi sono fatta ammazzare –
– No – obiettò deciso – Tu sei stata la quinta vittima –
Lo fissai per un minuto buono, senza sapere cosa rispondere.
– Tu sei l’unica che è ritornata – continuò anticipando la mia domanda – Ed è proprio questo che non riesco a capire. Perché Formattato: Automatico
– Quello che dovresti chiederti – intervenne Yvel fissando il pavimento – E’ cosa ha lei in comune con le altre vittime –
– Non solo – obiettai io a quel punto sfoderando tutta la mia rabbia, quella che di solito usavo nel mio lavoro – Con l’indizio della mia nuova condizione, possiamo dedurre che il killer non è umano. Questo, ipotizzando che sia stato lui a trasformarmi –
– E’ un vampiro – convenne Alexis – Lo penso anche io –
– Non puoi esserne certo – osservò Yvel scostandosi dalla parete e muovendosi verso di me – Non ci siamo solo noi, come creature sovrannaturali… –
– Di cosa stai parlando? Quante altre ce ne sono? – chiesi.
– Streghe, lupi mannari e altre amenità… – rispose lui incrociando le braccia – Non fidarti troppo però. Le streghe sono pessimi elementi. Brave a letto, ma incapaci di mantenere un legame – aggiunse e le sue labbra si piegarono ancora in uno di quei suoi strani sorrisi maliziosi – Mentre i licantropi… beh, loro hanno le pulci – concluse con un ghigno divertito.
– Le streghe non uccidono, lo sai benissimo. Ogni clan è fedele al proprio giuramento – ribatté Alexis seccato – I lupi, invece, hanno un codice comportamentale da rispettare. Vengono esiliati dal branco e soppressi se lo infrangono –
– Quindi, per forza di cose, restano i vampiri… – commentai io a voce bassa.
– Esatto – assentì l’altro dopo un breve attimo di esitazione.
– Vi sbagliate – ribatté Yvel fermandosi a meno di dieci centimetri da me – C’è sotto qualcosa di molto più grosso… –
– Cosa? – chiese suo zio assottigliando le palpebre.
– Potrebbe avere a che fare con quel sangue sintetico… quello che sembra una droga? – azzardai.
Entrambi mi fissarono senza dire nulla. Forse avevo detto una sciocchezza oppure, anche loro, avevano pensato la stessa
più di me… – rispose Yvel dopo un po’ – Hanno iniziato a sospettarsi a vicenda, e non ho l’autorità per… – non terminò la frase e abbassò gli occhi su di me, poi, in modo quasi automatico, scambiò uno sguardo con Alexis – No, non è una buona idea – replicò subito scuotendo la testa.
– L’addestreremo, faremo in modo che funzioni. E’ l’unica possibilità che abbiamo – incalzò Alexis sicuro.
Mentre suo nipote mi guardava pensoso, ponderando i pro e i contro di un’idea nota solo a loro due, io li osservavo entrambi senza capire.
– Va bene – convenne infine Yvel – Ma sarò io, a prendermi cura di lei – aggiunse alzandosi.
– No, tu non sei in grado. Lo farò io – stabilì Alexis serio.
Per un attimo, mi parve di scorgere un velo di rabbia nello sguardo di Yvel. Era rimasto in silenzio, lo vidi stringere appena il pugno lungo il fianco poi, l’espressione incerta lasciò subito il posto al solito, largo sorriso strafottente.
– Prenditela pure – cedette infine l’altro – Non saprei cosa farmene di una vampira inesperta ed imbranata –
Immediatamente mi innervosii e presi la parola interponendomi tra loro senza troppi complimenti.
– Forse non ci siamo capiti – sbottai – Nessuno di voi due prende nulla dalla sottoscritta, sono stata chiara? –
Alle mie parole, Alexis sorrise.
– Alicia, vorrei che ti fidassi di me. Sei l’unica speranza che abbiamo – affermò appoggiandosi i gomiti sul bordo della scrivania.
– Sii più chiaro, non ci sto capendo nulla… – sospirai – Dal serial killer, siamo approdati a voi due… –
– E’ molto semplice – proclamò serio – Io ti proteggerò, ti insegnerò tutto quello che so e tu, in cambio, farai qualcosa per me
Aveva alzato il mento per sottolineare quanto fosse importante quello che aveva appena detto eio, non sapendo cosa dire, lasciai che continuasse.
– In vita eri una detective della omicidi, giusto? – chiese e senza attendere che io rispondessi proseguì – Quando sarai pronta, e sarò io a deciderlo, tornerai a fare il tuo lavoro. Investigherai per me e troverai quel pazzo, è chiaro? –
– E’ un’idea ridicola! – contestai scioccata. Ero morta, sarebbe stato impossibile tornare a fare il mio lavoro dopo che erano stati celebrati i miei funerali. Alexis pareva esserselo scordato, così mi vidi costretta a ricordarglielo.
– Sarà davvero molto interessante mostrarsi ai miei ex colleghi in queste condizioni – dissi – Soprattutto, sarà divertente vedere le loro reazioni… –
– Quando sarà il momento, e credo ci vorrà ancora parecchio tempo, penseremo anche a questo – commentò con calma – Ora abbiamo altre priorità –
– E sarebbero? – domandai nervosa.
– Educarti e istruirti – rispose – Senza un minimo di preparazione, non dureresti un giorno come vampiro. Figuriamoci come detective –
Alzai gli occhi al cielo, infastidita dalle sue parole. Nel mio lavoro ero sempre stata molto brava e, anche se non ero sicura che tornare fosse una buona idea, gliel’avrei dimostrato.
– Guarda alle tue spalle – proseguì lui indicando con un gesto del capo un punto oltre me – C’è una cosa che devi sapere –
Mi voltai e notai che, mentre parlavamo, Yvel si era mosso lungo la stanza e si era fermato esattamente sotto ai raggi diretti del sole: era tranquillo e non sembrava rischiare di essere avvolto dalle fiamme da un momento all’altro. Lo guardai sbigottita e lui, osservando la mia faccia interdetta, ne approfittò subito per fare
– Uh, questa sì che è una novità, vero? – vociò gesticolando in modo teatrale – Un vampiro brutto e cattivo che succhia il sangue anche di giorno –
Pronunciò l’ultima frase agitando freneticamente le dita davanti al viso e io scossi il capo seccata. Le battute non mi creavano problemi, riuscivo a tollerarle bene, ma quello non era davvero il momento.
Senza degnarlo mi voltai verso Alexis in cerca di spiegazioni. Era meglio rivolgersi a lui per avere delle risposte, sicuramente non rapide, ma almeno sensate.
– Che significa? – chiesi indicando suo nipote.
– Quello che vedi – rispose semplicemente – Noi possiamo camminare alla luce del sole senza ridurci in cenere. E con noi, intendo io e lui –
Scossi la testa infastidita, ero di nuovo confusa. Dovevano andare oltre le mezze parole, senza dirmi le cose col contagocce come avevano fatto fino a quel momento.
– Ascoltami Alicia. Il mondo come tu lo conosci non esiste. Cancellalo. Il solo fatto che ora tu sia diventata un vampiro, come noi, lo dimostra. Ti abbiamo già detto che ci sono altre creature là fuori, diverse per inclinazione e natura. Alcune di queste, le streghe legate alla terra, incantano le pietre – spiegò e sembrò avermi letto nel pensiero perché quelle parole dirette erano esattamente il chiarimento che avevo sperato di avere. Annuii e lui venne verso di me. Si scostò i capelli dal viso e mi mostrò il lungo gioiello nero sul suo orecchio.
– Questa è ossidiana – disse indicandola – Yvel, invece, indossa l’altro orecchino. Il suo, però, pur facendo parte della coppia originaria, monta una pietra diversa: la sodalite, pacchiana come lui –
– Non è poi così appariscente – ribatté l’altro toccandosi la
– Come li avete avuti, e come mai avete scelto due pietre diverse? – domandai cercando di mantenermi alle poche informazioni che mi stavano dando.
– In modo onesto, se è quello che vuoi sapere – rispose il biondo – Sono un dono e li abbiamo ricevuti più di due secoli fa. Poiché ogni pietra deve rispondere al carattere individuale del suo possessore, colei che ce li ha regalati ha tenuto conto di questa necessità –
– Gli altri vampiri non vi attaccano, non cercano di uccidervi per averli? Voglio dire, l’essere una creatura notturna è il limite del vampiro e voi siete riusciti ad aggirarlo – osservai. Mi era parso normale immaginare che oggetti simili potessero suscitare l’invidia altrui, tuttavia Alexis mi fissò inclinando appena il capo di lato e sospirò.
– No, come ho appena spiegato, le pietre sono specifiche in base alla personalità. Inoltre, per renderle totalmente individuali, vengono legate a noi tramite il nostro sangue – puntualizzò – Su altri vampiri non avrebbero effetto, perderebbero la loro magia e, probabilmente, si frantumerebbero –
– Capisco… – mi limitai a dire abbassando lo sguardo. Mi sentivo strana, anche se fossi tornata a camminare in mezzo alla gente, quando fossi stata capace di non sbranarla, sarei comunque rimasta un vampiro. Non sarei mai potuta tornare indietro, mi sarei dovuta adattare e farmi piacere per forza questa nuova esistenza. Non volli sapere se anche io avrei avuto una mia pietra, non mi importava. Il potersi esporre alla luce del sole, non avrebbe cambiato le tante altre cose che l’essere vampiro mi aveva tolto.
– Non c’è modo di tornare umani, vero? – azzardai infine in un disperato tentativo di aggrapparmi a qualche vana speranza.
– No Alicia, non si può – mi confermò Alexis.
– Stai per affrontare un lungo viaggio, impervio e pieno di insidie, ma non sarai sola – aggiunse Yvel concludendo il discorso. Per un qualche, strano motivo rimase serio, non c’era ilarità nei suoi occhi ma solo profonda tristezza. O forse pena. Non riuscii a riuscii a capirlo, tuttavia gli fui ugualmente grata per le parole che non aveva detto.
[Continua…]