Il Barbaro di Roma
Adele Vieri Castellano
7 gennaio 2020
Amazon Publishing
Serie Roma Caput Mundi

Roma 40 DC – Destino d’amore ( 2012 Leggereditore) (Marco Quinto Rufo e Livia Urgulanilla) 

Roma 42 DC – Cuore nemico ( 2013) – Leggereditore  (Quinto Decio Aquilato e Ishold di Gerlach)

Roma 39 DC – Marco Quinto Rufo/ Il prequel ( 2013) – Leggereditore 

Roma 46 DC – Vendetta (2015) – AVC Historie Edizione rivista: in precedenza pubblicata sotto il titolo di Roma 46 d.C. Vendetta, l’attuale edizione di La vendetta del serpente include revisioni editoriali.

Il leone di Roma (2017)

Sinossi  
È solo un uomo che affronta le tragiche prove che il Fato gli ha riservato
Aphrodisias, 53 d.C. Giulia Urgulania per anni ha solcato i mari con la bireme Calypso cercando di dimenticare l’uomo che avrebbe potuto spezzarle il cuore. Adesso non corre più alcun pericolo, perché di lui non le restano che una manciata di ricordi, un tocco, un profumo, un bacio.
La Bestia non ha più nulla del grande guerriero che era un tempo, è soltanto un corpo da gettare nell’arena contro uomini e belve. Nella sofferenza della sua prigionia gli è rimasto solo un incontenibile desiderio di vendetta.
Esistenze divise, cuori spezzati. Eppure qualcosa accadrà in quello stadio affollato di gente, in quella città così lontana da Roma. Giulia comprenderà che le tante miglia percorse e la grande sofferenza che l’ha ferita così profondamente alla fine l’hanno condotta fin lì, dove porterà a termine una difficile missione anche a costo della sua stessa vita.
 
L’autore
 
Adele Vieri Castellano, dopo un lungo periodo in Francia, è tornata a Milano, dove ora vive con tre gatti e un computer portatile. È sempre molto impegnata tra editing, traduzioni e romanzi, ma riesce a trovare il tempo per le amiche, perché senza di loro il suo sogno non si sarebbe mai realizzato. Per Leggereditore ha pubblicato Roma 40 d.C. Destino d’amore, Roma 39 d.C. Marco Quinto Rufo, Roma 42 d.C. Cuore Nemico, Il gioco dell’inganno e Il canto del deserto. Sono seguiti La tormenta, La legge del lupo e altre storie e La musica del cuore (AVC Historiae), Implacabile, Irriducibile e NutriMenti (Emma Books). Il Barbaro di Roma è il terzo capitolo della serie “Roma Caput Mundi” dopo Il leone di Roma e La vendetta del serpente (Amazon Publishing).

Avete presente il fascino del grande schermo? 

Il silenzio per l’aspettativa, la consapevolezza che si stia per ricreare la “magia” dell’illusione scenica, quando nel buio si attende un racconto che sa di grandiosità. 

Tutto è amplificato, più forte, più intenso. 

Lo sguardo si perde nei lunghi piani che raccontano di un tempo perduto e di un mondo che avvolge, il cuore martella nella cassa toracica a ogni passo, a ogni suono, ogni sospiro. 

Rapiti restiamo in silenzio e ci facciamo trascinare dalla storia.

Perché tutto è grandioso. Nel senso di ampio respiro della narrazione, vastità dello spazio scenico, percorso narrativo articolato e complesso con una messa a fuoco di ogni personaggio intensissima, in una vera composizione che rende la narrazione viva. 

Ritroverete questo fascino nella gloriosa e fortunatissima serie Roma Caput Mundi.

Gli scenari suggestivi e grandiosi solleticheranno la vostra fantasia e il desiderio di avventura, le emozioni diventano i veri meccanismi della storia, a tal punto che crescono fino a dilatare i tempi, come passioni intense e totalizzanti che solo cuori grandi e spiriti forti possono provare.

La furia del dolore e della disperazione, una incursione nella brutale violenza di un campo di battaglia e l’attenzione si attarda sull’ardore, sulla vittoria che ha il sapore del sangue di lacrime e sudore, fino all’ attimo sospeso del ricordo e del rimpianto che dilata la memoria. Si sofferma sullo smarrimento nella vergogna, nel vagheggiamento di un ambizioso progetto di vendetta da accarezzare in segreto, in un sogno erotico di prorompente sensualità. Attimi di esaltazione tra disperazione e gloria, in cui i personaggi si muovono titanici, fortemente chiaroscurali, sfidando ogni prova del Destino, rovesciando la prevedibilità della loro sorte. Come eroi in cerca di gloria, pur di non smarrire l’onore.

E questa è Adele.

Più matura, più decisa, più intensa, più affascinante. Consapevole di essere alle prese con un capitolo delicato della serie.

A partire dai protagonisti, da sempre distintisi per impatto emotivo e originalità. 

Un principe barbaro, essenza della virilità a stento trattenuta, dalla beffarda e indomabile fierezza. In una società e cultura come quella romana che ha rinnegato la consanguineità per rendersi grande tra mobilità sociale, uso della cittadinanza ed integrazione, Raganhar conserva il fascino del germano che vagheggia la Purezza indomita della sua gente, narrata dai commentarii di Cesare, con l’ irrequietezza selvaggia e quella forza primordiale che richiamano il contatto con la natura: primitivo, sensuale, istintivo e pericoloso. Come vento che scuote le verdi foreste della Germania. Inaccessibile, imponente, eppure perfettamente integrato nella compagine imperiale e assimilato in un complesso processo di romanizzazione, di continuo scambio tra diverse culture.

Ritroviamo Raganhar partito da Alessandria d’Egitto al comando di un’ala di cavalleria diretta in Armenia, lasciandosi alle spalle gli amici, la sorella, il suo fratello di armi Messalla. Con lui i ricordi di un amore infranto sul molo di Alessandria, da dove è salpata Giulia Urgulania.

Come brezza marina, che sospinge la sua bireme Calypso, Giulia non ha posa, ormai è una matrona sagace, divertente, affascinante e indipendente, matura. 

Fuggita dai ricordi di Fabio, l’amore della giovinezza che sa di dolore, cupo e sordo. Scappata da Raganhar, quello dell’età matura, che sa di sfida, esigente e sconvolgente, audace.

…era avida di vivere, di consumare dal primo all’ultimo istante ogni giornata che le era concessa. Eppure non si decideva.

Li troviamo distanti, lontani nello spazio e nel tempo divisi…

“Abbracciano le Ombre” questi due protagonisti -come un vecchio autore diceva- perché vivono tra fantasmi e ricordi, tanto che mai come in questo caso il Destino diventa vero coprotagonista della loro vicenda. 

Moira, la parte assegnata ad ognuno di noi, ciò che tocca in sorte.

Fato, legge ineluttabile, volontà imperscrutabile degli déi. Quella che domina la storia e i suoi accadimenti.

Tyche, la dea Fortuna romana, imprevedibile come una ruota, che si volta indietro per sanare i torti del passato e poi  invita a vivere il presente, il giorno. Lasciando nel futuro un margine di libertà del pensiero e dell’azione. Caso. Propizia o sciagurata, fausta o infausta ma comunque una possibilità. Forza divina inarrestabile, ineludibile.

Brancolano nell’ignoto Giulia e Raganhar, come nelle tenebre. 

E lì si scende lentamente.

«Questi sono morti che camminano, Giulia» le disse. «Sei sicura di volere andare avanti?» «Non chiedermelo ancora, ho già visto la miseria umana in tutte le sue forme» 

Giulia, ricca matrona in affari, scaltra rispettabile e eminente, nei sotterranei di un ginnasio di una indolente cittadina di una provincia orientale, dove l’ oscurità è un impasto denso di sofferenza e coraggio, dove la terra esala paura mista al sangue delle belve e al sudore dei gladiatori. Dove sembra impossibile distinguere gli uomini dalle bestie. Dove attende, nel buio, La Bestia 

I lineamenti erano quasi invisibili tra barba e capelli incolti color della pece, solo gli occhi davano una parvenza di umanità al volto bestiale.

Misteriosi, superbi, insondabili, ombre di palude, dominatori di un mondo di fango. La fiamma che illuminava quello sguardo bruciava d’odio e di un immenso, tacito disprezzo.

E Raghanr si muove nell’oscurità dell’oblio, nell’abbandono, nella dimenticanza completa e nella scomparsa. Quasi un eroe chiamato a grandi imprese, alle fatiche di una vita eccezionale.

Brancolano come Ulisse nell’Ade, Enea nell’Averno, come Orfeo che cerca Euridice, come Ercole che supera le dure prove

…nessuno può portare via la tua umanità perché è in mano agli dèi, la si può solo nascondere per il tempo che occorre… lui non era Ercole ma solo un uomo che affrontava le tragiche prove che il Fato gli aveva riservato.

Raghanar è un nuovo Ercole, tra forza distruttiva e capacità di sottomissione, come l’eroe egli è duplice, barbaro e romano, dilaniato da un conflitto perenne. Tutti i defunti sono ombre confinate nell’Ade per l’eternità ma Ercole siede con gli déi sull’Olimpo come immortale, pur rimanendo fantasma negli Inferi.

Accetta il Destino eppure lo contrasta.

Era il finale della tragedia che era la sua vita. Sì, gli dèi si stavano sollazzando a un banchetto e stavano ridendo di lui.

Vendicativa e crudele, Venere.

Venere che è signora della città in cui si è rifugiata Giulia e ora, come per una beffa del Destino diventa lo scenario della loro riunione, così, con un ordito stretto e intricato, le esistenze del principe barbaro e della matrona tornano ad essere indissolubilmente intrecciate

Era sempre stata egoista: nell’amore, nell’amicizia, nel denaro…“Io, io e ancora io” era il suo motto e lo era stato fino in Egitto, fino a quando qualcosa di più potente di un maremoto aveva sconquassato la regola fondamentale per sostituirla con un “lui, lui e ancora lui”. Allora era fuggita, troppo spaventata…

Si ritrovano per capriccio, per disegno divino, per fatalità, per predestinazione. Insieme torneranno a Roma. In un viaggio che sarà a tratti una fuga, a tratti una catarsi, spesso un percorso di guarigione.

L’aveva dimenticata per anni e ora eccola lì, più viva che mai, quasi fosse tornata dall’Oltretomba per stuzzicarlo. Euridice. Ma lui non era Orfeo che avrebbe voluto riprendersela e che, per stoltezza, se l’era lasciata sfuggire per sempre. No, non era Orfeo…

Non conosceva quell’uomo, quello baciato in Egitto era un’altra persona, e anche il solo ricordo di quel bacio la faceva tremare. Voleva conoscerlo, consolarlo, aiutarlo, perché in quegli occhi verdi aveva visto un abisso tanto profondo da spaventarla. A volte così vuoti, altre accesi da una fiamma tanto bruciante da spingerla a proseguire su quel sentiero…

Non posso e non voglio rischiare di svelare dettagli di questa trama, allora mi soffermerò sulle emozioni, perché un romanzo deve fare questo in fondo: narrare le emozioni, innescarle come la spinta sotterranea che fa procedere la trama di una storia, che  cattura il lettore.

Afrodisia città ricca e cosmopolita, la città della bellezza, congerie culturale, senza cadere nel cliché del “Maximus Maximus Maximus” (cfr. Il Gladiatore – film del 2000 di Ridley Scott) vi accoglierà tra polvere e sangue per stordirvi. Non ci sarà lo spettacolo dei retiarii e dei mirmilloni allenati in un ludus, la frenesia delle donne impazzite per i campioni dell’arena dei munera e dei ludi, non ci sono i lanisti della capitale che si adoperano per la familia, quanto piuttosto relitti di umanità perduta in una società crudele, fondamentalmente basata sulla schiavitù e sulla segregazione sociale, sull’imperialismo e sulla conquista, violenta. Dove la violenza ha bisogno di spazi in cui esorcizzarsi e mettersi in scena, per “ricomporre” la civiltà. Qui il male ha volti brutali ma anche affascinanti, come la carezza lasciva di seduzione e corruzione del ricco Tessandro, evergete e pretendente della inafferrabile Giulia. Signore assoluto di Afrodisia. Da qui partiranno Giulia e Raganhar per tornare a casa, con fratture insanabili e cicatrici profonde

«Ognuna di esse è il ricordo di un giorno che credevo fosse l’ultimo, di una notte in cui pensavo di morire. Sono la prova della morte di ogni speranza. Credevo di avere degli amici ma era un’illusione perché, quando il mio fratello romano avrebbe dovuto aiutarmi, non lo ha fatto. Quindi non ho più una casa, non ho più un amico e non ho più nemmeno una sorella.»

Si lasciano alle spalle residenze sontuose, affari e clientele, opulenza e lussuria, all’ombra dei peristili che celano i desideri più nascosti e le emozioni trattenute, più sofferte. 

Giulia Urgulania dominava sull’elemento liquido come una ninfa: non agitava la superficie, non c’erano impronte bagnate intorno al perimetro e la luminosità delle lucerne regalava al suo volto una vaghezza oscillante, tremula, come quella di un bellissimo disegno sfocato. Camminando con attenzione, Raganhar attraversò il passaggio nascondendosi dietro le colonne. Nell’aria indugiava odore di sapone e oli da bagno, uno strigile d’osso era abbandonato su uno sgabello, alcune spugne sul bordo della vasca, un’ampolla senza tappo, un paio di sandali femminili e una tunica ammucchiata sul mosaico che precedeva gli scalini immersi. Non poteva vederla né lei poteva vedere lui, ma tutto a un tratto fu sveglio, in guardia. 

Si era smarrita nel fiume di emozioni, aveva desiderato prenderlo tra le braccia e tenerlo lì per l’eternità, quell’uomo così pieno di dolore da non riuscire a dimenticarlo. Lo aveva sorpreso, lui era uscito dal nascondiglio con un sorriso in agguato in fondo agli occhi e, mentre entrava in acqua, tra loro si era intessuta una ragnatela invisibile. Le mani, la bocca.Il cuore di Giulia palpitò e si ribaltò ancora e ancora mentre spiluccava lo spiedino assente, combattuta tra la voglia di fuggire e quella di restare. Lo conosceva eppure era un estraneo, voleva toccarlo eppure sapeva che si sarebbe fatta del male. Tutte quelle contraddizioni si mescolarono alla rabbia, al rimpianto.

Rimpianto. Compagno di viaggio di Giulia e di Raganhar da sempre. Attraverseranno un  mare periglioso in un viaggio che li unirà profondamente nell’impresa disperata e coraggiosa, come prova di fedeltà e sacrificio, un congedo dopo battaglie, strategie e inganni, vittorie e sconfitte. Una fuga che è una riunione, una missione. Giulia si rivelerà generosa e coraggiosa come un commilitone, tenace e leale, assolutamente complice benché a disagio di fronte all’inaccessibilità di Raganhar

Adesso lo aveva davanti e non era mai stato tanto bello come in quel momento, così vicino e irraggiungibile come un sogno, il passato o il futuro. 

«Guardami bene, Raganhar di Gerlach: sono una donna romana, un’aristocratica, abituata ad avere ai suoi piedi schiavi e servi disposti a tutto pur di compiacerla. Eppure sono qui, divido con voi tutto, i disagi, il poco cibo, il freddo, il caldo e le mosche. Sto facendo il contrario di quello per cui sono nata e sto rischiando tutto quanto. E sai perché? Perché ho qualcuno da riportare a casa, e quel qualcuno sei tu.» La sua voce terminò in un sussurro roco mentre cercava di cogliere ogni particolare di quel volto.

Era un volto duro, deciso, con l’espressione di un uomo che ormai non ha più nulla da perdere, che non crede più in nessuno dei valori che rendono sopportabile l’esistenza. Raganhar non aveva più una casa, amici, niente di ciò che, agli occhi di lei, rendeva la vita degna di essere vissuta.

Giulia però è ostinata, nel credere in lui, nello scommettere su di loro. Vuole ciò che non dovrebbe volere, pretende ciò che non potrà avere. Vuole lui.

Voleva essere perdonata e aiutare quell’uomo che non sapeva più cosa fosse il perdono. Raganhar…

Lui, diverso per cultura, idee, religione. Lei, aristocratica fino al midollo, avrebbe dato se stessa a quel barbaro cresciuto nelle foreste e soggiogato da Roma. Forse perché portava sul cuore una cicatrice indelebile e aveva molto sofferto in nome dell’amore che travolge ogni mortale, a volte salvifico, a volte distruttore.

« …non so chi sei ora, ma so chi sei stato. Non ho paura.» Raganhar la fissò e poi rise sfrontato solo come può fare un uomo, arrogante come solo lui poteva essere. «Dovresti averne, non mi conosci» disse infine. «Allora permettimi di scoprire chi sei.»

Vergogna e gratitudine in Raganhar si mescolano al desiderio in modo esplosivo, come una miscela letale pronta a farlo impazzire, perché il rancore è un detonatore potentissimo in un uomo che non ha più nulla da perdere

Una furia antica eppure nuova si fece strada in lui, e proprio quella furia lo chiamò al suo fianco. Non avrebbe avuto il tempo di pensare ad altro, neppure a quella donna che un tempo lo aveva ferito. Nessuna paura abitava più in lui perché aveva guardato in faccia il buio, quello più oscuro e profondo, l’abisso che non tollera né indugi né cedimenti. Da quel buio era uscito, se non vincitore, almeno vivo.

Roma disincantata regina dei popoli, esigente signora delle civiltà turbata dagli scandali e dalle stravaganze della dinastia giulio-claudia, accoglie i due reduci. Roma che è patria, casa e rifugio. Dove c’è il senso dell’amicizia.

Dove per Raganhar di Gerlach c’è Messalla, un fratello di elezione, un braccio destro, un riferimento eterno, a tal punto da unirli da sempre come due gemelli divini, come due eroi inseparabili.

Nell’oscurità di una verde palude penetrò la luce azzurra del cielo negli occhi di Massimo.

«L’oscurità che mi ha catturato, che non riuscivo a scacciare.» Raganhar sollevò lo sguardo dall’anello e piantò gli occhi nei suoi. «Tutti parlano dell’oscurità» trovò il coraggio di dire Massimo. «Ma le danno nomi differenti. Anch’io ho vissuto nell’oscurità quando ero un ragazzo e odiavo mio padre, e quando ho perduto te. Soltanto…» Sospirò. «… un vile può scappare e nascondersi, ma noi, Aiace, noi dobbiamo affrontare la vita e le prove che ci impone. Altrimenti tutto ci sfuggirebbe di mano e allora non rimarrebbe più nulla per cui valga la pena vivere. Credo che questa oscurità abbia davvero più nomi, molti, e uno di questi è Fato…Aiace…L’incarnazione della pura virtù guerriera, della fedeltà e dell’onore. È un soprannome che ti appartiene, questa notte più che mai.»

«Non sono un eroe, Messalla.» «Sei un uomo, Raganhar.»

Oscurità come atto di fede, come prova, morte e rinascita che il principe barbaro affronterà. Perché l’odio è un sentimento forte, quello che forse solo l’amore può contrastare

Da qualche parte, in quella lama di oscurità che si stava avvicinando sempre più e minacciava di inghiottirlo, vide una luce. Rossa come il sangue.

Amore che si nutre di perdono e alimenta ogni speranza.

Si fissarono. Uno sguardo che li unì per un lungo momento. Giulia guardò le labbra spesse, arse dalla salsedine, amare come il sale e dolci come l’amore. Un selvaggio, un barbaro. Alzò un dito, le sfiorò e vide uno scintillio incendiare la palude. Raganhar di Gerlach abbassò il capo e posò le labbra sulle sue con delicatezza, quasi avesse paura di romperla; lei non aveva paura, non più, e non era fragile, non più. Amami, pensò. Perdonami.

Era Giulia: coraggio e dolcezza, fuoco e pioggia, la prima alba dopo la burrasca, colei che aveva sempre voluto e, per tutti gli dèi, ancora disperatamente voleva…Era la sua perla segreta, il porto dopo la tempesta, la sola che poteva risparmiargli il male e trascinarlo spudorata verso il bene. Le concesse tutto di sé: il corpo, l’anima, il soldato, il Barbaro di Roma che Roma aveva soggiogato e tradito.

L’amore è irriconoscibile a un’anima tormentata, soprattutto se si tratta di un’anima spezzata, eppure così cara e familiare a chi ha segni indelebili impressi dalla vita.

Estraneità e senso di appartenenza si alternano nell’animo inquieto di Raganhar, tanto che solo Messalla, il fratello in spirito, saprà comprenderlo appieno. Messalla dalla tenebrosa irrequieta sensualità, sornione e maestoso come il suo Antares, uomo dalla passione a stento trattenuta. Accanto al barbaro di Roma ci saranno anche il coraggioso Aquilato e Rufo, custode del mos maiorum, colonna della integrità e della identità di Roma, con i suoi occhi ossidiana, in cui arde una volontà ferrea ed una saggezza antica, quasi fosse l’austero guardiano della giustizia, dal carisma granitico

«Il mio destino è solo affar mio.» «No, è anche affar nostro» fece Rufo…

Raganhar impallidì, Rufo rincarò la dose… «…mi aspetto che il tuo comportamento sia onorevole come noi Romani ti abbiamo insegnato perché, prima di Pollione, ci siamo noi. I tuoi amici.»

Vecchi e nuovi amici, barbari e romani, liberi e servi, eroi e mortali.  

Uomini schierati per cercare vendetta o esigere giustizia. Intanto gli déi restano capricciosi indifferenti o stanchi, sadici, spettatori

«Ho capito che persino il cieco Caos ha un suo fine e che il Fato non è che una rete di fili di cui ci accorgiamo solo una volta che vi restiamo impigliati.»

Il Fato assume allora una connotazione meravigliosa, che richiama quella dell’Homo faber, artefice del proprio destino 

Lasciar andare è sapere che c’è un futuro.

Lo amava. Fu sufficiente a consolare il suo cuore perché la vita può essere capita solo andando indietro, ma deve essere vissuta sempre e solo andando avanti.

Sembra che in questi personaggi si incarni la sintesi sublime della romanità, di come la società romana abbia assimilato le diverse culture nell’idea di umanità (humanitas): dignità umana, empatia, riconoscersi simili perché uomini. La Roma di epoca giulio-claudia accoglie ogni parola, ogni gesto, ogni brivido di questi personaggi in modo compiuto e verosimile tanto da renderli vivi, da restituire loro pensieri ed emozioni, scelte comprensibili solo in quel contesto storico-culturale. Valori, paure, illusioni ed aspirazioni che sono credibili e diventano reali perché appartengono ad ogni uomo ma sono tremendamente affascinanti se riprodotte in quel momento, a Roma, nella Roma di prima epoca imperiale. Una storia di uomini e donne con i loro sogni e con le loro ambizioni, con le loro esistenze che si intrecciano mirabilmente alla Grande storia, fatta di miseria e fama, eventi. I destini incontrano la Fortuna. La forza e l’energia di questi personaggi resta inesauribile perché i valori che incarnano sono eterni, audaci, degni di una vita coraggiosa. Sono uomini ed eroi virili per ciò in cui credono e per l’ambiente in cui si muovono (il carismatico Rufo, l’irrequieto magnetico leone Messalla, il misterioso Lupo, il coraggioso Aquilato). Le eroine sono incredibilmente fiere e determinate, perché devono lottare contro una società patriarcale fortemente maschilista, contro le segregazioni e le rinunce, devono conquistarsi il loro spazio e il loro ruolo. Portano avanti l’idea di libertà, innanzitutto quella di amare e di essere se stesse (la generosa saggia Livia, la modernissima idealista Ottavia, l’indipendente  e affascinante Giulia, la travolgente e irresistibile Isholde). In questo appuntamento diventeranno delle super eroine, sacerdotesse della sorellanza e adepte dell’orgoglio femminile. Accanto si muovono figure interessanti e vivide che brillano per la personalizzazione dei personaggi, basti pensare ad un cameo del calibro di Nerone, un guitto che ci restituisce il futuro imperatore ancora nel periodo illuminato dalla guida di Seneca, tanto da infondere tenerezza nei confronti di questo giovane istrione; per non parlare poi dell’ intrigante Acasto (lo rivedremo vero??) o il fedele saggio Atticus e qualche vecchia conoscenza, ad esempio tra gli informatori ispanici…

Riempiono gli spazi dei suggestivi scenari grazie al vero talento di questa autrice: il racconto del gesto. La capacità di saper narrare ogni istante, restituendo la sensazione di esserne partecipe: mentre scorrono le pagine coglierete l’attimo esatto in cui leggendo si perde il contatto con la realtà per essere totalmente avvolti, totalmente incantati e rapiti dalla storia. Sarete lì tra le traverse della Suburra o su un triclinio a gustare pietanze e pettegolezzi, in processione per le vie sacre, sugli spalti di un teatro, nella  brulicante Afrodisia chiassosa e esotica o nella antica Efeso, tra gli sfarzi dal fascino orientalizzante, nell’Urbe tra i marmi del tribunale e il vociare del mercato, nella penombra di un lupanare o nello spogliatoio di bagni e terme, tra il sangue e il sudore di un campo di battaglia, a bordo cavea di un’arena o sugli spalti tra uno spettacolo e un altro. Sentirete il suono degli scudi, il vociare dei mercati e il tintinnare dei sesterzi, le risate argentine dei bambini che scappano dal maestro nei vicoletti del Foro, quelle sguaiate delle prostitute pronte a sgattaiolare tra le viuzze che si perdono in un labirinto  di taverne. Vi cullerà lo sciabordio delle onde che si infrangono sulla chiglia di un bireme pronta a solcare il mare sulla rotta dei commerci, la risacca che culla l’abbraccio sensuale di due innamorati, il brontolio sordo che si leva dalle terme, tra politica e ozio. Vapori e oli profumati, mirra e mandorle, mentre in lontananza si levano al cielo fumi delle lucerne nei lupanari e l’odore intenso degli incensi che riempiono gli atri delle case; intanto nei triclini e sulle terrazze estive si gustano cibi raffinati tra confidenze e preghiere, nei simposi e nei banchetti. Non vi sfuggirà la melodia languida dei sistri o la cadenza lugubre e marziale dei soldati in marcia, né il fruscio di pepli o lo scalpiccio di passi furtivi nelle notti calde che restituiscono i profumi del mare, soprattutto nella antica Ostia. Sussurri di spie, gemiti degli amanti a riparo nei talami, il boato della folla che acclama, il silenzio solenne dei templi.

La bellezza di Roma, di legno e marmo, presto di fiamme.

La forza, la passione, la grazia e l’eleganza di questa saga. Una grande risorsa. Perché l’autrice sembra non accontentarsi mai. Non si tratta solo di labor limae, cura meticolosa dei dettagli stilistico – formali e validità delle strutture narrative,  ma di quel fuoco che alimenta la creatività.

E allora si sogna e si sospira, anche riflettendo con umanità. 

E grazie. Grazie a te, Adele.

Perché la polvere dei secoli – sabbia di una clessidra, terra di un anfiteatro, rena di un approdo – diventa polvere magica.

 

Saffron

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