TITOLO: La Torre – Endgame#3
EDITORE: Triskell Edizioni
DATA DI PUBBLICAZIONE: 10 gennaio 2020

LA SERIE “ENDGAME”:
IL PEDONE – titolo originale: the Pawn – pubblicato in italia il 26 febbraio 2019
IL CAVALLO – titolo originale: The Knight – pubblicato in Italia il 28 agosto 2019
LA TORRE – titolo originale: The Castle – pubblicato in Italia il 10 gennaio 2019

Salve, Dame!
Ho avuto l’onore e il piacere di leggere per Voi in anteprima “La Torre”, volume conclusivo della serie #Endgame, in cui Skye Warren ci travolge, ci destabilizza. Ci ammalia. Siete pronte a seguirmi in questo viaggio fatto di colpi di scena e situazioni adrenaliniche?
Vi consiglio di non proseguire nella lettura qualora non aveste letto gli altri volumi della serie, in quanto la recensione potrebbe contenere spoiler.

SINOSSI:
Salvate la torre d’avorio…
Gabriel Miller giura che mi terrà al sicuro. Fuori i nemici sono in agguato, nell’attesa di colpire. Ma queste mura ci possono proteggere da un esercito.
Però il mio istinto animale mi dice che il pericolo è molto più vicino. Che è già qui…
Protettore o nemico, cos’è davvero Gabriel per me? E questa casa è un castello o invece una gabbia?
Non avrei comunque altro posto dove andare… e nessuno di cui mi potermi fidare.
Non si sfugge quando il passato è determinato a catturare la sua preda.

RECENSIONE

“La regina ha una libertà che il re non possiede. È lei a decidere il proprio fato.”
Come già detto nella recensione de “Il Cavallo”, non possiedo conoscenza alcuna del gioco degli scacchi. L’ho sempre reputato un gioco di pazienza, di calcoli e strategia, cose a me non affini. Io agisco di pancia, pondero poco le mie decisioni e l’idea di passare ore a guardare una scacchiera con il solo intento di stabilire quale mossa fare mi ha sempre atterrito.
Skye Warren, però, ha fatto sì che persino un gioco così distante dal mio modus operandi potesse coinvolgermi, fino a farmi cercare le caratteristiche di ogni pezzo.


La sorpresa è stata nel capire che il senso del libro è proprio nella definizione del pezzo che dà il titolo a ogni singolo volume di questa trilogia. Il senso vero, quello che va oltre alla semplice storia. Quello che fa da tappeto alle vicende e che le instrada e le conduce verso la fine.
La Torre, per definizione, è uno dei pezzi che acquistano potere solo verso fine partita, dove trovano utilità nel far promuovere un proprio pedone. Al momento dell’apertura, è sempre consigliabile “unire” le due torri; in tal modo, i due pezzi possono difendersi a vicenda.
Sarebbe facile pensare che la torre sia una casa, nella fattispecie quella di Gabriel Miller. Ma così non è.
«Ho costruito quella casa come una fortezza, come una dannata torre. Manca solo un ponte levatoio. Ma non avevo niente da proteggere. Nessuno.»
[…]
«Avresti potuto avere chiunque.»
«Non qualcuno per cui morire.»
Eccole, le due torri.
Avery e Gabriel, l’uno utile e indispensabile all’altra, intrecciati e intessuti di destino e dipendenza. Mentre divoravo le pagine di questo libro, la testa spesso mi partiva e, fra un sospiro e un palpito, ho pensato a Platone e al mito delle metà.
“Nei tempi andati, infatti, la nostra natura non era quella che è oggi, ma molto differente. Allora c’erano tra gli uomini tre generi, e non due come adesso, il maschio e la femmina. Ne esisteva un terzo, che aveva entrambi i caratteri degli altri.” (Simposio, Aristofane).
Un po’ come l’arrocco consigliato all’apertura di una partita di scacchi, non trovate?
Le due Torri trovano forza nell’unione, così come le due metà di illustre memoria.
«Lascia che io viva per te.»
Quale altro modo potrebbero avere per sopravvivere due entità create per vivere in simbiosi?
Avery e Gabriel non sono gli stessi personaggi che abbiamo conosciuto ne “Il Pedone”. La loro storia li ha mutati, corazzati, ma anche piegati. Avery, da statuina di preziosa porcellana è diventata una donna forte e decisa, che sa quello che vuole, che asseconda l’istinto di proteggere il suo uomo. Che ha toccato il fondo e che ora ha la consapevolezza di poter resistere a tutto.
E Gabriel?
“Ogni cosa fatta per la prima volta sprigiona un piccolo demone.” (Emily Dickinson)
Queste le parole con cui la Warren ci introduce al prologo che, piccola chicca, è con il POV di Gabriel.
Riviviamo il loro primo incontro, stavolta dal punto di vista dell’uomo e, credetemi, è straziante e allo stesso tempo micidiale leggere ancora di quel momento, sebbene da un’altra angolazione. Gabriel pensa, Gabriel si offre senza remore, Gabriel non si nasconde, dandoci la possibilità, anche se in poche pagine, di avere una visione a trecentosessanta gradi di ciò che è e di ciò che sente.
“Ho a che fare con gli uomini più pericolosi ogni giorno. Criminali. Farabutti che si nascondono negli angoli più oscuri della città, senza mai battere ciglio. Nocche sbucciate e seni nudi. È tutto ciò che conosco. Sono il lusso e gli inchini, che mi mettono a disagio. Uomini in smoking, donne in abiti lucidi. Un nemico che mi accoglie con una stretta di mano. Mi si rizzano i capelli sulla nuca.”
Questa volta, è Gabriel Miller che incontra Avery James e noi siamo lì, con lui. Siamo nella sua mano quando le afferra il braccio per impedirle di cadere, siamo nelle sue pupille quando incrociano lo sguardo di lei, siamo nell’aria che aspira e nel suo cuore che batte all’impazzata. Siamo nel suo cervello quando decide che, prima o poi, quella figura così eterea e dolce sarebbe stata piegata, spezzata. Da lui.
Ma cos’è che spezza davvero? L’odio o l’amore più profondo e vivido?
E quando l’oggetto della nostra passione viene messo in pericolo, cosa si fa?
Si protegge.
«È protezione, quando si tiene un fiore nell’oscurità, lontano da acqua e luce? Guardarlo mentre appassisce davanti ai tuoi occhi?»
Probabilmente, Avery dovrebbe sentirsi costretta e senza libertà nella torre di lusso e opulenza che Gabriel le mette a disposizione. D’altronde, è passata da quella paterna a quella dell’uomo che ama e odia allo stesso tempo, dallo sfarzo della mondanità ai vizi che le vengono concessi come panacea alla cattività.
Ma questo è l’unico modo con cui Gabriel sa amare, con cui protegge e tiene al riparo l’oggetto più prezioso e Avery, quasi inconsapevolmente, si plasma e si adatta, incapace di vivere lontana dal suo odiato amore.
Le due torri si uniscono, la partita inizia.
“Pandora aprì il suo vaso mitologico, liberando tutti i mali dell’umanità: malattie e pestilenze. Quello che la maggior parte della gente dimentica di dire di quella storia è che c’era solo una cosa rimasta sul fondo, quando la richiuse. La speranza, intrappolata all’interno. La domanda non è mai stata come chiudere il vaso. La domanda è come riaprirlo.”
Ho letteralmente divorato questo libro, presa com’ero dall’evolversi incalzante della storia e dal lato suspence della vicenda, magistralmente pennellato dalla Warren.
Tutto è dosato nei minimi particolari e il cerchio aperto ne “Il Pedone” si chiude alla perfezione, lasciandoci però con la voglia e la quasi necessità di leggere ancora di questa coppia talmente tanta è stata la bravura della Warren nel farci entrare nelle loro vite, nelle loro personalità, finanche nei loro difetti e nelle loro angosce.
Non lasciatevi scappare questa lettura, Dame: non ve ne pentirete.
“Gli errori sono tutti lì sulla scacchiera, pronti per essere fatti.” (Xavier Tartakower)

Laura

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