Salve Dame! Ho letto per voi “Mamme coraggiose per figli ribelli”, di Giada Sundas.

Volete sapere cosa ne penso?

E allora venite con me!

TITOLO: MAMME CORAGGIOSE PER FIGLI RIBELLI

AUTORE: Giada Sundas

EDITORE: Garzanti

DATA DI PUBBLICAZIONE: 24 maggio 2018

PREZZO: € 9,99 (ebook) – € 14,96 (copertina rigida)

SINOSSI:

Giada è la mamma di Mya, una vivace bambina di tre anni. Da quando l’ha abbracciata per la prima volta, la sua vita si è trasformata in un’altalena di momenti indimenticabili e crisi impreviste che nemmeno il più illustre manuale del genitore provetto insegna ad affrontare. E se, superato il primo anno di pappe, strilli indecifrabili e rigurgiti repentini, ci si illude che il peggio sia passato, si sbaglia di grosso. Nessuno lo sa meglio di Giada. Ora che sua figlia cresce un poco ogni giorno, le sfide quotidiane si moltiplicano. Perché è già dai due anni che inizia la ribellione dei figli, una tacita dichiarazione di guerra ai genitori e alla loro pazienza infinita. Ninnenanne e pannolini sono niente in confronto ai «no» che diventano un mantra, l’unica testarda risposta a tutte le domande. Giada si è presto resa conto che in questi casi non c’è da allarmarsi se non si ha la soluzione giusta a portata di mano. Perché quando si tratta di fare la madre non esistono rigide istruzioni o consigli insindacabili. Ci vuole solo coraggio a volontà. Il coraggio di accettare che ci sono giornate in cui tutto fila liscio come l’olio e giornate in cui non si vede l’ora di spegnere la luce per non sentire più strilli insopportabili. Di affrontare ogni cosa un passo alla volta, seguendo il proprio istinto di madre, e sbagliando, se necessario. Perché l’imperfezione è l’unica regola universalmente valida. L’imperfezione che scalda il cuore quando un figlio si avvicina e si lascia sfuggire un «ti voglio bene anch’io», che fa sorridere di fronte alle sue ribellioni quotidiane, dalla modalità muso-lungo-per-sempre ai capricci dal tempismo perfetto, passando per la favola preferita raccontata migliaia di volte. È l’insieme di tutti questi istanti imperfetti ed esilaranti a rendere le mamme sempre più coraggiose e i figli meravigliosamente ribelli.

Dopo il successo travolgente di Le mamme ribelli non hanno paura, per settimane in classifica, Giada Sundas, la mamma più amata dal web, torna a parlare del mestiere più difficile del mondo: fare la madre. Con la sua inconfondibile vena ironica, ci esorta a mettere da parte la ricerca della perfezione e lasciare che sia il tempo trascorso con i nostri figli l’unico manuale di cui fidarsi per vivere appieno e regalare l’amore più puro che esista.

RECENSIONE

C’è un proverbio cinese che recita più o meno così: «Nella vita bisognerebbe fare tre cose, fare un figlio, scrivere un libro e piantare un albero». Mi chiamo Giada Sundas, ho ventiquattro anni, ho fatto un figlio, ho scritto un libro e un giorno ho piantato del basilico ed è nato un cactus. Niente male, considerando che, fino a poco più di tre anni fa, credevo di essere una fallita qualsiasi. Neanche una fallita in qualcosa in particolare, proprio una fallita generica, un passe-partout dell’incapacità. Guardatemi adesso, invece, ho un cactus.

Quando mi viene assegnato un libro da recensire, uso sottolineare le parti che più mi emozionano man mano che vado avanti con la lettura. Una volta finito, riprendo questi appunti e scelgo quelli più interessanti o più facilmente inseribili nella recensione.

Qui ho avuto un serio problema: alla fine della lettura, mi sono resa conto di aver sottolineato gran parte del libro!

Giada Sundas è una donna vera, che non si nasconde dietro false maschere di perbenismo, che non bada ai canoni della società secondo i quali le mamme dovrebbero essere grate al fato e all’universo intero solo per il dono della maternità.

No.

Lei parla a ruota libera di tutti gli aspetti di questo ruolo, eviscerandone tutti i difetti e i rari pregi (concedetemelo, non alzate gli occhi e non puntate il dito: ci torneremo poi, su questi “pochi pregi”.)

Ho dato alla luce una bambina a ventun’anni e ho fatto la madre, nient’altro che la madre, per quasi tre anni durante i quali ho avuto modo di constatare che tutto quello che mi era stato raccontato al riguardo era una grandissima stronzata.

 Una mamma che è quasi una bambina, non trovate?

Eppure nei suoi racconti, oltre alla preponderante ironia dissacrante, ho trovato presa di coscienza, di maturità.

La Sundas è conscia del suo ruolo e, proprio per questo, riesce a parlarne in maniera schietta, reale.

Che sia stato un parto naturale, cesareo o con il metodo matrioska, La Madre vede la luce il giorno della nascita del primo figlio, pochi secondi dopo aver rivolto al partner la celebre frase «da oggi io e te dormiamo in letti separati», anche se non manterrà la promessa. Non è vero, infatti, che non dormirà più con lui: lei non dormirà più con nessuno. Lei non dormirà.  Mai  più.

Non trovate che sia verissimo?

Ora. Parlare della maternità non è cosa semplice. In generale, si cerca sempre di scrivere libri o di fare discorsi che, quantomeno, vadano a mietere il riscontro di chi ci legge o ci ascolta. Siamo tutti politically correct, siamo tutti dalla parte del più debole, no?

No.

L’Autrice, riportando in maniera schietta e cruda le sue vicende, va a dissacrare e a smontare tutti i capisaldi che la società impone al ruolo di mamma.

E io l’ho adorata.

La verità è che mi sono sempre considerata una mamma un po’ rock and roll. Molto  rock perché, dopo aver ripetuto per la terza volta: «Vai a metterti il pigiama», subisco la mutazione nel pericoloso ibrido Mamma/Ozzy Osbourne, ma soprattutto perché dopo la gravidanza ho arrotondato drasticamente le mie forme e adesso  roll  che è una meraviglia.

 Quante volte noi mamme ci siamo sentite sotto pressione solo perché abbiamo desiderato una misera ora solo per noi?

Quante volte abbiamo pensato, sole nel cuore della notte con un bambino urlante fra le braccia, che forse avremmo dovuto divertirci di più in passato?

E quante volte abbiamo avvertito addosso sguardi pregni di giudizi di persone sconosciute solo perché abbiamo avuto l’ardire di imporci su nostro figlio non rispettando quello che poteva essere il comune pensiero?

E quante volte abbiamo tenuto per noi queste sensazioni, perché sicure che nessuno ci avrebbe capite fino in fondo?

La Madre porta in grembo la sua creatura per nove mesi – sette se ha l’abbonamento ad Amazon Prime – e poi viene al mondo quando mette al mondo. 

Ed è vero!

Si studia per diventare avvocato, dottore, commercialista, oculista.

C’è una facoltà per ogni tipologia di lavoro.

Tranne che per quello più importante, più coinvolgente, più totalizzante.

La maternità.

Non siamo mai pronte, non siamo mai sicure. Andiamo in ospedale, partoriamo e ci ritroviamo fra le braccia questo scampolo di essere umano, del tutto dipendente da noi.

L’amore parte incondizionatamente, ma, oltre a dover essere amato, un bambino deve essere nutrito, pulito, protetto, curato.

Si cresce con loro e per loro, in una legame biunivoco che va oltre al mero amore.

Un figlio non si ama. Un figlio si vive, si respira, si sente.

Avevo sentito a lungo parlare dei famigerati  terrible  two , ma non avevo mai capito bene che cosa fossero. Sono una strana incognita, fanno parte di quella categoria di cose che non comprendi mai fino in fondo, come i podcast o i ribes. Una volta finitaci dentro con tutte le scarpe mi è stato chiaro: i terrible two  sono quella fase nella crescita del bambino che ti fa scoppiare a ridere in faccia alle mamme dei neonati che ti dicono di non vedere l’ora che i loro bambini crescano come il tuo e, allo stesso tempo, che fanno scoppiare a ridere le madri di bambini più grandi del tuo quando dici loro la stessa cosa.

 Ogni tappa di crescita ha le proprie prerogative: crescono, diventano curiosi, sempre più adulti e meno bambini, ma… Ma.

Ricordo ancora quando, con mia figlia di 2 anni e qualche mese, andai a fare la spesa in un centro commerciale.

All’entrata erano esposti arredamenti da giardino e lei, con tutta la nonchalance del mondo, si avvicinò a un dondolo da 1.700,00 euro.

Lo guardò e si girò verso di me.

Sguardo tronfio, atteggiamento prepotente.

“Vojo chesso”.

Superfluo dire che continuai la spesa con lei in crisi isterica attaccata al mio polpaccio.

Superfluo, ma necessario, dire che non ci fu nessuno che mi chiese se avessi bisogno di aiuto.

Superfluo, ma importante, dire che in compenso tutti mi guardarono come se fossi il mostro di Milwaukee.

Ho bene impresso nella mia mente il momento ante-maternità in cui sostenevo che non avrei mai fatto vedere la televisione a mia figlia. Mi suscita una certa ilarità, ora.

 Anche io! Anche io! Ero una di quelle mamme che avrebbero voluto impegnare i pomeriggi dei propri figli con attività ludiche di manipolazione, con escursioni, con contatti con la natura e chiacchierate.

Ero.

Poi, come la Sundas ci racconta, è arrivata Peppa Pig.

Ogni singola azione della nostra eroina è corredata da una risatina isterica e squillante e dall’opportuna spiegazione della voce narrante. Un’azione da dodici secondi la vedremo, così, dilatarsi in un minuto: Peppa prende una mela, Peppa ride, la voce narrante dice che Peppa ha preso una mela, Peppa dice che le mele sono buone, Peppa ride, la voce narrante dice che Peppa adora le mele, Peppa morde la mela eccetera eccetera. Poi, siccome qualcuno deve aver fatto notare alla riunione semestrale che il risultato finale non era abbastanza mortalmente fastidioso, sono stati aggiunti grugniti, ringhi, belati e il suono di uno strumento a fiato fuori campo. Chissà che brutto rapporto deve avere con la propria coscienza l’uomo che ha fatto sì che tutto questo sia diventato realtà.

 Faccio outing: io odio Peppa Pig, ma l’ho usata. Oh, se l’ho usata. Dovevo lavarmi i capelli? Peppa Pig. Volevo mettermi lo smalto? Peppa Pig. Mi sentivo frustrata? Peppa Pig.

E anche lì, come premio, un bel bouquet di sensi di colpa.

Dame, fare la mamma è il mestiere più difficile del mondo.

Non saremo mai perfette, non avremo mai la certezza di aver fatto bene, e i dubbi sul futuro psicologico dei nostri figli ci dilanierà sempre il corazon.

Perché? Perché siamo umane. Perché siamo esseri senzienti al servizio di piccoli umani che dipendono in tutto e per tutto da noi. Perché siamo fatte di carne, e non di titanio.

Perché si sbaglia, e non c’è niente di male, in questo.

Ricordate? All’inizio vi ho detto che avrei approfondito dopo il discorsi sui pochi pregi.

Eccoli.

Sono questi.

La nostra infallibilità ci rende umane, donne, e quale pregio migliore di questo?

Quale esempio migliore da dare ai nostri figli?

Ed è per questo che ho adorato questo libro. Non si parla di donne inarrivabili che vivono la propria maternità come le mamme delle pubblicità, sempre perfette, no.

Qui la maternità è vissuta davvero, con estratti di vita reale, con gaffes, errori, disagi.

Il tutto vissuto con ironia e leggerezza, perché è proprio così che dovremmo essere.

Dobbiamo ridere, mamme. Dobbiamo ridere di noi e delle nostre insicurezze. Dobbiamo capire che non sono quelle che fanno di noi cattive genitrici, perché non ne esiste una al mondo.

La maternità non prevede fazioni, solo unicità, e tu sarai una madre unica nel tuo modo di essere.

Grazie, Giada, per averci regalato questo meraviglioso spunto di riflessione.

Alla prossima!

Laura Gaeta

Storia