Buongiorno Harem e benvenuti al  Review Party dedicato all’uscita di  QUEST’ANNO NON SCENDO, il nuovo ed esilarante libro scritto dalla pazza combriccola di Casa Surace, edito Sperling & Kupfer. Una storia ironica e divertente ma anche profondamente vera, da regalare a Natale a tutti i parenti, sopratutto a quelli che non potranno “scendere giù” per le vacanze natalizie, ma solo rigorosamente insieme al PACCO con tutte le provviste necessarie per affrontare il freddo e inospitale Nord.

Laura l’ha letto per il nostro Blog, venite  a leggere cosa ne pensa.

TITOLO: Quest’anno non scendo

AUTORE: Casa Surace

EDITORE: Sperling & Kupfer

DATA DI PUBBLICAZIONE: 27 novembre 2018

PAGINE: 290

PREZZO: € 8,99 (ebook) – € 14,36 (copertina rigida)

SINOSSI

Antonio Capaccio è un giovane del Sud trapiantato al Nord. Dopo anni da fuorisede, tra università e stage, sta finalmente per raggiungere l’agognato obiettivo di ogni precario: il posto fisso. Ma è un sogno che si realizza a caro prezzo: Antonio dovrà restare a Milano durante le imminenti feste di Natale. Potrebbe sembrare una buona notizia, ma non per una famiglia del Sud: sua madre Antonietta, ricevuta la telefonata sul baldacchino che la porta in processione per le vie del paese nelle vesti di Santa Lucia, grida disperata, tra la folla scoppia il caos e mezzo paese finisce in ospedale. Al capezzale della moglie, Rocco Capaccio si gioca tutte le promesse che un uomo non farebbe mai, purché lei si risvegli. Arriva a giurare di portarla fino a Milano per trascorrere il Natale insieme al figlio. E allora, miracolosamente, la donna apre gli occhi. Inizia così, a bordo di uno scassatissimo furgone Volkswagen anni Settanta, il viaggio verso Nord della famiglia Capaccio: genitori, nonni, fratello, zia, cugini e pure amici al seguito. Qualcuno affronta quei mille chilometri di asfalto con un desiderio segreto nel cuore: chi vuole fuggire per sempre dal paese, chi sfondare nella musica, chi ritrovare un amore perduto. Ci saranno sorprese e avventure, imprevisti e rivelazioni, tra epiche sfide di nonne ai fornelli, gemellaggi etilici Sud-Nord, nuovi amori e vecchi rancori. La famiglia rischierà di scoppiare, la destinazione sembrerà irraggiungibile. Ma al grido «Nulla separa una famiglia a Natale», i Capaccio saranno pronti a sfoderare un intero arsenale di astuzie e tradizioni pur di compiere quella missione impossibile. Tuttinsieme: perché una famiglia è una famiglia solo quando non si divide. Con “Quest’anno non scendo”, gli autori e fondatori di Casa Surace – Simone Petrella, Daniele Pugliese e Alessio Strazzullo – firmano il loro primo romanzo.

RECENSIONE

“Tutte le volte che sua madre aveva litigato con lui, senza che lui naturalmente ne fosse consapevole (le mamme spesso lo fanno, sapete, litigano senza avvisare gli altri che è in corso un litigio), il campanello d’allarme era stato proprio il non aver ricevuto una telefonata la domenica. Oppure un tono poco coinvolto, una risposta fredda, una chiacchierata scostante. Soprattutto la domenica, non essere sopraffatto dalle domande della tua famiglia, da racconti inutili, da una valanga di nomi di figlie, di nipoti di terzo , quarto grado che mai avrai incontrato nella tua vita e forse mai incontrerai, voleva dire che qualcosa non andava . Soprattutto la domenica, chiedere “Hai mangiato?” voleva dire “Ci manchi, siamo tutti qui e tu non ci sei.”

Non credete anche voi che sia vero?

Gli affetti, la famiglia, il calore. Quante volte ci hanno messo un cappio al collo? Quante volte ci siamo sentiti subissati di “doveri” verso i nostri cari? E quante volte siamo stati seduti intorno a un tavolo contando i minuti che ci separavano dalla fine del pranzo familiare?

Poi, però, si cresce. Chi si sposa, chi tenta fortuna lontano da casa, chi trova lavoro e inizia a vivere da solo. Crescere è indipendenza, è maturità. Ma non è anche separazione?

Quante volte, quindi, ci siamo trovati a ricordare con struggente malinconia i pranzi subiti, i cenoni, gli abbracci, le visite e i famigerati “doveri”? E che si fa, allora? Si torna alle origini, si cercano gli odori e i sapori dell’infanzia, si costringono i figli a chiamare nonni e zii, si diventa uguali ai nostri genitori.

 «La domenica si mangia tutti insieme», aveva risposto nonna Rosetta. «Dove stiamo, stiamo.»

 Ma cosa significa, in fondo, “stare insieme”?

Cos’è che ci costringe a subire caratteri particolari, fissazioni e chiacchiere inutili e ridondanti?

Perché costringiamo noi stessi a vivere esperienze che, a occhi esterni, potrebbero sembrare quasi torture?

Cos’è, la famiglia?

“E poi pensò a quanto fosse difficile tenere insieme una famiglia. Quanto fosse difficile impegnarsi costantemente, ogni giorno, per far restare unito un organismo così complicato. Quante telefonate, quante domande tipo «Hai mangiato?» una nonna o una mamma dovevano fare per tenere insieme una famiglia?

Quanto era difficile riuscire a tenere strette le radici quando eri costretto a vedere pezzi di te partire lontano? E quanto coraggio ci vuole, invece, per partire e allontanarsi dalla propria terra? Tanto. Quanta forza ci vuole a lasciare andare via le persone che ami? Se sei un papà, una mamma, una nonna, è difficile quantificarlo. Quello sarebbe stato il primo Natale che non avrebbero trascorso insieme, ma quanti ce ne sarebbero stati ancora?”

So benissimo la sensazione che si prova quando arriva una ricorrenza e, per la prima volta in vita tua, non hai accanto a te i tuoi cari. È devastante, perché tutto ciò che fino a qualche istante prima era scontato, diventa un desiderio. Ti ritrovi a bramare ciò che avevi sempre detestato, ciò che avevi sempre subito, rendendoti conto, finalmente, di cosa significa “famiglia”.

La famiglia è il focolare caldo in una giornata uggiosa, è un abbraccio in un momento di sconforto, una tisana calda quando hai freddo o un analgesico quando hai mal di testa. Sono i vestiti puliti e freschi di bucato nell’armadio, la camera arieggiata, e poco conta se è dicembre e ci sono i pinguini sul balcone.

La famiglia è la spalla su cui piangere, è una risata da condividere, è avere sempre qualcuno con cui condividere i propri segreti o a cui chiedere un consiglio.

La famiglia è l’ovvietà, la famiglia è scontata: c’è sempre, ovunque, perché la portiamo nel cuore.

La famiglia siamo noi, con le nostre abitudini, con le ricette della nonna da tramandare, con le frasi fatte e i rimedi casalinghi.

 «Se ti chiamano Terrone, tu dici che sei orgoglioso di essere Terrone.» «Pa’, ma qua nessuno mi ha chiamato Terrone.» «Non ancora, a papà, ma succederà.» «Vabbè, ho capito, ma vuliss’ purta’ male a me?» «Tu sai come devi rispondere?» «No, come devo rispondere? Sentiamo.»

«Che sei del Sud con una famiglia del Sud.» «Va bene.» «Anzi, Anto ’, rispondi che la tua non è una famiglia del Sud. Dici che la tua “È” la famiglia del Sud.»

 Questo libro corale e magicamente orchestrato è stato una vera e propria sorpresa. Fra scherzi e battute, mi sono ritrovata a realizzare quanta verità ci fosse fra le righe, quanta delicatezza nel descrivere personaggi e situazioni.

Le vicende si rincorrono senza sosta, senza zone d’ombra, ma, al contempo, non appesantiscono la storia, che scorre fluida e senza intoppi.

Ogni protagonista si mostra completamente, dandoci  così modo di apprezzarlo totalmente e di capirlo a fondo.

Sembra quasi di essere con tutti loro, nel furgone scassato di Rocco, tant’è che, a fine lettura, arrivi alla parola “fine” con malinconia.

Come quando, alla fine di una rimpatriata, devi salutare i tuoi parenti: sono pesanti, chiacchierano troppo, ma sai già che ti mancheranno.

È un libro in cui i luoghi comuni la fanno da padrone, sdoganandosi però da tale definizione, per apparire per ciò che sono in realtà: amore. Amore incondizionato, puro. Amore che è affetto filiale, passione. Amore in tutte le sue forme.

C’è chi soffre per un amore perduto, chi perché non può cucinare per i suoi cari, chi perché ama tanto la sua passione, chi perché sa che deve mantenere una promessa.

Ognuno ama, ognuno è famiglia.

 “In pratica, l’unica cosa che non producevano in casa era l’acqua. Non era fabbisogno, era tradizione.”

 Alla prossima,

Laura

STORIA