Titolo: Se i pesci guardassero le stelle

Autore: Luca Ammirati

Data di pubblicazione: 22 gennaio 2019

Casa Editrice: Dea Planeta

Genere: Narrativa contemporanea

Sinossi:

Non esistono sogni facili. Esiste solo il coraggio di inseguirli.

Samuele ha trent’anni, una gran voglia di essere felice e la fastidiosa sensazione di girare a vuoto, proprio come fa Galileo, l’amico “molto speciale” con il quale si confida ogni giorno. Sognatore nato, sfortunato in amore, vorrebbe diventare un creativo pubblicitario ma i suoi progetti vengono puntualmente bocciati. Così di giorno è un reporter precario e malpagato, mentre la sera soddisfa il proprio animo poetico facendo la guida al piccolo Osservatorio astronomico di Perinaldo, sopra Sanremo: un luogo magico per guardare le stelle ed esprimere i desideri. Proprio lì, la notte di San Lorenzo incontra una misteriosa ragazza, che dice di chiamarsi Emma e di fare l’illustratrice di libri per bambini. Samuele ne rimane folgorato e la invita a cena, ma è notte fonda e commette il più imperdonabile degli errori: si addormenta. Quando si risveglia, Emma è scomparsa nel nulla. Ma come la trovi una persona di cui conosci soltanto il nome? Non sarà l’ennesimo sogno soltanto sfiorato? In un tempo in cui persino l’amore sembra un lusso che non possiamo permetterci, questo romanzo di Luca Ammirati ci ricorda che per realizzare i nostri desideri è necessaria un’ostinazione che somiglia molto alla follia. E che a volte bisogna desiderare l’impossibile, se vogliamo che l’impossibile accada.

Recensione:

Buongiorno, Dame!

il libro di cui vi parlo oggi è “Se i pesci guardassero le stelle” di Luca Ammirati, uscito il 22 gennaio scorso con la Dea Planeta.

Avete un po’ di tempo da dedicare a me e a questo romanzo? Sì? Bene, allora mettetevi comode perché ho tanto da raccontarvi.

Questo romanzo è figlio del nostro tempo; analizza, in chiave ironica e romantica, il tessuto sociale con cui deve fare i conti ogni giorno la mia generazione. I problemi, le ansie, le paure, le difficoltà. E i sogni. Sì, i sogni. Sono quelli che ci fanno andare avanti, che ci permettono di non mollare mai anche quando la situazione sembra disperata, quando temiamo di non arrivare alla fine del mese e ci arrabattiamo per sbarcare il lunario. È un romanzo che parla di coraggio e di speranza. È un romanzo che insegna a credere: innanzitutto in se stessi, poi nelle persone e nella capacità di cogliere nuove possibilità.

Un testo che ha più chiavi di lettura, che affronta la natura dell’animo umano sotto più punti di vista e su piani diversi, che costringe a fare i conti con le classiche domande esistenziali. Un testo in cui si respira la VITA in tutte le sue forme.

Vi dico subito che non parlerò della trama. È sufficiente la sinossi. Ho deciso di impostare questa recensione tramite estratti, frasi che ho ritenuto significative per poi argomentare. Partiamo.

Che cos’è la vita? Esiste una definizione univoca e uguale per tutti? No, è evidente. Ognuno di noi ha una propria e personale visione. La vita è ciò che noi vogliamo e decidiamo di essere. In una parola, vivere significa scegliere. Ma abbiamo davvero la possibilità di scegliere sempre? Samuele ci risponde così:

«Purtroppo non sempre si può scegliere» allargo le braccia.

Samuele è un trentenne che sogna di fare il pubblicitario. Purtroppo, però, finché non raggiunge questo obiettivo, si deve accontentare di fare il reporter di giorno e la guida astronomica di sera. Entrambi con un compenso quasi simbolico. Quanto costa realizzare il proprio sogno? Quanti sacrifici bisogna fare?

Il protagonista incarna una delle piaghe che affligge le giovani generazioni. Il precariato. Un tempo esisteva il mito del posto fisso, oggi non è più così. Che cosa implica essere un lavoratore precario? Significa vivere nell’incertezza, nell’instabilità, nell’ansia. Soprattutto viene a mancare la progettualità. Pianificare a lungo termine diventa pressoché  impossibile quando a malapena si riesce a pagare l’affitto e le bollette. Non solo.

“Trent’anni non sono niente. E poi trenta è un numero bellissimo. Si è ancora giovani, ma già adulti. Si può vivere la vita al meglio e sentirsi al centro di tutto.”

Quanto ci facciamo condizionare da ciò che la società si aspetta da noi? A trent’anni si presume di avere un lavoro stabile, magari anche una fede al dito e qualche bambino. Come si può vedere un futuro se non si ha una stabilità?

Non dimenticherò mai il giorno in cui sono stata licenziata. Il mio capo disse queste parole: “Sei giovane, non hai una famiglia, puoi ricominciare.” Parole che non auguro a nessuno di sentirsi dire. E mi collego allo step successivo.

Io valgo qualcosa?[…] Perché è sempre lì, accanto a noi, l’imbarazzo di non essere all’altezza, il timore di non farcela, di non essere abbastanza forti, di veder venire giù tutto da un momento all’altro. Ancora una volta. L’ennesima.

Avere un lavoro non significa solo avere una gratificazione, è molto di più. Vuol dire trovare il proprio posto nel mondo. A quelle famose parole mi crollò il mondo addosso, sapete? Avevo studiato anni per ottenere il famoso pezzo di carta, avevo lavorato sodo durante il praticantato, addirittura avevo accettato di sostituire una collega in maternità facendo gli straordinari e uscendo dall’ufficio spesso e volentieri alle dieci di sera. Eppure, non è bastato. Il senso di sconfitta e di perdita che provavo erano atroci. A 28 anni non volevo dipendere da mia madre, volevo dimostrarle di farcela da sola, volevo ripagarla dei sacrifici che aveva fatto per farmi studiare. Ho mandato centinaia di curriculum e sono stata presa in un altro studio. Sapete quanti rospi ho dovuto ingoiare? Mi dissero: “Non possiamo affidarti certi clienti perché non accetterebbero di essere seguiti da una con il tuo aspetto.” Ero grassa. Da quando è necessario essere una modella per tenere la contabilità? Pensare che i miei vecchi clienti piansero quando fui licenziata e vi confido che ancora oggi mi salutano per strada. Ancora una volta non ho mollato, ho accettato incarichi minori pur di lavorare. Di sera, di nascosto, piangevo nel mio letto. E la mattina ricominciavo, forzando un sorriso che non sentivo.

Amavo il mio lavoro, sapete? Anche se ora faccio altro, mi manca, nonostante le angherie subite. Per motivi familiari poi sono passata ad altro. Non mi sono mai arresa, crollavo e mi rialzavo. Ci hanno provato in tanti a spezzarmi, ma non ci sono mai riusciti. La forza di volontà che mi appartiene è stata più forte di tutto e tutti. Mia madre, la mia roccia. Mio nonno più di una volta mi ha additata come fallita. E mi ci sono sentita, sapete? Poi, un’amica a me molto cara, mi ha detto che non siamo mai dei falliti finché siamo nel cuore di qualcuno.

Nel libro, troverete alcune conversazioni che Samuele fa con un amico molto speciale. Leo, il suo pesce rosso. Credo non sia stata una scelta casuale da parte dell’autore. Leo rappresenta il nostro riflesso. Un pesce rosso che nuota vorticosamente in una boccia di vetro, ma che rimane sempre fermo. Il suo spazio è limitato, non ha prospettive di cambiamento. Ho trovato questa immagine molto azzeccata. Chi ci è passato, come me e Samuele, sa di cosa parlo. Non avere un lavoro o un lavoro precario, ti fa sentire non accettato, fuori posto. Si diventa inevitabilmente insicuri e si ergono barriere e corazze. E si cerca una via di fuga.

Una finestra su un altro mondo, differente, che taglia tutti i ponti con il passato.

Per Samuele è la passione per l’astronomia, per me, come potete ben immaginare, è stata ed è tuttora la lettura. Anche nei momenti più bui, non vedevo l’ora di fiondarmi in libreria per comprare nuovi volumi, immergermi in quelle pagine, vivere vite diverse. Si legge per trovare un piccolo pezzettino di noi in ogni libro, si legge per evadere. Ma leggere significa anche stimolare la fantasia. Significa sognare.

«È molto bello immaginare che il cielo custodisca i nostri sogni» dice Emma, lo sguardo perso in lontananza. «Sai, è quando smettiamo di sognare che…» «Diventiamo adulti?» provo ad anticiparla. Lei scuote il capo e fa un sorriso che sembra condito da una nota di amarezza. «No, che la nostra anima inizia a inaridirsi.»

Non credo sia un caso che il nostro protagonista sia appassionato di astronomia. Ho trovato in questa scelta autorale due chiavi di lettura. Se volete semplicistiche, ma rendono l’idea. E poi è proprio nella semplicità che risiede il vero senso della vita, no?

La prima. Se rapportiamo l’essere umano al cielo, esso diventa una particella infinitesimale. Ci aiuta a rimettere tutto nelle giuste proporzioni, a stupirci e a meravigliarci di fronte all’immensità dell’universo.

La seconda. Visto che si parla di astronomia, vi cito la notte di San Lorenzo. Perché tutti restiamo con il naso all’insù, aspettando di vedere quella scia luminosa ed esprimere un desiderio? Perché crediamo ancora in qualcosa. E perché in fondo possiamo paragonare le nostre vite alle stelle cadenti. Sono effimere esattamente come la vita stessa, ma sono fatte anche di luce. La luce della speranza, persa, nascosta o ritrovata. Noi stessi siamo luce e dobbiamo cercare di brillare per quanto è possibile.

Nell’ultimo estratto, avrete notato il nome Emma. Emma è il sogno apparentemente irrealizzabile di Samuele. Una ragazza incontrata durante una notte magica e sparita al mattino dopo. Samuele farà di tutto per ritrovarla. Perché va bene il successo professionale, ma chi siamo senza aver nessuno accanto? Condivisione. Se pensiamo a questa parola, in questa era prettamente social, si pensa subito a quella relativa a un post o a un twitt. La socialità non è solo virtuale, è una necessità insita nell’essere umano. È uno scambio di idee, emozioni, esperienze. Arricchimento. Come diceva qualcuno, siamo animali sociali e non siamo fatti per stare da soli.

Fino a che punto è giusto spingersi per realizzare i propri sogni? Samuele avrà accanto due amici, Ilenia e Jacopo. È come se incarnassero l’angelo e il diavolo. La prima, sempre ottimista, positiva con un animo delicato e romantico. Il secondo, più razionale, pragmatico, che non esita a dare del folle a Samuele e a infierire con battute sarcastiche. So come si sente Samuele. Ho avuto due grandi amori: il primo amore, la classica storia durata anni da ragazzina. Il secondo è stato più recente.

Avevo due “pseudo-amiche” (col senno di poi) che non smettevano mai di denigrarmi, di dirmi che ero una visionaria, una pazza che viveva nel suo mondo. Io, che vivevo perennemente fra le pagine di un libro e che sognavo un amore che mi desse le emozioni che provavo leggendo, non mi sono mai data per vinta. A pensarci oggi, ero completamente fuori di testa, sono stata avventata, sconsiderata e molto tenace. Loro non sapevano cosa quest’uomo mi  suscitasse, come mi faceva sentire. Nessuno può giudicare ciò che alberga nel cuore di un’altra persona. Non è andata a buon fine per altri motivi, purtroppo, ma, ad oggi, so con certezza che non mi sono sbagliata.

Qui si instaura un altro interrogativo. Qual è il confine fra realtà e illusione? Fino a che punto è giusto spingersi per perseguire uno scopo? La mia risposta è molto semplice. Banale forse, ma tant’è. Non credo di essere molto lontana dalla verità. La parola limite non mi è mai piaciuta. Per carattere, sono una tosta, una combattente, posso perdere una battaglia, forse anche la guerra a volte. Ma so di averci provato fino in fondo. Non voglio restare sveglia di notte a chiedermi “e se?”. La vita è un soffio, va sbranata a morsi.

Non si sente più il bisogno e la voglia di fare un passo in più, perché è troppo facile, troppo comodo restare fermi dove si è.

Magari inseguire i sogni significa proprio questo: avere il coraggio di non fermarsi a un’illusione e guardare avanti. Verso il futuro. Verso le novità.

Ho adorato come l’autore abbia ambientato questa storia a Sanremo, un paesino in cui tutto sembra sempre statico. Dove fra i caruggi si sente l’odore della salsedine, il profumo di fresco del bucato appena lavato e della focaccia appena sfornata. Un’ambientazione che è il simbolo del cambio generazionale di testimone. Da una parte abbiamo la vicina di casa ottantenne, sola ma con una grande voglia di vivere, e il direttore affezionato al giornalismo vecchio stampo e restio verso le nuove tecnologie. Dall’altro abbiamo Samuele, la gioventù. Certo, non esisterebbe l’uno senza l’altro; mai dimenticare il passato che sono le nostre radici e avere l’occhio al futuro. Ecco allora che il precariato può essere visto sotto un’altra ottica. Non solo negativa. Può diventare sinonimo di opportunità. Mai adagiarsi. Il vuoto può far paura è vero, ma impariamo a lasciarci sorprendere e stupire da ciò che la vita ha in serbo per noi.

Ma se non avessi vissuto le esperienze che ho vissuto, se non fossi passato attraverso determinate tappe, se non avessi incontrato alcuni volti e sguardi… Se, per semplificare, non avessi sbattuto la testa, non mi si sarebbe mai aperta.

Questo paragrafo è la realtà. Noi siamo il frutto delle nostre esperienze. Se non avessi passato tutto ciò che vi ho raccontato, oggi non sarei qui con voi e non farei ciò che amo di più al mondo. Ogni piccolo passo è un passo verso la direzione che vogliamo. Se non avessi passato un periodo di depressione non  mi sarei iscritta ai social, e non sarei qui. A volte il destino sembra si faccia beffe di noi, non trovate? Io che leggo da che ho memoria, che avrei voluto fare il classico e lettere, dopo un lungo percorso sono tornata al primo amore. Nella vita ci vuole passione, se si ama ciò che si fa non si sente la fatica. Adoro essere tornare a studiare, a perfezionarmi, ad alzare l’asticella sempre più in alto. E sto vedendo il mio sogno sempre più vicino, a portata di mano, pronta ad afferrarlo senza esitazioni. Ho avuto al mio fianco gente che ha creduto in me, che mi ha spronato, che non mi ha fatto mancare la propria fiducia, la propria stima e tanto affetto. E oggi faccio il lavoro più bello del mondo, nonostante sia ancora nella fase di piena gavetta. Aiuto altre persone a realizzare i loro sogni, e vi assicuro che vedere lo scintillio nei loro occhi è impagabile.

E sapete che vi dico? Che molto spesso arrivo a notte fonda stremata. Stremata sì, ma con un sorriso enorme sul viso. Non perché mi senta realizzata, ma perché mi sento parte di un progetto. Condividere, ricordate?

È una recensione insolita, lo so. Non ho fatto la mia abituale analisi del testo e vi ho parlato tanto di me. Io che sono diventata molto pudica nel manifestare i miei sentimenti. Del resto, in un romanzo che parla di vita, non potevo fare diversamente, vi pare? So anche di aver utilizzato troppi interrogativi, ma d’altronde la vita non è altro che una continua incognita. Non so dove la vita mi porterà, ma so che dentro di me ho il coraggio di affrontare ogni prova.

Per mio gusto personale, non amo particolarmente le eccessive descrizioni e il nozionismo, ma faccio i miei complimenti all’autore per aver reso in modo vivido e realistico questo spaccato sociale.

Concludo così:

Perché tra mille errori, fragilità e tentativi, bisogna perdere l’equilibrio per imparare a ritrovarlo.

Alla prossima,

Francesca

STORIA