Benvenuti amici, in occasione dell’uscita di DIABOLIC di S.J. Kincaid, edito dalla MONDADORI, HAREM’S BOOK in collaborazione con altri blog è lieta di presentarvi la terza tappa del blogtour, composta da card relative ai personaggi principali di questo splendido libro e il prologo così da stuzzicarvi e incuriosirvi.

Questa è una storia di altri mondi ma con una realtà più vicina alla nostra, tanto da dare i brividi. Leggero e potente come i sentimenti, volubili ma mai traditori di sé stessi. Coraggioso come la donna che nasce e cresce una pagina alla volta.

Curiosi? Seguiteci!

PROLOGO

Tutti credevano che i diabolic non avessero mai paura, eppure, durante i miei primi anni di vita, non conobbi altro. La paura mi travolse anche la mattina in cui gli Impyrean vennero ai recinti. Non sapevo parlare, ma capivo la maggior parte delle parole che sentivo. Il direttore dei recinti dava frenetiche istruzioni ai suoi assistenti perché il senatore von Impyrean e sua moglie, la matriarca Impyrean, sarebbero arrivati di lì a poco. I custodi camminavano attorno al mio recinto, esaminandomi dalla testa ai piedi alla ricerca di un qualsiasi difetto. Io attendevo quel senatore e quella matriarca col cuore che batteva forte, i muscoli pronti a combattere. E poi arrivarono. Tutti gli addestratori e tutti i custodi si inginocchiarono davanti a loro. Il direttore si portò le loro mani alle guance, con gesto riverente. «La vostra visita ci onora.» Fui invasa dalla paura. Che specie di creature erano, se persino il terrificante direttore si lasciava cadere a terra davanti a loro? Il brillante campo di forza del mio recinto non mi era mai sembrato così restrittivo. Indietreggiai il più possibile. Il senatore von Impyrean e sua moglie si avvicinarono e restarono a guardarmi dall’altro lato della barriera invisibile. «Come potete vedere» disse loro il direttore, «Nemesis ha all’incirca l’età di vostra figlia ed è stata creata con le caratteristiche fisiche da voi richieste. Per diversi anni continuerà a crescere, diventerà più grande e più forte.» «Sei sicuro che sia pericolosa?» chiese con voce strascicata il senatore. «Sembra una bambina spaventata.» Quelle parole mi raggelarono. Non dovevo mai avere paura. La paura veniva punita con scosse elettriche, razioni ridotte, tormenti. Nessuno doveva mai vedermi spaventata. Fissai il senatore con aria feroce. Quando i nostri sguardi si incrociarono, sembrò allarmarsi. Aprì la bocca per parlare di nuovo, poi esitò, socchiudendo gli occhi, prima di guardare altrove. «Forse hai ragione» brontolò. «Bisogna guardarle gli occhi. Si vede che è inumana. Mia cara, sei assolutamente sicura che dobbiamo metterci in casa questa cosa mostruosa?» «Ormai tutte le grandi famiglie hanno un diabolic. Nostra figlia non sarà l’unica bambina non protetta» disse la matriarca. Si voltò verso il direttore. «Voglio verificare che cosa riceveremo in cambio del nostro denaro.» «Naturalmente» rispose il direttore, voltandosi e agitando la mano verso un custode. «Alcuni scarti…» «No» lo interruppe la matriarca in tono sferzante. «Dobbiamo essere assolutamente sicuri. Abbiamo portato un nostro trio di detenuti. Basteranno per mettere alla prova questa creatura.» Il direttore sorrise. «Certo, grandée von Impyrean. Non si è mai troppo prudenti. Ci sono in giro tanti allevatori che non rispettano gli standard… Ma Nemesis non vi deluderà.» La matriarca fece un cenno col capo a qualcuno che non vedevo. Il pericolo che avevo previsto si materializzò: tre uomini venivano condotti verso il mio recinto. Mi premetti di nuovo contro il campo di forza, che mi faceva pizzicare e vibrare la pelle della schiena. Mi si aprì una cavità gelida nello stomaco. Sapevo già che cosa sarebbe successo. Mi avevano portato altri uomini, in passato. Gli assistenti del direttore tolsero le catene agli uomini, poi disattivarono il campo di forza dal lato opposto al mio, li spinsero dentro e lo riattivarono. Ormai respiravo affannosamente. Non volevo farlo. Non volevo. «Cos’è questa storia?» chiese uno dei detenuti, guardando me e poi il pubblico improvvisato. «Non è evidente?» La matriarca prese a braccetto il senatore. Lanciò uno sguardo soddisfatto a suo marito e poi si rivolse ai prigionieri con un tono più affabile: «I vostri crimini violenti vi hanno condotto qui, ma ora avete una possibilità di redenzione. Uccidete questa bambina e mio marito vi concederà la grazia». Gli uomini guardarono con occhi stralunati il senatore, che fece un cenno noncurante con la mano. «È come dice mia moglie.» Uno di loro si lasciò sfuggire una violenta imprecazione. «Lo so cos’è quella cosa lì. Credete che sia stupido? Io non mi ci avvicino neanche!» «In quel caso» rispose la matriarca con un sorriso «sarete giustiziati tutti e tre. Adesso uccidete la bambina.» I detenuti mi studiarono e, dopo un momento, il più grosso fece un ghigno furbo. «È solo una bambina. Lo farò io. Vieni qua, ragazzetta.» Mi si avvicinò a grandi passi. «Volete una cosa sanguinosa o basta che le spezzi il collo?» «Decidi tu» rispose la matriarca. La sua sicurezza imbaldanzì gli altri; vidi accendersi sulle loro facce la speranza di tornare liberi. Il cuore mi martellava contro la cassa toracica. Non potevo avvisarli di stare alla larga. E poi, anche se avessi saputo parlare, non mi avrebbero ascoltata. Il caporione aveva dichiarato che ero solo una bambina, e quindi mi vedevano così. Fu quello il loro errore fatale. L’uomo grande e grosso allungò un braccio per afferrarmi, incauto, la mano così vicina che sentivo l’odore del suo sudore. L’odore attivò qualcosa dentro di me. Era come tutte le volte precedenti: la paura svanì. Il terrore si dissolse in un’ondata di rabbia. Gli piantai i denti nella mano. Schizzò fuori il sangue, caldo e rosso. Lui strillò e cercò di tirarsi indietro, ma era troppo tardi. Gli afferrai il polso, mi scagliai in avanti e, allo stesso tempo, gli torsi il braccio. Gli crepitarono i legamenti. Con un calcio dietro una gamba lo feci cadere a terra. Balzai in alto e gli atterrai sulla nuca con gli stivali, sfondandogli il cranio. Un altro degli uomini era stato troppo baldanzoso, mi si era avvicinato e si stava rendendo conto del suo errore. Urlò, inorridito, ma non riuscì a sfuggirmi. Ero troppo veloce. Gli piantai il palmo della mano nella cartilagine del naso e gliela conficcai nel cervello. Passai sopra i due cadaveri in direzione del terzo uomo, l’unico che era stato abbastanza sensato da temermi. Urlò e, incespicando, si schiacciò contro il campo di forza come avevo fatto io prima, quando non ero ancora arrabbiata. Sollevò le mani tremanti. Era scosso dai singhiozzi. «No, per favore. Ti prego, non farmi del male, ti prego, no!» Quelle parole mi fecero esitare. Avevo passato tutta la mia vita così: a respingere aggressori, ad ammazzare per tenere a bada la morte, a uccidere per non essere uccisa. Ma solo in un’occasione una voce mi aveva chiesto pietà. Quella volta non avevo saputo che fare. Mentre stavo in piedi vicino all’uomo rannicchiato, mi immobilizzai in preda alla confusione. Come dovevo comportarmi? «Nemesis.» All’improvviso la matriarca era davanti a me, separata solo dal campo di forza. «Mi capisce se le parlo?» chiese al direttore. «Sono abbastanza umani da imparare la lingua» rispose lui «ma non saprà rispondere finché le macchine non le faranno qualcosa al cervello.» La matriarca annuì e mi guardò. «Mi hai fatto un’ottima impressione, Nemesis. Ora ti chiedo: vuoi andartene da qui? Vuoi avere una cosa preziosa tutta tua, da amare e proteggere, e una casa con comodità che non hai mai neppure sognato?» Amare? Comodità? Erano parole strane. Non sapevo che cosa volessero dire, ma il tono era persuasivo, pieno di promesse. Mi percorreva la mente come una melodia, coprendo gli uggiolii dell’uomo terrorizzato. Non riuscivo a distogliere lo sguardo dagli occhi penetranti della matriarca. «Se vuoi essere qualcosa di più di un animale in un recinto umido» disse «dimostrami che sei degna di servire la famiglia Impyrean. Fammi vedere che sai obbedire, quando è importante. Uccidi quest’uomo.» Amare. Comodità. Non sapevo che cosa fossero, ma li volevo. Li avrei avuti. Mi avvicinai all’uomo e gli spezzai il collo. Quando il terzo cadavere cadde a terra ai miei piedi, la matriarca sorrise.

In seguito i custodi mi portarono al laboratorio, dove c’era una ragazzina in attesa. Mi avevano impedito i movimenti, per la sua sicurezza; avevo braccia e gambe bloccate da ceppi di ferro spesso, con un anello esterno di elettricità. Non riuscivo a smettere di fissare quello strano essere, piccolo e tremante, con pelle e capelli scuri e un naso che non era mai stato rotto. Sapevo che cos’era quella creatura. Era una bambina vera. Lo sapevo perché ne avevo già ammazzata una. Fece un passo di troppo verso di me e io ringhiai. Sussultò e indietreggiò. «Mi odia» disse, con il labbro inferiore che tremava. «Nemesis non ti odia» le assicurò il dottore mentre ricontrollava il mio sistema di costrizione. «È così che si comportano i diabolic a questo stadio dello sviluppo. Ci somigliano, ma non sono veri esseri umani come te e me. Sono predatori. Non possono provare empatia o sentimenti gentili. Non ne sono capaci, tutto qui. Ecco perché, quando sono cresciuti abbastanza, dobbiamo civilizzarli. Avvicinati, Sidonia.» Le fece un cenno con il dito. Sidonia lo seguì fino allo schermo di un computer. «Lo vedi questo?» le chiese. Anch’io vedevo l’immagine, ma non ci trovavo niente di interessante. Avevo rotto abbastanza crani da riconoscere un cervello umano. «Si chiama corteccia frontale.» Tacque un momento, e ci fu un guizzo di paura nello sguardo che rivolse alla bambina. «Non è che io l’abbia studiato, naturalmente, ma in questo genere di lavoro si imparano per forza tante cose guardando le macchine.» Sidonia si accigliò, come se quel discorsetto l’avesse sconcertata. Agitato, il dottore proseguì rapidamente: «Da quel che ho capito, le macchine le ingrandiranno questa parte del cervello, di parecchio. Nemesis diventerà più intelligente. Imparerà a parlare con te e potrà ragionare. Le macchine implementeranno anche il vincolo che la legherà a te». «E poi le piacerò?» «Da oggi in poi sarà la tua migliore amica.» «E allora non sarà più così arrabbiata?» chiese Sidonia con una vocina sottile. «Ebbene, l’aggressività è semplicemente una caratteristica immessa nei diabolic. Ma Nemesis non sarà mai aggressiva nei tuoi confronti. In tutto l’universo, tu sarai l’unica persona che amerà. Chiunque provi a farti del male, però… sarà meglio che stia attento.» Sidonia fece un sorrisino tremulo. «Ora, tesoro, devi andare a metterti dove lei ti possa vedere. Il contatto visivo è essenziale per la creazione del vincolo.» Il dottore posizionò Sidonia davanti a me, appena fuori dalla mia portata. Attento a evitare i miei denti, mi applicò al cranio elettrodi stimolanti che, dopo un attimo, cominciarono a ronzare. Un pizzicore nel cervello, stelle formicolanti davanti agli occhi. Il mio odio, il mio bisogno di distruggere tutto… cominciarono a placarsi, affievolendosi. Ancora uno sfrigolio di corrente, poi un altro. Fissavo la bambina e c’era una cosa nuova che si muoveva dentro di me, una sensazione che non avevo mai provato. Un rombo costante nel mio cranio, un rombo che mi cambiava, mi alterava. Volevo aiutare quella bambina. La volevo proteggere. Il rombo continuò ancora e ancora, poi si affievolì fino a scomparire e sembrò che nell’universo non esistesse altro che la bambina.

Per diverse ore il dottore fece un test dopo l’altro mentre il mio cervello veniva modificato. Consentì a Sidonia di avvicinarsi un po’, e poi ancora un altro po’. Lui osservava me che osservavo Sidonia. Infine giunse il momento. Il dottore si allontanò, lasciando Sidonia da sola davanti a me. Lei si alzò, tremante. Il dottore mi puntò contro una pistola elettrica, per precauzione, poi mi liberò. Mi raddrizzai, togliendomi i ceppi. La bambina respirò forte, con le clavicole che sporgevano sotto il collo sottile. Si sarebbe spezzato così facilmente. Lo sapevo. Avrei potuto farle male, ero stata lasciata libera davanti a lei come davanti a tutti quelli che avevo ammazzato, eppure l’idea di ferire quel delicato esserino mi faceva inorridire. Mi avvicinai per poter guardare meglio la bambina, quell’essere dal valore infinito la cui sopravvivenza ora contava più della mia. Com’era piccola. Mi stupiva la sensazione che avvertivo dentro di me, luminosa come un letto di braci calde nel mio petto. Mi bastava guardare la bambina per sentire quel meraviglioso splendore. Quando toccai la pelle morbida della guancia di Sidonia, lei sussultò. Studiai i suoi capelli scuri, così diversi dai miei che erano biondo chiarissimo, quasi bianchi. Mi chinai per esaminare le iridi di quei grandi occhi nelle cui profondità c’era tanta paura, e io volevo che sparisse. La bambina tremava ancora, allora le misi le mani sulle braccia esili e rimasi immobile, sperando di tranquillizzarla. Sidonia smise di tremare.

La paura svanì e gli angoli della bocca le si curvarono all’insù. Imitai quel gesto, stirando le labbra. Sembrava una cosa innaturale e strana, ma lo feci per lei. Era la prima volta in vita mia che facevo qualcosa per un’altra persona e non per me stessa. «Ciao, Nemesis» bisbigliò Sidonia. Deglutì forte. «Mi chiamo Sidonia.» Aggrottò le sopracciglia, poi si portò una mano al petto. «Si-do-nia.» Per imitarla mi diedi una pacca sul petto. «Sidonia.» Sidonia rise. «No.» Mi prese la mano e la mise sul proprio petto. Sentii il suo cuore martellare frenetico. «Sono io Sidonia. Ma puoi chiamarmi Donia.» «Donia» ripetei, dandole dei colpetti sulla clavicola per dirle che avevo capito. Donia produsse un sorriso che mi fece sentire… calda, compiaciuta, orgogliosa. Si voltò per guardare il dottore. «Avevi ragione! Non mi odia.» Il dottore annuì. «Nemesis è legata a te, adesso. Vivrà per te, respirerà per te ogni giorno della tua vita.» «Anche a me lei piace» dichiarò Donia sorridendomi. «Credo che diventeremo amiche.» Il dottore rise piano. «Amiche, sì. Ti prometto che non avrai mai un’amica perfetta come Nemesis. Ti amerà fino al tuo ultimo giorno di vita.» E finalmente capii come si chiamava quella sensazione, quella nuova sensazione strana eppure meravigliosa dentro di me: era quello che mi aveva promesso la matriarca Impyrean. Era amore.

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A presto, con la nostra recensione…

Gloria Cayenna