ISABELLA E FILIPPO

Anno Domini 1313

Non ce la faccio più a uccidere in questa guerra senza fine. Sono stanco, vorrei solo tornare a casa.
Filippo l’arciere si posizionò sul tetto della casupola in attesa che l’esercito nemico si avvicinasse agli armigeri di Cangrande della Scala. Si trovava nei pressi di Montebello già da alcune settimane, il Cane in agosto aveva informato l’esercito che i patavini avevano ripreso le scorrerie in territorio vicentino ed era preoccupato che il comandante dell’esercito guelfo potesse entrare a Verona, devastandola. Padova si era illusa di poter sconfiggere con facilità i ghibellini, dopo la morte improvvisa dell’Imperatore Enrico VII a Buonconvento. Tuttavia, secondo la sua opinione, il signore di Verona sembrava animato da una missione superiore e loro continuavano a marciare con risolutezza e coraggio contro un nemico superiore in numero.
Filippo strizzò gli occhi e nella lieve foschia che precedeva l’alba notò il luccicare delle armi avversarie colpite dalla prima luce.
Entro un’ora al massimo saranno al villaggio, pensò accigliandosi.
Non aveva timore di morire, lo spaventava di più la possibilità di venire mutilato durante
la battaglia.
Non voglio essere un peso per mia madre e per le mie sorelle. E se anche riuscissi a ottenere il permesso per accattonaggio, non è detto che riesca a sopravvivere in quel modo.
Infine con un sospiro guardò in basso. Luigi si morsicava ansioso le unghie e lo osservava appoggiato al muro della casa. Era giovane fante suo amico, basso di statura per la sua età e non molto robusto.
«Filippo, cosa vedi?» gli chiese togliendosi l’unghia del pollice dalla bocca.
«Solo il vago chiarore delle lame rivali, Luigi.» Restò sul vago non desiderando terrorizzare
il giovane uomo.
Se preso dal panico il ragazzo si fosse dato alla fuga, il signore della città o uno dei suoi
cavalieri lo avrebbero inseguito e punito con la morte, vanificando la possibilità per la sua
famiglia d’ottenere i bottini guadagnati nelle razzie e spogliandola di ogni altro
possedimento. Il tempo passò lento e Filippo preparò la freccia nella scocca.
«Luigi, sono qui, preparati!» gli urlò.
Vide il giovane acquattarsi dietro il muro di una casa e rimanere fermo in attesa che la
lotta terminasse. Non gli diede torto, trovarsi di fronte uomini adulti, robusti il doppio e ben armati avrebbe impaurito chiunque. Infine la lotta iniziò e Filippo si concentrò sui nemici dimenticandosi tutto il resto. Uccise diversi armigeri rivali e schivò molte frecce nemiche per ore.
Per fortuna pare solo un’avanguardia guelfa, pensò allo zenit del sole scendendo dal tetto.
I guelfi si stavano allontanando dalla sua linea di tiro e non poteva più colpirli.
All’improvviso, un piccolo gruppo lo circondò e lui riuscì a trafiggere due fanti guelfi, ma gli
altri lo caricarono inferociti. Filippo li colpì con il legno dell’arco, ma non era protetto da
armature e oltre all’arco possedeva solo un pugnale. Lo avrebbero ucciso, se uno dei cavalieri
ghibellini non si fosse precipitato in suo soccorso.
Lo riconobbe e lo ringraziò chinando il capo; poi con agili movimenti salì su un altro
riparo. Iniziò a scoccare ancora, prendendo con accuratezza la mira.
I guelfi stanno per essere sconfitti, gioì dopo un po’
Infatti gli armigeri scaligeri erano riusciti a uccidere o mutilare tutti i patavini presenti nel
piccolo abitato. Quando scese, andò subito in cerca di Luigi ma non riuscì a scorgere il
giovane fante da nessuna parte.
È possibile che sia fuggito o morto? s’interrogò accarezzandosi pensieroso il pizzetto.
Si riscosse, lo scudiero del nobile Nogari, il capitano, attirò la sua attenzione con un gesto
e lui gli andò incontro.
«Arciere Filippo, il capitano Nogari desidera convocarti nella sua tenda» lo informò
Antonio.
Quando entrò, il nobile lo attendeva dietro un tavolaccio da campo usato come scrittoio.
«Filippo, hai per caso visto quel giovane fante tuo amico? Non ha risposto all’appello» lo
interrogò l’uomo scrutandolo con intensi occhi scuri.
Lui non ripose subito, incerto se metterlo al corrente dei suoi timori, ma alla fine decise di coprire Luigi: «No, capitano, non l’ho visto oggi. È possibile che sia morto durante la lotta; forse il cadavere non è ancora stato trovato.»
«Dubito, è un pusillanime. Si sarà nascosto da qualche parte. In ogni caso riferiscimi se
dovessi incontrarlo» lo congedò.
Filippo uscì angustiato, dirigendosi verso le tende dei compagni. Nonostante la
preoccupazione aveva fame.
Credo si sia defilato e non me la sento di tradirlo, lo inseguirebbero subito. Se Luigi è furbo si è già messo in cammino e continuerà la marcia anche con le tenebre, rifletté.
Salutò alcuni compagni e si diresse al fuoco di campo per mangiare. Con un pezzo di
pernice in mano osservò uno dei cavalieri montare il proprio destriero; lo conosceva bene e s’azzardò a interrogarlo.
«Dove state andando, cavaliere? È prevista un’altra sortita?»
«No arciere, vado a cercare un giovane fante assente all’appello. Il capitano Nogari
sospetta sia un disertore.»
Filippo rabbrividì, se lo troverà sarà la fine per quel ragazzino sconsiderato, non poté far
meno di pensare.
Non rimuginò oltre e quando il cavaliere lasciò il campo fu attirato ancora dal profumo
invitate del cibo che stava cuocendo. S’accaparrò un altro pezzo di pernice e un boccale di
vino speziato, addolcito con il miele. Dopo il pasto, per celebrare la vittoria, i mercenari al
soldo di Cangrande andarono in cerca di bottino e di donne disponibili. Lui e alcuni suoi
compagni della valle Provinianensisi li seguirono, sperando di raccogliere dei beni da
rivendere. La piccola chiesa locale era già stata spogliata di ogni avere e i mercenari si stavano
accanendo contro i montebellani.
All’improvviso, nonostante la confusione, udì le grida di terrore di una donna. Per istinto
si diresse verso il suono ed entrò nella baracca da dove proveniva l’urlo. Il capofamiglia era già
stato trafitto da una spada e giaceva agonizzante a terra; la moglie, invece, si dibatteva e
piangeva sotto le grinfie di un mercenario che la stava violentando. Filippo notò altri due
uomini che stavano infilando alcune galline e una forma di formaggio in un sacco.
Mio Dio, li stanno massacrando per il cibo!
Una ragazzina di circa dodici anni piangeva disperata in un angolo della casetta in attesa
di essere violentata e uccisa.
«Perché? È solo povera gente, non hanno nulla degno di essere rubato!» urlò indignato.
Afferrò i capelli del mercenario sdraiato sulla donna e con forza gli tirò il capo all’indietro;
quando l’uomo si fu scostato da quella poveretta lo riempì di calci, ma gli altri due sodati di
ventura reagirono sguainando le spade.
«Fatti gli affari tuoi, arciere» ringhiò uno dei ladri con lampeggianti occhi verdi.
«Li avete uccisi per procurarvi delle scorte! Sono innocenti e ghibellini.»
Sono più corrotti e violenti degli armigeri veronesi.
Il secondo ladro, un mercenario basso e scuro di carnagione, lo caricò e lui parò il colpo
con l’arco, usandolo come spada. Due contro uno era un comportamento molto sleale e lo
avrebbero ferito a morte, se quattro dei suoi compagni della valle non fossero entrati nella
capanna.
«Filippo, possibile che ti metta sempre nei guai?» sorrise uno degli amici.
I due mercenari rinfoderarono le spade e lui si rilassò.
«Stavamo scherzando» disse occhi verdi e un ghigno gli alzò il labbro superiore.
Non posso lasciare la bambina con loro, potrebbe essere mia sorella minore, pensò infine
afflitto girando il capo verso la sfortunata contadinella.
«Lei viene con me» disse agli uomini.
L’afferrò per un braccio, facendola alzare e la trascinò con sé mentre la piccola piangeva e
si dibatteva. I mercenari cercarono di fermarlo, ma aveva gli amici della valle a guardargli le
spalle.
«Sta ferma, sto cercando di salvarti. Non puoi restare con tua madre.»
Lei, che non conosceva il dialetto veronese, strabuzzò gli occhi e cercò di scappare dalla
sua presa ma Filippo non la lasciò andare.
«Antonio, ho bisogno di vedere il capitano» disse infine piantandosi davanti alla tenda del
suo capitano.
L’uomo che era di sentinella entrò un attimo uscendone dopo alcuni istanti. «Entrate.»
Filippo e la ragazzina avanzarono. «Capitano, i mercenari stanno uccidendo i contadini e
abusando di tutte le giovani donne presenti nel villaggio» gli comunicò agitato.
Il nobile non sollevò un sopracciglio. «Fa parte della loro ricompensa, molti guerrieri
decidono di prendere le armi solo per quello. Dovresti divertirti anche tu, magari con quella bambinetta che stai trascinando» ghignò.
«Capitano, distruggeranno il villaggio e il popolo vicentino ci odierà. Questo
comportamento non aiuterà la causa ghibellina!»
«Attento alle tue parole, arciere, potrei prenderle per insubordinazione. Cosa vuoi che
c’importi di contadini affamati e cenciosi? Noi scaligeri combattiamo per il controllo del
territorio.»
La ragazzina, nel frattempo, si era accovacciata in un angolo della tenda stringendo con
disperazione le ginocchia al petto.
Povera creatura, cresciuta per lavorare la terra e generare figli al futuro marito, non poté
evitare di pensare.
In quel mentre, il cavaliere spedito alla ricerca di Luigi ritornò con il fante. Il ragazzo era
stato picchiato con crudeltà dal nobile e a suo avviso Luigi non poteva vedere dove lo stavano
conducendo.
Il capitano sorrise soddisfatto e lui tremò. «Molto bene, cavaliere de Borghetti.»
«L’ho trovato in fuga poco lontano dall’accampamento» rispose questi.
«Legalo bene e portalo fuori, domani sarà impiccato all’alba» annunciò il nobile Nogari.
«È solo un ragazzo!» s’infuriò lui. «Perché non fustigarlo e lasciarlo vivere, invece di
ucciderlo?» propose.
«No, molti seguirebbero il suo esempio e poi è solo un fante codardo» disse il cavaliere con
disprezzo.
Quella fu l’ultima goccia. Filippo afferrò il suo arco e scoccò la freccia in direzione del
manesco cavaliere, centrandolo al petto, mentre il capitano urlava per attirare gli altri
armigeri. Antonio entrò e lui lo atterrò con un pugno, non voleva altre vite sulla coscienza. Per
fortuna erano tutti in cerca di bottino e nessun altro rispose al richiamo del capitano. Filippo
aveva appena ucciso un nobile, un reato molto grave per un semplice popolano come lui.
Corse fuori, trascinando con sé Luigi e lasciò la fanciulla al suo destino.
Aiutò l’amico a montare davanti a lui sul destriero del cavaliere morto e lo spronò.
Cosa farò adesso? Non posso ritornare da mia madre e da mia sorella. Anche se non sono
coinvolte nel crimine, il signore di Verona le spoglierà di ogni bene, rifletté pentito.
Decise di dirigersi verso Trento e la sua valle, conosceva quei luoghi e forse aveva qualche
possibilità in più di sopravvivere.
Il primo giorno cercò di allontanarsi il più possibile da Montebello, sostando solo poche
ore di notte. Il giorno seguente lasciò Luigi avvolto nel suo mantello, accanto a un fuoco poco
fumoso e andò a caccia. Infilzò due quaglie e ritornò dall’amico. Il fante non stava bene.
«Luigi, te la senti di mangiare? Preparo una quaglia» gli domandò.
Era preoccupato, ma non era un cerusico o un guaritore e non sapeva cosa fare per lui.
«Non ho fame, Filippo» mormorò il ragazzo.
Addolorato, sbudellò il pennuto e lo cucinò. Nonostante l’angoscia aveva fame e lo
trangugiò.
Non potendo passare da Verona, allungò la strada che lo avrebbe portato nella sua valle,
dirigendosi a Villafranca, a Sommacampagna e infine a Volargne. Continuò sempre all’erta in
attesa che qualche cavaliere scaligero gli si parasse di fronte.
Ho ucciso uno di loro, Cangrande avrà inviato un esploratore sulle mie tracce, pensò.
Doveva andare a procurarsi del cibo, così quel pomeriggio aveva appena nascosto Luigi in
un pertugio coprendolo con le fronde, quando sentì avvicinarsi degli zoccoli. Si schiacciò
accanto al compagno e rimase in attesa. Sul suo percorso spuntarono degli esploratori
imperiali : forse berrovieriii oppure armigeri di una qualche casata. Rimase nascosto fino a che
non scomparvero, non voleva ucciderli senza necessità.
Si trovava nei pressi delle colline di Sommacampagna, Luigi aveva la febbre alta da giorni,
le sue ferite si erano infettate; il suo amico stava morendo senza che lui potesse aiutarlo.
«Lasciami qui, Filippo, salvati almeno tu» mormorò il ragazzo guardandolo. «Non dovevi
uccidere il cavaliere per me.»
«Non ho ucciso il paladino solo per te, ma per tutti i reclutati massacrati in questa guerra
senza fine. Sono stanco di uccidere. Ora riposa.»
Luigi chiuse gli occhi e Filippo si sdraiò ancora. Sapeva che l’amico non ce l’avrebbe fatta,
aveva visto tanti altri armigeri morire di avvelenamento del sangue.
Quando si svegliò il mattino seguente, Luigi era morto. Pianse, pregò per la sua anima e lo
seppellì nella boscaglia. «Mio Signore, era un bravo ragazzo. Quando busserà alla Vostra
porta, se potete, lasciatelo entrare.»
Fischiò al cavallo, rimontò in sella e non si fermò per una settimana; si sentiva solo senza
Luigi e trascorse il mese di settembre guardandosi alle spalle e mangiando quando poteva.
Non posso continuare così ancora a lungo, devo trovare un luogo dove fermarmi prima
dell’inverno.
Si trovava nei pressi della via che conduceva al Brennero e Filippo cavalcava immerso nei
suoi cupi pensieri.
«Fermati o sarà il tuo ultimo respiro» lo minacciò un uomo biondo, tenendolo sotto tiro
con un arco a lunga gittata.
Si riscosse e afferrò la sua arma incoccando una freccia. Tre berrovieri imperiali fuoriusciti
dal loro esercito lo stavano fissando. I due più giovani lo squadrarono stupiti con sguardo
ebete, minacciandolo a loro volta con gli archi.
Che idiota che sono! Come ho potuto distrarmi tanto? Potrei uccidere il più anziano con un
tiro, ma gli altri due mi sarebbero addosso nel giro di un istante, calcolò facendo indietreggiare
il cavallo.
«Sono il capitano Robert von Berlin e loro sono Ugo e Sebastian. Anche tu sei un
fuorilegge» disse il più sveglio dei tre.
Filippo immaginò che l’uomo l’avesse studiato con attenzione prima di parlare e che, in
qualche modo, lui avesse superato l’esame.
«Sono Filippo l’arciere.»
«Abbassa l’arma, non abbiamo intenzione di colpirti. Siamo tutti dalla stessa parte.»
Lui squadrò l’uomo biondo e giunse alla conclusione che al capitano imperiale mancasse
un secondo più sveglio di quei due idioti al suo seguito.
In fondo un po’ di compagnia è quello che mi ci vuole, non faccio che guardarmi alle spalle.
«Cosa offrite?»
«Potrai unirti a noi: mangerai tutti i giorni, prepareremo balzelli e ci proteggeremo a
vicenda.»
Accettò, non aveva molta scelta, erano in tre contro uno; inoltre si sentiva un reietto.
***
Isabella procedeva lenta sul suo stanco giannettoiii. Da quattro giorni lei, l’anziana ancella Tommasina e tre dei più attempati armigeri del casato de Zane cavalcavano per raggiungere il castello di Malcesine. La fortezza, situata a nod-ovest dell’abitato, in un punto strategico del lago di Garda, era dominio degli scaligeri feudatari di suo padre, il conte di San Pietro in Cariano. Il castellano lacustre aveva perduto la moglie qualche anno prima e ora desiderava risposarsi. Isabella aveva pianto quando l’avevano separata dalla madre, ma sapeva che a lei e a tutti i suoi fratelli e sorelle non primogeniti erano riservati i medesimi destini.
Almeno io sposerò un ricco nobile castellano, sarò rispettata e accudita, sospirò senza
crederci.
Le ombre si stavano allungando nel bosco della Valle Provinianensis, ciononostante
Giovanni, il capitano degli armigeri, decise di continuare a muoversi. Entro il Notturno
sarebbero giunti in una località chiamata Pastrengo, un piccolo borgo di malandate case
contadine dove sostare un po’. Isabella avrebbe desiderato montare subito il campo; il padre
prima di partire l’aveva istruita riguardo i pericoli serali nei boschi e lei non desiderava
incappare in lupi, in orsi e in fuorilegge.
«Potremmo alloggiare nella locanda del paese, mia signora» cercò di rallegrarla
Tommasina.
«Perché non proponi a Giovanni di montare il campo in quella radura laggiù?» insistette
ancora. «Si sta facendo troppo buio per continuare a cavalcare.»
Tommasina avvicinò il suo giannetto al destriero di Giovanni e iniziò a discutere con lui. Il
guerriero si grattò la testa quasi calva, soppesando le parole dell’ancella e scuotendo il capo.
Isabella, osservandoli scontrarsi notò che l’uomo non era a suo agio sul palafreno. Questi
infatti stava giocherellando nervoso con le briglie dell’animale.
Non ci vuole uno stratega per intuire che un campo è difendibile con più facilità da attacchi
di berrovieri e di animali, s’irritò lei.
«No, procediamo» tagliò corto il capitano.
Desidera un giaciglio caldo e asciutto, forse anche una compiacente locandiera, pensò
corrucciandosi.
Isabella sospirò, non aveva molta voce in capitolo e le serviva la collaborazione dei soldati
per raggiungere Malcesine.
La stella della sera era da poco spuntata in cielo, quando lei udì il primo sibilare di frecce.
Si chinò per istinto sul suo cavallo urlando un avvertimento. Troppo tardi, i tre armigeri di
San Pietro erano già stati colpiti a morte: uno alla gola, un altro al cuore e l’ultimo allo
stomaco. Terrorizzata, spronò il suo giannetto per avvicinarsi a Tommasina. Con dolore e
sgomento notò che un dardo le fuoriusciva dalla parte bassa della schiena. Isabella la toccò e
la vecchia serva aprì gli occhi.
«Fuggite» le mormorò.
Isabella sapeva cosa accadeva alle giovani donne in balia di spietati briganti e si angosciò,
mentre incitava al galoppo il piccolo destriero. Dietro di lei udì il rombo sordo di zoccoli in
corsa. Presa dal panico, esortò ancora il suo cavallo. Era consapevole del pericolo per la
cavalcatura ma la paura la sopraffece. Aveva percorso un paio di leghe, quando uno zoccolo
del suo animale scivolò e lei si ritrovò a terra. Con timore alzò il viso infangato e vide due
ombre, armate di archi e di spade, tenerla sotto tiro.
«Chi siete, cosa volete?» non poté evitare di domandare.
Il primo uomo rise sguaiatamente e smontò da cavallo. Parlò con l’altro in una lingua
sconosciuta. Il guerriero le si avvicinò e Isabella scorse il colore della sua sopratunica.
Berrovieri, mercenari fuggiti dalle file dell’esercito imperiale di Enrico VII, pensò subito
terrorizzata.
Il primo uomo l’afferrò e la girò a faccia in giù, schiacciandola al suolo con il suo peso. Lo
udì armeggiare con le cinghie delle bracheiv e le sollevò la veste. Vuole violarmi! pensò
sconvolta dibattendosi e urlando.
«No, lasciami!» gridò spaventata.
Il secondo berroviere venne in aiuto del compagno e ghignando la tenne ferma, mentre
udiva i movimenti dell’altro che si liberava dalle calze. Isabella si mise a strillare e piangere
ancora più forte. Mi uccideranno, pensò angosciata.
«Fermi!» comandò la voce di un terzo uomo. «Legatela e portatela da Robert.»
Gli uomini gli ubbidirono controvoglia. Per tutto il tragitto nel bosco lei continuò a
singhiozzare, atterrita e traumatizzata, non sapendo cosa il destino avesse in serbo per lei.
Cosa vorranno da me e Tommasina? Hanno già rubato la dote, rimuginò afflitta.
La notte era scura e senza luna quando giunsero in un accampamento. L’ancella gemette
non appena gli uomini la fecero smontare da cavallo e lei si riscosse.
«Tommasina è ferita, ha bisogno di riposo e di cure» affermò più calma.
«La perdita di sangue è stata fermata, non morirà» asserì il terzo fuorilegge guardandola.
Isabella ne dubitava, l’anziana serva non era robusta e aveva perduto molto sangue
durante il tragitto.
«Che bisogno c’era di colpirla? Non avrebbe fatto del male a nessuno» esclamò arrabbiata
e addolorata..
«È stato un errore, cavalcava vicino agli armigeri» disse questi.
«Posso provare a curarla domattina?» lo pregò.
L’uomo annuì e le spinse dentro una capanna di legno e fango. «Dormite. All’alba Robert
vorrà parlarvi» annunciò questi congedandosi.
La nascita del sole arrivò sin troppo presto. Isabella giaceva ancora semi addormentata in
un puzzolente pagliericcio, quando un berroviere in cotta di maglia e colori imperiali entrò
nella casupola, seguito dal terzo brigante della sera precedente. Isabella li studiò con
attenzione: il primo guerriero, il capitano di quella combriccola, era robusto, sulla trentina,
biondo e puzzava. L’altro invece era castano, più snello, giovane e con intensi occhi grigi.
Ha i colori scaligeri!
«Cosa volete da noi? Lasciateci andare» li supplicò Isabella.
Tommasina riposava su un altro pagliericcio, bruciante di febbre.
Se non la curo morirà, si preoccupò lei.
«Abbiamo noi la tua dote, il promesso sposo non ti mariterà» sostenne Robert con forte
accento del nord.
«Sappiamo che sei la nobile figlia di qualche vassallo, ma anche che tuo padre forse non
pagherà per riaverti» affermò l’armigero castano.
Isabella rabbrividì sapendo che sosteneva il vero; il nobile padre non l’avrebbe aiutata a
uscire da quella sventura. .
«Sono Isabella de Zane, figlia di Aliostro de Zane, vassallo degli scaligeri. Mio padre mi
farà cercare e vi ucciderà. Liberatemi» cercò di spaventarli.
«Siamo un gruppo di fuoriusciti con alcune donne, io sono Robert von Berlin e lui è il mio
secondo, Filippo l’arciere» rise il capitano. «Un’altra donna ci servirebbe» ammiccò diretto a
Filippo.
Il capitano uscì dalla baracca e Isabella tremò. Sapeva cosa significava quell’affermazione:
violenze quotidiane e non un minuto di riposo.
Non posso fuggire, mi perderei nei boschi, constatò sconfitta.
«Per favore, lascia prima che aiuti Tommasina» lo supplicò.
Il giovane arciere era rimasto nella stanza e la stava fissando contrariato.« Cosa vi serve?»
capitolò.
Isabella aveva sempre pensato che i briganti fossero senza cuore e compassione, però
quell’uomo l’aveva salvata dalla violenza e ora aveva intenzione d’aiutarla con l’ancella.
«Aceto per disinfettare la ferita e corteccia di salice per la febbre» lo informò.
«Le donne del campo non conoscono le proprietà delle erbe mediche» replicò secco.
«È settembre e siamo in un bosco, troverò io la corteccia» propose lei.
L’arciere la squadrò in strano modo soppesando le sue parole, infine la liberò e la spintonò
fuori. Isabella fu costretta a chiudere un istante le palpebre, accecata dai raggi del sole.
Quando riaprì gli occhi scorse intorno a sé un piccolo borgo non notato la notte precedente.
«Da questa parte» la spinse lui.
Uscirono dall’abitato e s’inoltrarono nella boscaglia. Lei controllò con scrupolo gli alberi e
trovò la pianta che le serviva.
«Questo è un salice. Mi serve la sua corteccia» disse invogliandolo a prelevarla con il suo
coltello.
Infine ritornarono nel centro del piccolo villaggio. Un paiolo era collocato sul fuoco e una
donna ne girava il contenuto con un cucchiaio di legno.
«È possibile avere dell’altra acqua calda?» domandò lei.
«Chi ti ha insegnato a riconoscere le erbe mediche?» indagò lui incuriosito.
«Tommasina, durante le nostre passeggiate. Da giovane è stata novizia presso l’abbazia
del Sacro Cuore ad Arbizzano» spiegò lei.
«Lucilla, c’è dell’acqua pulita e dell’aceto?» chiese lui alla donna accanto al fuoco.
«Laggiù» rispose quella osservandola stupita.
«Lei è Isabella» la presentò Filippo sorridendo. «L’abbiamo rapita ieri sera e la sua dote ci
permetterà di sopravvivere quest’inverno.»
Lei rimase silenziosa, prese una ciotola di cotto la riempì di acqua e l’avvicinò al fuoco.
Quando l’acqua iniziò a bollire, spezzettò la corteccia e la gettò nel contenitore. Una volta
pronta, prese la tisana e si recò con l’uomo nella baracca dove giaceva Tommasina. Disinfettò
la ferita della serva con l’aceto, poi la fasciò.
«Puoi aiutarmi a farle bere la tisana?» domandò con gentilezza
L’uomo annuì di controvoglia, sollevò il capo della vecchia ancella e lei con pazienza la
forzò a sorbire il liquido.
«Ora dobbiamo solo aspettare, quando si sveglierà le preparerò un’altra tisana» disse
soddisfatta.
Filippo grugnì, la prese per un braccio e la trascinò all’aperto di fronte a Lucilla. La donna
poteva avere sui vent’anni ed era graziosa.
«Fate quello che vi chiede. Io devo andare a caccia» le ordinò lui lasciandole sole.
Isabella si preoccupò consapevole del fatto che, se i due uomini del giorno precedente
avessero voluto aggredirla ancora, nulla li avrebbe fermati. Spaventata si guardò intorno
diffidente. Per fortuna i berrovieri imperiali non erano in vista.
«Sono la compagna del capitano Robert. Ora vieni con me, dobbiamo nutrire i cinghiali, i
cavalli, le capre e le quaglie» la stupì lei in dialetto veneto.
Al castello il conte de Zane aveva animali, ma non allevava quelli selvatici, tranne che i
rapaci per la caccia. Lucilla le mostrò cosa fare e lei preparò un pastone d’avanzi per i
cinghiali, poi strigliò e nutrì i destrieri. Infine passò ai volatili e alle capre.
«Non mungete le capre?» domandò lei.
«Per quale motivo? Non sappiamo fare il formaggio» confessò Lucilla.
«Io sì. Spesso affiancavo mia madre quando controllava i cuochi. Lo si può sia stagionare
sia consumare subito» le rivelò.
«Tenete un secchio e insegnatemi a mungerle» le ordinò la donna.
«Non so mungerle, ma non credo sia così difficile.» Dopo diversi tentativi il latte cominciò
a riempire il secchio.
Infine lei si diede da fare con il liquido, lo lasciò bollire e infine lo versò in una fuscella di
fortuna, in attesa che il siero spurgasse.
«Domani aggiungeremo delle spezie per dargli sapore, come aglio selvatico ed erba
cipollina. Per ora deve riposare in un luogo buio e asciutto» la istruì.
La donna la condusse in una minuscola costruzione adibita a magazzino. «Qui mettiamo
la carne affumicata, andrà bene anche per il formaggio. Ora vieni con me, dobbiamo lavare gli abiti sporchi» le comunicò asciutta la donna.
A loro si unirono altre due donne adulte.
Le mogli o compagne dei berrovieri, indovinò lei, chissà se sono a conoscenza dei
comportamenti dei loro uomini, si domandò.
Le altre parlavano male il dialetto veneto e la giovane si chiese da dove provenissero e
perché si fossero unite ai fuorilegge.
«Se te lo stai domandando, sono fuggite dal Sacro Romano Impero accusate di furto. Non volevano finire sulla forca così si sono dirette a sud. Sulla via hanno incontrato i briganti e recentemente Filippo» le raccontò Lucilla mentre strizzava i capi d’abbigliamento.
«E tu?» indagò lei curiosa
«Non sono affari tuoi!» esclamò la donna stupendola.
Un’ora più tardi le rivolse ancora la parola: «Ho ucciso uno dei miei clienti. Era ubriaco e
voleva scuoiarmi.»
Lei rabbrividì e immaginò fosse stata una donna di malaffare. Sulla via del ritorno udì un
vociare di uomini e s’inquietò.
I due armigeri imperiali saranno ritornati? Filippo mi difenderà ancora?
Una volta nel centro del villaggio Isabella si nascose dietro a Lucilla; per fortuna i
fuoriusciti non la degnarono di uno sguardo e lei trasse un sospiro di sollievo.
«Abbiamo catturato due pernici, una quaglia e un piccolo cervo» urlò Filippo.
Lavorò molto quella mattina pulendo e cucinando le pernici. Il piccolo cervo invece fu
affumicato e riposto dove era stato collocato a stagionare il formaggio. Nel tardo meriggio con
timore s’avvicinò al brigante dagli occhi grigi.
«Vorrei andare a prendere altra corteccia di salice per Tommasina e anche delle spezie per
insaporire il formaggio.»
Non vedeva l’ancella da molte ore, ma sospettava che bruciasse ancora di febbre.
«Va bene ti accompagnerò, le altre donne sono occupate» ghignò lui facendole notare
come gli armigeri spingessero le poverette all’interno delle rispettive baracche.
Isabella inorridì e s’allontanò in fretta; dapprima si dedicò alla corteccia, poi passò all’aglio
selvatico, all’erba cipollina, alle spighe di cerali selvatici, alla borragine e ai piccoli tuberi
commestibili da aggiungere alla zuppa serale.
«Perché stai prendendo tutta quella roba?» le domandò Filippo a un certo punto.
«Sono per la zuppa di questa sera, aggiungeranno sapore» replicò lei con paura.
Filippo grugnì. Al calar del sole ritornarono indietro. Isabella si diresse subito da
Tommasina ma la serva giaceva immobile e pallida nel suo pagliericcio. Lanciò un grido e
Filippo entrò nella capanna. Lei iniziò a piangere sconsolata, constatando la morte dell’amata
ancella
«Veni, hai la cena da preparare. A lei penseremo più tardi» affermò senza pietà il bandito.
Ora sono sola in questo luogo isolato con quattro uomini crudeli, si dolse lei
piagnucolando mentre puliva la verdura e la gettava nel paiolo con i pezzi di pernice spennati.
«Buona. La migliore che abbia assaggiato da quando viviamo qui» constatò Filippo
leccandosi le labbra.
«Hai fatto bene a non ucciderla» si complimentò infine con Robert.
«Aggiungo però che la vecchia è morta, dobbiamo seppellirla.»
Il capitano ruttò di gusto e si alzò. «Pensateci voi» ordinò rivolgendosi agli altri armigeri.
Filippo e i compagni spostarono l’anziana donna che già puzzava. Scavarono una fossa e la
gettarono dentro. Isabella pianse tutte le sue lacrime, poi cadde in ginocchio e pregò per l’anima di Tommasina.
«Ora basta. Veni.»
Filippo le afferrò un braccio e la costrinse a seguirlo dentro la sua casupola. Lei iniziò a
tremare di paura e cercò di non guardarlo mentre si spogliava, temendo che l’uomo volesse approfittare di lei.medioevo 2
«Non ti preoccupare. I briganti imperiali non ti toccheranno più ed io non prendo le
bambine con la forza» la stupì lui.
Isabella si rilassò e si sdraiò per dormire in un giaciglio lontano dall’uomo. Le memorie
della vita con Tommasina la sommersero. Con lei aveva esplorato i boschi vicino al castello,
creato arazzi e tessuti per la famiglia.
Sarò sola da oggi in avanti, pensò angosciata.
Poco prima del sorgere del sole, l’arciere la svegliò. «Vado a pescare, vieni con me.
Ritorneremo tra un paio d’ore» le comunicò.
Lei non osò opporsi. Il torrente non era lontano e in pochi istanti lo raggiunsero. L’uomo
si tolse la tunica e le calze di tessuto pesante, rimanendo in brache. Era un uomo giovane e ben fatto, nonostante il terrore che volesse prenderla con la forza lo trovò attraente. Lui entrò in acqua e s’apprestò a intrappolare le trote. Notò diverse cicatrici deturpargli il torace e si domandò quale fosse la sua storia.
«Perché ti sei unito ai fuoriusciti?» non poté far a meno di chiedergli.
«Facevo parte dell’esercito di Cangrande e ho ucciso un nobile cavaliere» confessò lui.
Quindi ha combattuto contro Padova come mio fratello, congetturò lei.
«Robert ha rubato dell’oro al suo signore e i due armigeri sono disertori imperiali» le
confidò lui infine.
Filippo con le mani riuscì a lanciare un pesce sulla riva. Dopo poco tempo altri tre
seguirono il primo. «Prendili e legali con lo spago» le ordinò uscendo dal torrente.
Lui s’infilò le calze, indossò la tunica e insieme s’incamminarono verso il centro delle case.
Il sole era appena spuntato quando lei s’apprestò a pulire i pesci e li mise sul fuoco per la
colazione, innaffiandoli con erbe raccolte sulla via.
«Cucini molto bene per essere una nobile così giovane» conversò lui osservandola.
«Ho quindici anni!» esclamò lei stupita che lui non avesse indovinato la sua età.
Filippo le lanciò uno sguardo di traverso, Isabella sapeva d’apparire più giovane dei suoi
anni: mora come la madre e snella come un giunco.
Crescerò anch’io, tra qualche anno somiglierò a Lucia, rimuginò contrariata ricordando
l’aspetto della sorella maggiore.
L’uomo non commentò e s’allontanò alla ricerca dei suoi compari. Quando il tutto fu cotto lei chiamò il gruppo per mangiare.
«Noi abbiamo pensato alle quaglie, ai cinghiali e ai cavalli» affermò Lucilla per le altre
ingozzandosi di pesce.
«Isabella penserà alle capre e al formaggio dopo che ci saremo allontanati» stabilì Filippo.
Quando gli uomini lasciarono il villaggio per la caccia e le scorribande lei pensò agli
animali e al latte. Preparò altro formaggio da stagionare e una volta pronto lo portò nel
magazzino dove giaceva l’altro. Tagliuzzò l’aglio selvatico e l’erba cipollina aggiungendoli alla
forma del giorno precedente, poi si diede alla preparazione del pane. Ovviamente i cereali
selvatici non erano buoni come quelli coltivati dai contadini ma potevano andare.
Ringrazio mia madre per avermi permesso di osservare i cuochi durante i loro lavori,
altrimenti non saprei nulla.
«Cosa state facendo?» l’aggredì Lucilla.
«Trebbio i cereali per il pane. Certo verrà scuro e di sapore un po’ strano, tuttavia credo
che agli uomini potrebbe piacere lo stesso» replicò.
La donna la squadrò interdetta e dopo alcuni istanti fu raggiunta dalle amiche di sventura.
«Dove hai preso le granaglie?» indagò Lucilla più calma.
«Nei campi vicino al torrente. Se mi aiuterete a mietere potremmo cuocere più pane» le
tentò lei indicando la farina.
«Non mangio pane da molti mesi» sbavò una delle altre donne con un forte accento del
nord.
Isabella si domandò come mai non conoscessero la natura.
Forse vengono dalla città, pensò lei. Le portò dove aveva preso le prime spighe e insegnò
loro cosa raccogliere.
«Toglietemi una curiosità, da quanto tempo siete isolate in questo bosco?» chiese lei a
Lucilla.
«Da quasi quattro mesi, il prossimo sarà il nostro primo inverno con i briganti» rispose lei
continuando a lavorare. «Abbiamo incontrato Robert, Ugo e Sebastian in primavera e Filippo
poche settimane fa» specificò.
«Ho notato che non conoscete le erbe» Isabella la buttò lì cercando di spillare altre
informazioni alla donna.
«Anche Rosa e Maria erano meretrici imperiali» raccontò lei.
Questo spiega molte cose, pensò lei.
Dopo un po’ tornarono al campo, trebbiarono e macinarono i grani, infine aggiunsero
l’acqua.
Verso il mezzogiorno gli uomini rientrarono e lei presentò sia le piccole forme di pane sia
il formaggio di capra. Infine con le altre pulì la lepre e le due anatre catturate.
«Ottimo pasto» le lodò Robert.
«Anche il pane non era male» asserì Filippo.
«Strano gusto, però» commentò uno degli altri armigeri.
«Le granaglie sono selvatiche» specificò lei. «Se il pane vi piace, potrei provare a
raccogliere le spighe per quest’inverno» propose Isabella.
Se dimostro di essere indispensabile non mi uccideranno. Voglio rimanere in vita e in fondo
non mi è andata male fino a questo momento. Anzi, ho evitato di sposare un grasso nobile
castellano desideroso di ricchezze e di trascorrere la mia vita sempre incinta, meditò lei.
Le altre donne non fecero in tempo a replicare e sparirono nelle rispettive case con i
compagni.
Non le invidio, pensò lei.
«Va’» acconsentì Robert.
Isabella s’avviò per il sentiero che portava al torrente. Filippo non era con lei, così si dedicò alla raccolta delle spighe e di altre erbe selvatiche. Quando alzò lo sguardo era già meriggio inoltrato. Aveva lavorato sotto il sole per diverse ore e ora era sudata e sporca.
Farò un bagno, è settembre ed è trascorso molto tempo dall’ultima volta, soppesò lei.
Si guardò intorno con circospezione, per fortuna i briganti non erano in vista. Si spogliò
ed entrò nel torrente. Un prodotto fantastico chiamato sapone era stato inventato in Medio Oriente, ma lei non lo possedeva perciò utilizzò la saponaria. Si stava risciacquando quando vide sulla riva Filippo.
«Esci, il sole è quasi calato» l’apostrofò seccato.
«Va bene, girati» lo pregò contrariata.
«Neanche per sogno, voglio vedere che bell’animaletto ho catturato» la schernì.
Isabella fu costretta ad alzarsi e si mostrò in tutta la sua grazia, arrossendo fino al midollo:
il corpo acerbo e sodo con il seno appena spuntato e i lunghi capelli neri. Filippo non proferì parola e la lasciò vestire, poi insieme ritornarono al villaggio. Le donne stavano preparando la cena con i pezzi di lepre e i tuberi, così Isabella nel frattempo si dedicò alla spigolatura, infine aggiunse alla minestra delle spezie selvatiche per dare sapore.
I mesi trascorsero e l’inverno giunse in tutta la sua crudeltà. Tutto il gruppetto passò molte ore ad affumicare la carne di cinghiale. Inoltre lei e le altre donne raccolsero più cereali
selvatici possibili, lasciando gli scarti per i cavalli e le capre.
Era stanca quella sera e aveva freddo, la neve e il ghiaccio aveva coperto il suolo raggelando gli uomini e le donne.
«Non riesco a dormire, i denti mi battono troppo forte, posso avvicinarmi a te?» chiese
alla fine a Filippo.

L’uomo le fece spazio sotto la coperta di pelliccia e Isabella si raggomitolò di schiena contro il suo corpo. In quei pochi mesi era molto cresciuta. Sentì la mano dell’uomo sfiorarla e si girò verso di lui. Non aveva più paura di quello che poteva farle. Era pronta. Filippo le alzò il mento con una mano e avvicinò le labbra alle sue. La baciò e lei ricambiò.

Lo voleva e fece scivolare una mano sotto la sua tunica, accarezzandogli il torace. Lui gemette e le morsicò con dolcezza il labbro inferiore, mentre una mano le sollevava la gonna del vestito. Lo sentì accarezzarle le cosce, per istinto allargò le gambe e lo sentì sospirare mentre la baciava. Lo esplorò anche lei, non aveva mai toccato un uomo prima d’ora ma natura la guidava. Trafficò con le calze e le slacciò. Quando entrò in lei sentì dolore ma non lo fermò.
«Mio Dio, grazie» lo sentì mormorare alla fine.
Nel mezzo della notte fu all’improvviso svegliata dai movimenti di Filippo.
«Cosa c’è?» domandò lei.
«I lupi» replicò lui rivestendosi in fretta, afferrando l’arco e correndo fuori.
Isabella rabbrividì, non aveva armi per difendersi ma desiderava salvare i cavalli e le capre.
Senza di loro moriremo di fame, si angosciò.
All’esterno c’erano anche i berrovieri imperiali, le meretrici e Lucilla con mezzi di difesa
occasionali. Isabella notò il luccichio di vari occhi animaleschi sbirciarli dal margine del
bosco. Il fuoco da campo si era consumato durante la notte e lei s’avvicinò alle braci per
ravvivarle. In quel mentre un grosso lupo l’aggredì. Il panico la sopraffece ma riuscì
ugualmente ad afferrare un legno che ancora bruciava e con quello respinse l’animale che indietreggiò. Isabella urlò con quanto fiato aveva in gola e Filippo la soccorse con un dardo. Le due meretrici più giovani, invece, non furono così fortunate e neppure i due armigeri imperiali. Quando i lupi si ritirarono lei, Filippo, Lucilla e Robert si accorsero che erano stati uccisi.
Lei e Lucilla piansero per le donne, nei mesi aveva imparato ad amarle: non erano persone
cattive e crudeli.
«Moriremo di freddo qui fuori» la toccò Filippo. Mancavano molte ore all’alba. Non
possiamo fare più nulla per loro. Rientriamo» le comunicò depresso.
Entrarono nella casetta e lei gli si accoccolò ancora vicino in cerca di conforto e calore,
singhiozzando piano. Filippo le accarezzò con dolcezza i capelli scuri per calmarla e Isabella si sentì sciogliere.
«Non ti preoccupate, ce la caveremo. Lo facciamo sempre» sussurrò lui.
Isabella lo abbracciò riconoscente e Filippo la baciò ancora.
In mattinata si svegliarono, scavarono quattro buche nel terreno gelato e vi deposero i
corpi dei morti.
«Ora siamo rimasti in quattro, proporrei in primavera di dividerci la dote di Isabella e
separarci. Ognuno per la sua strada» suggerì Filippo sulle loro tombe.
Robert non poteva ritornare nel Sacro Romano Impero e Filippo doveva abbandonare la
signoria dei della Scala.
«Son stanco anch’io di questa vita. Noi potremmo andare verso Mantova, nessuno ci
conosce laggiù» disse Robert stringendo Lucilla che annuì.
11157009_10206643474076643_1109509418_n (1)«Noi verso Milano» dichiarò Filippo guardandola.
Isabella gli sorrise approvando, felice di poter iniziare una nuova vita con un nuovo amore.

ELISA E ROMUALDO

Anno Domini 1347

Elisa fissò la madre che sedeva muta di fronte al telaio. Lei e la sua numerosa famiglia
appartenevano alla Scola dei tessitori e la ragazza si aspettava un po’ di comprensione da parte
della genitrice.
Anche lei ha dovuto subire lo stesso trattamento, perché non mi aiuta?
«Mariterai mastro Cappelletti, non ho altro da aggiungere» sentenziò il dispotico padre.
«Padre, ti prego, è un vecchio.»
«È abbastanza ricco e la sua attività fiorente. Non ti farà mancare nulla!»
Implorò la madre con lo sguardo, tuttavia la donna, stremata dalle gravidanze e duro
lavoro, abbassò gli occhi.
Non ho scelta, le mie sorelle sono ancora piccole. Certamente non lo può sistemare con
Antonia, ha solo otto anni, soppesò.
«Aiuta tua madre con la sacca, domani ti accompagnerò nella tua nuova casa, com’è uso in attesa del fidanzamento e del matrimonio.»
Il padre uscì seccato dalla baracca, raggiungendo i fratelli nel campo.
«Madre…» la pregò ancora una volta rimaste sole.
«Non posso sostenerti, Elisa. Lo sai com’è la nostra situazione economica.»
Elisa desistette, lei voleva bene al genitore e non desiderava deluderlo. Inoltre in quegli
anni oscuri la paura della morte per fame incombeva su tutti gli artigiani che popolavano i villaggi nei pressi di Verona. Infine Elisa si chinò sul baule di famiglia per selezionare la dote da portare con sé.
Domani mi fidanzerò con un uomo che non conosco e che potrebbe essere mio padre, si
rattristò.
«Prendi il vestito verde.»
«Anche il mantello?»
«Sì.»
Elisa piegò con attenzione i capi e li infilò nella sacca da viaggio. Forse avrebbe indossato
gli stessi indumenti per molti anni, aspettando che si consumassero prima di trasformarli in
stracci.
«Vieni cara, la sera s’avvicina e dobbiamo cucinare qualcosa.»
«Chi ti aiuterà ora con i bambini?»
La madre non rispose, non erano ricchi e i genitori non potevano permettersi un’ancella. I
fratellini di solito venivano accuditi da lei.
Ora Antonia avrà i miei compiti, sospirò.
Lei, la madre, Antonia e Clara preparano il pane prodotto con cereali misti: miglio, pànico,
sorgo, che davano all’alimento un colore scuro. Tagliarono un pezzo di formaggio di pecora
stagionato e misero a bollire nei paiolo alcune verdure estive per la minestra. Nel tardo
meriggio il capo famiglia e i giovani figli maschi rientrarono. Avevano tosato le pecore,
smistato, lavato la lana con acqua e fatta asciugare in riva al torrente.
Depressa, Elisa respinse il piatto e notò i membri della famiglia gettarsi sul cibo come lupi
affamati.
«Abbiamo il vello di venti pecore, ci sarà molto lavoro da fare. Le ragazze dovranno
occuparsi delle altre fasi.»
Fabrizio il tessitore parlava tra una cucchiaiata e l’altra adocchiando la moglie. Elisa vide la
madre impallidire, lei sapeva che oltre alla cura dell’orto, dei figli e della casa, aveva anche una
serie di compiti legati alla tessitura: sgrassatura con orina, cardatura, pettinatura, filatura e
tessitura su telaio. Antonia e la piccola Clara l’aiutavano, benché il lavoro più pesante lo
eseguisse la madre.
Se avessimo denari alcune attività le potrebbero eseguire altri artigiani, rimuginò Elisa,
ultimamente però mio padre sta vendendo le stoffe semi-finite al mio promesso sposo, non le
filiamo e tessiamo più.
Il pasto giunse al termine e si ritirarono quasi subito per la notte, tuttavia Elisa non dormì
bene, troppo angosciata per l’indomani e il futuro.
All’alba il padre la svegliò e con lei i fratellini, i quali comprendendo la situazione si
misero a piangere. Li accudiva da anni come una madre e loro l’amavano.
«Addio.» Elisa li salutò dimessa, abbracciandoli.
«Addio, Elisa» risposero in coro.
Prese la sacca e s’affrettò a seguire il padre. L’abitazione di mastro Cappelletti distava
molte leghe dal suo villaggio natale, molto vicino al centro di Verona. I due dovevano
attraversare i pericolosi boschi della valle Provinianensis, piena di briganti e di sventurati. Al
tramonto infine giunsero nella grande casa del commerciante di lana ed Elisa si stupì della
ricchezza esibita dal suo futuro marito. Il padre bussò all’uscio e con sua sorpresa aprì un
giovane vestito in modo rispettabile.
«Mio padre non è in casa, tornerà nei prossimi giorni. Il viaggio verso Soave si sta
prolungando oltre l’usuale.»
Elisa lo squadrò, poteva avere sedici o diciassette anni e si stupì che il padre non l’avesse
portato con sé. Sapeva che, data l’età, doveva avere dei figli grandi.
Ma perché desidera una moglie se ha già degli eredi?
«Lui sapeva del vostro arrivo e mi ha lasciato qui ad accogliervi.» Il ragazzo sbuffò, non
molto felice di vederli.
«Non posso lasciare tua madre e i ragazzi soli a lungo: i berrovieri o i briganti potrebbero
attaccarli» si congedò il padre.
«Non ti preoccupare, all’altare ti porterà Aliberto, mio fratello maggiore. Io sono
Romualdo.»
Il figlio minore, snello e alto per la sua età, la introdusse nella dimora a due piani,
illuminata da alcune candele e lanterne.
«Vieni, ti accompagno nella tua nuova camera, così potrai sistemarti.»
Nella stanza principale, adibita ai pasti, era collocato anche un grande telaio.
«Pensavo che mastro Cappelletti fosse un commerciante, non un tessitore» commentò lei
stupita.
«Vuole allargare l’attività, ma Gelsomina non lo sa utilizzare bene.»
Vuole una tessitrice esperta, da non pagare. Ecco perché il babbo ha deciso di non recarsi
più a Verona e di vedere a lui i nostri prodotti semi-finiti; non possiamo competere con lui.
Il ragazzo la sospinse avanti, snocciolando le funzioni delle varie stanze. «Al piano terreno
ci sono la cucina, la dispensa del cibo e il magazzino della lana, mentre al primo piano le
camere da letto, di mio padre, dei bambini con l’ancella, di mio fratello maggiore e mia.
Questo spiega perché mastro Cappelletti non mi ha maritato con il figlio maggiore, ma non
capisco il motivo dell’esclusione di Romualdo. Il diciassettenne aprì una porta ed entrarono in
una grande camera da letto. Per la prima volta Elisa vide un letto di legno, con materasso di
lana e lenzuola.
Si fermò nel centro della stanza, meravigliata da tanta ricchezza. «Pensavo che solo i
nobili godessero di tali oggetti. »
«A mio padre piace il lusso» rispose il giovane.
«Potrei avere dell’acqua per lavarmi il viso e i piedi? Sono in viaggio da questa mattina»
domandò lei.
Il ragazzo arrossì. «Le mie buone maniere sono un po’ arrugginite, te la porto subito.
Domani ti farò conoscere Gelsomina, la sposa di mio fratello, Nina l’ancella e i bambini»
asserì imbarazzato.
Romualdo uscì ed Elisa osservò meglio la stanza, notando un baule, dove poteva stipare le
sue cose, e un’alta finestra chiusa da infissi di legno. Triste, poggiò a terra la sacca ed estrasse
il vestito distendendolo sul letto.
«Mio padre te ne farà avere degli altri, Gelsomina è abbigliata sempre come una nobile
dama.» Romualdo era entrato senza bussare con il con il catino, ma lei non ci fece caso. «Ti
lascio riposare.»
«Grazie.» Rimasta sola si tolse l’abito impolverato e lo sbatté, prima di appenderlo a un
gancio. Si lavò con attenzione mani, viso e piedi. Poi, stanca dalla lunga giornata, s’infilò a
letto.
Il canto del gallo e del rumore proveniente dall’esterno la svegliò, sbadigliò, infine si alzò
di malavoglia e aprì gli infissi di legno lasciando entrare la luce dell’alba.
«Vedo che sei già alzata.»
Elisa, indossando solo la sottoveste leggera con la quale dormiva, si voltò a fronteggiarlo.
«La prossima volta annunciati, potevo essere nuda!»
«Scusami» disse lui vergognoso.
«Va’, scendo subito.»
Devo farmi rispettare, altrimenti per lui, il fratello e il padre non sarò che una serva.
In fretta s’infilò il vestito del giorno precedente e si diresse in cucina. Nella stanza diverse
paia di occhi si girarono a fissarla. Elisa avanzò a disagio, osservando la famiglia riunita per la
colazione. La moglie di Aliberto, una bella donna di circa vent’anni, abbigliata con eleganza,
la squadrò sprezzante. Quattro bambini piccoli, accuditi da un’ancella di mezz’età,
rumoreggiavano nel locale, impedendo agli adulti di udire qualsiasi cosa. Tra un anno avrò il
mio primo figlio, rabbrividì.
«Se i piccoli hanno terminato di mangiare, portali fuori, Nina» ordinò la madre dei
bambini.
La nutrice li fece alzare e li condusse all’aperto.
«Sono Elisa la tessitrice, futura sposa di mastro Cappelletti» si presentò quando ritornò il
silenzio.
«Gelsomina, sposa di Aliberto Cappelletti» sorrise questa con sforzo.
La ventenne si era espressa con tono arrogante ed Elisa la trovò subito antipatica.
«Perché sei abbigliata così?» Romualdo stava forse cercando d’indovinare le intenzioni
della moglie del fratello.
«Devo recarmi in città per fare spese, abbiamo terminato le spezie e il filo dorato per il
ricamo.»
Sembra che voglia rabbonire il ragazzo. Forse non desidera che lasci la casa da sola.
«Non sei andata la settimana scorsa?»
«Infatti, l’ordine di spezie dall’Oriente sarà giunto in città e devo ritirarlo. Prenderò
Brunello.»
Romualdo sbuffò contrariato, ciononostante la donna uscì. Rimasti soli, i due giovani si
guardarono in viso. Elisa notò particolari che le erano sfuggiti alla luce fioca del precedente
tramonto. Il volto del giovane era pieno di lentiggini e queste gli davano un aspetto da
simpatico monello. Elisa sorrise alla visione e le fossette delle guance si approfondirono.
«Mangia. Questa mattina abbiamo del lavoro da fare.»
Il giovane sparì e lei si sedette sulla stretta panca.
Quindi sono qui per produrre? La letizia le si spense in viso. Proprio non gli piaccio, forse
mi trova troppo umile. Terminato il pasto uscì nella fresca mattina, la temperatura sarebbe
rimasta accettabile solo per alcune ore. A mezzogiorno il caldo sole estivo li avrebbe costretti
a rientrare nella frescura dell’abitazione. Romualdo, scorgendola, le venne incontro.
«Dobbiamo cardare, pettinare, filare, tessere, eliminare le impurità, battere i capi e
tingerli prima dell’autunno.»
Elisa tremò. Mio padre mi ha venduta come serva, non come sposa. «Quanto materiale
dobbiamo trattare?» chiese alla fine.
«Seguimi e capirai.»
Elisa lo seguì nel magazzino della lana.
«Tutto questo» Romualdo aveva aperto di scatto una porta. C’erano molte balle di lana.
Lei spalancò gli occhi stupita: «c’è il vello di cento pecore qui!»
«Puoi ben dirlo» commentò Romualdo.
«Non riusciremo mai a lavorarlo da soli prima dell’autunno. Ci servirebbero altre braccia
esperte.»
«Affinché il guadagno sia buono, la trasformazione dev’essere fatta in casa.»
Elisa lo fissò sconfitta. Anche se non volessi, non ho molta scelta.
«Cosa conosci delle varie fasi?» lo interrogò.
«Non molto, di solito seguo mio padre nella vendita» le confidò lui.
«Immagino siano già state smistate, lavate, battute e sgrassate con orina» sospirò. «Dov’è
la cardatrice?» chiese infine
Romualdo l’adocchiò stupito senza rispondere. Forse si era aspettato più resistenza da
parte mia.
«La macchina con le punte di metallo, nella quale la massa di fibre è mescolata e divisa in
uno strato uniforme» specificò lei.
«L’ho posizionata sotto quella quercia, ci sarà fresco per molte ore sotto la sua ombra.»
« Allora prendi un po’ di lana. Iniziamo.»
Lavorarono tutta la mattina, fino allo zenit del sole. Elisa aveva eseguito quella procedura
quasi tutta la vita, era veloce e sicura di sé.
«Andiamo a mangiare qualcosa, ho una fame terribile.» Il giovane le sorrise di buon
umore interrompendola, notando quanto materiale era stato trattato.
«Te la senti di continuare da solo? Questo meriggio io potrei pensare alla pettinatura.»
«Non credo di avere problemi» rispose un po’ incerto.
«Lavorerò vicino a te.»
Elisa aveva notato la sua esitazione e non voleva dover rifare da capo tutto il lavoro.
Entrarono in cucina e si nutrirono con appetito. Dopo un’oretta ritornarono al lavoro,
sebbene la temperatura fosse molto elevata, all’ombra della quercia non si stava male.
Se solo potessi togliermi il vestito e restare con la veste da notte come facevo a casa, agognò
lei asciugandosi la fronte dal sudore.
«Non hai caldo con quell’abito? Perché non lo togli?» suggerì Romualdo.
Il giovane si era levato la tunica, rimanendo a torso nudo.
«Ho solo sottoveste leggera che hai visto stamattina, non sarebbe conveniente quale tua
futura matrigna.»
«Qui non ci vede nessuno, Gelsomina resterà in città un giorno e mio padre è ancora in
viaggio.»
Non posso resistere oltre, pensò lei sfilandosi la veste e poggiandola sopra un ramo.
Romualdo non emise suono ed Elisa si stupì, sapeva di essere una bella ragazza e la sua
indifferenza la ferì. La sottoveste infatti metteva in evidenza le curve del suo corpo: il seno
prosperoso e il sedere ben modellato. Continuarono a lavorare fianco a fianco fino al
tramonto. Infine, stremati, entrarono per cenare con i bimbi e l’ancella. Le voci dei piccoli
sormontavano qualsiasi altro suono, impedendo ai commensali di parlare. Portarono
pazienza per un’ora, infine il giovane sbottò.
«Nina, ti prego, portali a dormire.»
«Certamente, Romualdo.»
La serva sparì con i nipoti. Elisa, che non aveva aperto bocca tutto il meriggio, fu felice di
quella soluzione.
«Domani potrò filare una parte del vello che ho pettinato oggi. Dov’è il fuso?»
«Vicino al telaio. Immagino che dovrò continuare a cardare.»
«Quando Gelsomina tornerà dalla città, ti potrà dare una mano» suggerì lei.
Romualdo sbuffò. «Non credo proprio, quella donna non sa far nulla se non ricamare.»
«Imparerà, anche tu non avevi mai cardato prima e oggi te la sei cavata bene.»
«Lei non si abbasserà a tanto, dovrà ordinarglielo il marito o mio padre.»
Elisa si meravigliò che una donna potesse comportarsi come desiderava, soprattutto in
presenza di un membro maschio della famiglia. «Faremo noi, allora.»
Romualdo sbadigliò di gusto ed Elisa lo imitò.
«Ora sono stanco, andiamo a dormire, domani ci dovremo svegliare presto» suggerì il
giovane.
Lei accettò con gioia, il caldo estivo l’aveva disturbata quel giorno.
Il giorno successivo l’attività continuò, insieme cardarono e pettinarono il vello di pecora.
Nel primo meriggio Gelsomina rientrò e trovò Elisa intenta a filare, la aiutò, tuttavia la donna
viziata dal marito si stancò presto e la lasciò per iniziare un nuovo ricamo.
«A Verona ho acquistato del lino proveniente dalla Terra Santa, ne farò abiti e tuniche per
me e Aliberto. Li ricamerò con il filo dorato, saremo molto eleganti a messa la prossima
settimana.»
Elisa si stupì che la nuova famiglia fosse così ricca da potersi permettere del lino egizio, di
solito importato per i nobili.
«In ogni caso, dov’è Romualdo?»
«Fuori a cardare e pettinare il vello» le rispose.
La ventenne alzò un curato sopracciglio e la fissò interdetta. «Devi averlo stregato, da
quando abito in questa casa non l’ho mai visto interessarsi a nulla.»
«Carda e pettina da due giorni e non è male. Potresti provarci anche tu» ipotizzò lei.
«Cosa? Non ci penso proprio! Mi verrebbe un mal di schiena tremendo» asserì
congedandosi.
Ai vespri Romualdo rientrò, stanco, sudato e sporco. Il giovane l’attraeva molto,
ciononostante questi non stava dimostrando alcun interesse personale nei suoi confronti. Il
padre gli aveva affibbiato un compito e lui non aveva scelta se non eseguirlo. Io sono la sua
futura matrigna, dovrei ricordarmi di questo e pentirmi dei miei pensieri peccaminosi, arrossì.
Il giovane parve non notare il suo turbamento e l’avvicinò asciugandosi la fronte.
«Ho cardato alcune braccia di vello» commentò.
Provò pena per lui. «Domani mattina ti aiuterò ancora e nel meriggio potrei iniziare a
tessere quello che ho filato oggi.»
Attorcigliati sul fuso c’erano molti fili di lana, di un colore beige, tipico del vello grezzo.
«Romualdo, vai a lavarti al pozzo, hai un odore tremendo di pecora!» Gelsomina era
apparsa per mangiare, seguita dai suoi bimbi e dall’ancella.
Il ragazzo sbuffò contrariato e uscì ancora. Elisa era abitata a quell’odore, i suoi genitori si
lavavano poco. Quando il giovane rientrò, lei si recò a sua volta al pozzo e si deterse le parti
scoperte. In un’ora i bambini mangiarono e la serva li portò a dormire.
«Stanno diventando sempre più rumorosi e indisciplinati. Potrei insegnare a Bruno come
si carda, ormai ha otto anni. Deve contribuire all’attività, non è figlio di un nobile signore»
criticò Romualdo.
Gelsomina spalancò gli occhi verdi e lo fissò sconvolta, come se il giovane le avesse
proposto di vendere il bimbo al primo offerente. «Ne discuterò con tuo padre e Aliberto, per
ora non se ne parla.»
Gelsomina si alzò irritata e si ritirò per la notte.
«Non ti aiuterà a tessere o filare e tratta i suoi figli come se fossero di regale discendenza.
Dovrebbero aiutarci invece, almeno Caterina e Bruno» la biasimò Romualdo con acidità.
«Proverò a coinvolgere la piccola. Io alla sua età già aiutavo mia madre con il telaio, lei
potrebbe agevolarmi con il fuso» propose lei.
Elisa non riuscì a trattenere uno sbadiglio e Romualdo si stiracchiò la schiena.
«Sembriamo due vecchietti» scherzò lui.
«Vero» bisbigliò lei.
La stanza era illuminata solo da due candele e dalle braci del camino. La cuoca si era già
ritirata per la notte e i due giovani si guardarono per la prima volta negli occhi. Se il futuro marito li avesse sorpresi a fissarsi in quel modo, le conseguenze sarebbero state tremende per lei e Romualdo.
«Meglio andare a dormire» suggerì infine il ragazzo.
Mi sembra così depresso, perché il padre non lo fidanza con una bella ragazza? s’interrogò lei per l’ennesima volta.
Elisa trascorse una notte agitata, girandosi molte volte nel letto. Infine, prima del canto
del gallo, si alzò e andò alla finestra aprendo le persiane.
La nuova famiglia ancora riposava ed Elisa scese in silenzio le scale. In cucina il fuoco era
già acceso e accanto ad esso sedeva Romualdo. Rimase a fissare la sua schiena per un po’, alla fine si riscosse, palesò la sua presenza e il giovane si girò. Elisa quella mattina non aveva indossato il vestito di lana, il caldo di agosto l’aveva costretta a rimanere nella leggera sottoveste da notte. In ogni caso Gelsomina indossa il trasparente lino egizio, pensò lei giustificandosi. Romualdo si alzò senza una parola e continuando a guardarla, all’improvviso la prese tra le braccia e la baciò. Elisa ricambiò con trasporto, dopo una mezz’ora, udendo un rumore si staccarono, entrambi coscienti del grosso rischio che correvano. Se la cuoca e la ventenne li avessero sorpresi, la loro fine sarebbe stata inevitabile. Non desidero maritare il vecchio mastro Cappelletti, rimuginò lei osservando Romualdo, ma non posso tradire la sua fiducia. La serva arrivò e preparò il primo pasto della giornata. Ogni tanto i due si sbirciavano, continuando a masticare, terminarono in fretta e uscirono nel caldo mattino estivo.

«Quello che è accaduto prima non si dovrà ripetere. Io diventerò la tua matrigna» disse lei una volta fuori casa.
«Lo so, mi comporterò meglio. Mio padre ci ucciderebbe, se sospettasse.» Il ragazzo abbassò lo sguardo e lei si sentì colpevole per averlo assecondato.

Avevano prelevato altro vello da cardare e pettinare posizionandolo sotto la quercia.
«Perché tuo padre non ti accasa? Sei un giovane sano e attraente» lo interrogò.
La tentazione di baciarlo ancora sarebbe stata troppo forte, se Romualdo fosse rimasto
libero.
«Per motivi economici, ci sono già tante bocche in questa casa.»
Elisa si stupì della confidenza del giovane. «Non mi sembrate una famiglia bisognosa.
Gelsomina ha appena acquistato diverse braccia di costoso tessuto egizio!»
«Forse tra qualche anno, quando questa attività darà i suoi frutti. Così mi ha assicurato
mio padre.»
Elisa si sentì morire, Romualdo non si sarebbe maritato ancora per molto tempo.
«Dovremo solo cercare di non restare soli e alzare lo sguardo l’uno sull’altro.»
«Ce la faremo, Elisa. Vedrai.»
All’ora nona lo lasciò e in casa si posizionò accanto al telaio. La tessitura, con i suoi
movimenti ritmici, la distraeva sempre dai suoi problemi. Come può una donna non sapere
utilizzarlo? s’interrogò lei, Gelsomina è solo pigra e viziata dal marito, immaginò giustamente.
La ventenne, dopo pranzo, si era ritirata in camera sua a ricamare ed Elisa non la vedeva da
diverse ore.
Caterina, la bimba di sei anni rientrò sudata, aveva fame, ma la cuoca non c’era. In ogni
caso nulla era ancora stato predisposto per la cena.
«Cosa stai facendo?» domandò la piccola.
«Sto tessendo.»
«Ti posso aiutare?»
Elisa sorrise e afferrando il fuso con un po’ di vello pettinato, le spiegò in dettaglio cosa
fare. La bimba si mise all’opera, dapprima Elisa la osservò per correggerla; infine, notando che
se la stava cavando, ritornò al telaio. Per distrarla le raccontò una storia, a lei piaceva narrarle
alle sorelle minori durante lo svolgimento dei diversi compiti. Nel tardo meriggio la nutrice
rientrò con i bimbi più piccoli e Bruno.
«Ho suggerito io a Caterina di aiutarvi. È una bimba dolce e simpatica» sorrise con
nervosismo la vecchia serva.
«Grazie, non riferirò nulla a Gelsomina. Non preoccuparti» la rassicurò.
La cuoca li chiamò per il pasto servale e anche Romualdo e Gelsomina vennero a
mangiare. Come concordato, lei rivolse poche volte la parola al diciassettenne. Per fortuna
non venne allo scoperto l’attività pomeridiana della seconda figlia di Aliberto. La madre era
troppo intenta a esporre cosa aveva ricamato, per interessarsi alle chiacchiere dei suoi figli.
Quando alla fine i piccoli, l’ancella e la capricciosa genitrice furono andati a dormire, il
giovane s’arrischiò a guardarla negli occhi.
«Caterina mi ha aiutata a filare oggi, così ho potuto tessere più vello. Lo vuoi vedere?» gli chiese.
«Ne sarei curioso.»

medioevo 3
Lei gli mostrò le pezze di tessuto levigato e regolare. Romualdo le afferrò e le toccò con
malizia, lasciando scorrere una mano sul morbido vello «Lisce come la tua pelle» sussurrò.
«Romualdo, ti prego…»

La baciò ancora e lei non si oppose. Gli occhi turchesi del ragazzo scintillarono nella penombra della stanza mentre la stringeva e accarezzava con passione. Infine i due rinsavirono e si separarono.«Va’ a dormire! Io rimarrò alzata ancora un po’ a filare.»

Elisa era turbata e Romualdo arrossì, abbassando lo sguardo.
«Non volevo farti vergognare di fronte a mio padre.»
I due ragazzi lavorarono ancora diversi giorni fianco a fianco, sorridendosi ogni tanto e
facendo attenzione agli sguardi dell’ancella e di Gelsomina. Trascorse così una settimana ed
Elisa riuscì a tessere una discreta quantità di soffice vello beige. Infine mastro Cappelletti
ritornò con il figlio maggiore. Il viaggio era stato lungo e problematico, così l’uomo non si
dilungò molto con la famiglia.
«Sono Elisa, la tessitrice» si presentò lei torcendosi nervosa le mani.
«Io sono il tuo futuro sposo, mastro Guglielmo Cappelletti e lui è Aliberto, mio figlio
maggiore.»
Osservò il futuro marito e lo trovò più vecchio dell’aspettato.
Potrebbe avere cinquant’anni, è più anziano di mio padre, rimuginò lei notando la calvizie
e la pinguedine del commerciante di lana.
«Padre, Elisa ed io abbiamo preparato un po’ di vello» disse Romualdo cercando di
spezzare la tensione.
Il vecchio s’avvicinò alle pezze tessute e le accarezzò.
«Andrebbero ancora bollite con orina per eliminare le impurità, battute per infeltrirle e
tinte.» Elisa conosceva bene le fasi, anche se con la famiglia si occupa spesso solo delle prime :
tosatura, smistatura, lavaggio in acqua e battitura per eliminare le prime impurità.
«Ce la farete prima dell’autunno? Aliberto e io le potremmo vendere alla prossima fiera.»
«Non so, padre, forse una parte. Il lavoro è tantissimo e siamo solo in due» rispose
dubbioso Romualdo.
«Ora che siamo tornati, Aliberto e Gelsomina vi potranno aiutare.»
Gelsomina sbuffò contrariata, filare o tessere non le piaceva, tuttavia non poteva opporsi
al volere del capofamiglia. All’improvviso il vecchio uomo si appoggiò al telaio, tossendo
convulsamente.
«Padre, non ti senti bene?» domandò Aliberto preoccupato.
L’uomo era impallidito e barcollò, instabile sulle gambe, quando si staccò dalla macchina.
«Sono solo stremato e ho preso freddo durante il viaggio. Dove ti ha sistemata per la notte
Romualdo?»
«Nella nostra futura camera» rispose lei con timidezza.
«Non siamo fidanzati o maritati, non sarebbe conveniente per il tuo buon nome. Da oggi
in poi riposerai nella camera di Romualdo. Lui può trasferirsi nel magazzino della lana.»
Il giovane non si sognò di protestare, anche se nel piccolo magazzino l’odore di pecora era
tremendo, per non parlare del caldo.
Probabilmente sarà solo per poco tempo, immaginò Elisa.
La mattina successiva il futuro consorte non si alzò dal letto. L’uomo respirava con fatica:
aveva occhi infiammati e la febbre alta. Nel meriggio il figlio maggiore, sempre più
angustiato, andò in città a cercare un cerusico.
«Potrebbe avere il vaiolo o il tifo» commentò Romualdo.
«Magari è solo anziano e sfinito» replicò Elisa mentre tesseva.
La cuoca si era ritirata da qualche minuto, dopo aver preparato la cena; l’ancella era sparita
con i piccoli di casa ma Caterina decise di rimanere con lei a filare, divertendosi con il fratello
maggiore. Gelsomina non si sentiva molto bene quel giorno e il marito, sospettando un’altra
gravidanza, le aveva suggerito di riposare. Lei sospettava però che fosse tutta una finta per
evitare di filare e di tessere.
«Il nonno starà bene?»indagò Bruno d’un tratto.
I due adolescenti si girarono a fissarlo, non era un bimbo sciocco, tutt’altro.
«È ora per voi due di andare a dormire» s’intromise Romualdo salvandola.
«Grazie per l’aiuto bambini, se non ci foste voi…»
I bimbi sorrisero, soddisfatti di essere stati apprezzati.
Sono deliziosi e hanno molta voglia di rendersi utili, proprio non comprendo la loro madre,
rimuginò lei mentre si allontanavano.
«Aliberto non è ancora tornato dalla città, pensi sia normale?» domandò a Romualdo un
po’ preoccupata.
«Potrebbe essere incappato in qualche guaio, meglio che resti a dormire qui stanotte. Mi
sistemerò accanto alla finestra, così lo sentirò arrivare con il cerusico.»
Elisa continuò a tessere mentre Romualdo provava a filare, ma le sue grandi mani non
erano adatte allo scopo.
Lei sorrise divertita vedendolo in difficoltà. «Romualdo, smetti e riposati.»
Elisa si zittì di colpo. Allarmata, sentì Nina scendere di corsa le scale.
La serva appariva stravolta. «Sono passata da mastro Guglielmo per vedere come stava e
l’ho trovato peggiorato. Sta vomitando, tossendo sangue e ha molta sete. Dov’è il cerusico?»
Romualdo la fissò angustiato. «Non è ancora giunto dalla città e non credo si presenterà
per stasera. Non è sicuro viaggiare nel bosco, soprattutto di notte.»
«In questo caso venite ad aiutarmi» suggerì l’ancella.
Elisa uscì a prendere dell’acqua mentre il giovane saliva le scale con la donna. Quando lei
entrò nella camera da letto del futuro sposo si spaventò. Le lenzuola erano macchiate di
sangue e il malato giaceva immobile con gli occhi chiusi, respirando a fatica.
«Ho portato dell’acqua, dovremmo farlo bere e posare una pezzuola bagnata sulla fronte
per far abbassare la febbre» suggerì lei.
Elisa si avvicinò con coraggio al corpo del vecchio commerciante e notò una protuberanza
sul collo. Non si sbigottì, non conosceva nessuna infermità con quel marchio. L’anziano
promesso si riscosse, lo sguardo era molto infiammato.
«Uscite e non rientrate. Vi ammalerete anche voi, se mi curerete» mormorò.
«Padre!» Romualdo si scandalizzò.
«Figliolo, sto morendo. Non c’è nulla che possiate fare.»
«Io resterò accanto a lui. Voi due giovani andate di sotto» propose Nina.
In quel momento Elisa comprese che uno speciale legame univa i due adulti.
Sono amanti! Un ricco commerciante non può maritare una serva non più in età da
procreare, s’illuminò lei interrogandosi se il figlio più giovane lo sapesse.
«Torniamo in cucina, attenderemo Aliberto insieme» le disse Romualdo con evidente
vergogna.
Si sedettero vicino al camino acceso, il calare del sole portava sempre un abbassamento
della temperatura interna. In quella stagione si stava meglio sotto le stelle. Pregarono,
piansero e si confidarono man a mano che avanzava la notte. Infine, al sorgere del sole, Elisa
mosse il braccio destro, disturbata da un raggio che entrava dalla finestra. Aveva dimenticato
di chiuderla con l’infisso. Alzò il capo e si stupì di essere tra le braccia di Romualdo. Lei e il
giovane giacevano sul nudo pavimento avvolti nel mantello di lui.
Mio Dio, so che è peccato pensare a lui in codesto modo, ma anche lui prova attrazione per
me. Se solo non fossi promessa al padre, sospirò mentre si stringeva a Romualdo.
Una mezz’ora più tardi, riaprendo gli occhi, scoprì che quelli turchesi di lui la stavano
fissando rapiti.
Elisa ricambiò lo sguardo. «Celestina, la cuoca, Gelsomina e Nina non sono ancora
sveglie.»
« È ancora presto, c’è un gran silenzio» commentò lui avvicinando il viso al suo.
Romualdo la baciò ancora, questa volta con più ardore. Elisa gli sollevò la tunica,
infilandovi sotto una mano per accarezzargli il torace. All’improvviso, udendo un rumore di
cavalli all’esterno, si staccarono sentendosi in colpa.
«Aprite! Sono Aliberto con il cerusico.»
Si rassettarono in fretta gli abiti e Romualdo aprì.
«Buongiorno a voi!» esclamò il cerusico entrando.
«Buongiorno, mio padre è peggiorato in poche ore. Nina, l’ancella, ha deciso di restare con
lui stanotte» borbottò Romualdo.
Elisa nel frattempo si era avvicinata al camino, accendendolo per la colazione in attesa
della cuoca.
«Ho una sete tremenda, Celestina non è ancora arrivata?» interrogò Aliberto.
«No. E lo trovo un po’ strano. Vado a vedere cosa la trattiene» Romualdo replicò mentre lei
accompagnava il cerusico dall’infermo.
Un’ora più tardi Romualdo rientrò e nella corte s’imbatté in lei diretta al pozzo. «Celestina
sta molto male e anche molti abitanti di Parona sono nelle stesse condizioni. Penso sia
scoppiata un’epidemia di tifo.»
«Anche Gelsomina, Bruno, i piccoli di casa e tuo fratello stanno male» disse lei angosciata.
«Cos’ha affermato il cerusico?»
«Ha parlato di una grave pestilentia. Non c’è cura, si è fatto pagare ed è sparito non appena
ha notato i bubboni di tuo padre.»
I due rientrarono in casa e si recarono subito nella camera di mastro Guglielmo
Cappelletti. Il vecchio commerciante non si muoveva, giaceva pallido sul letto macchiato di sangue e pareva entrato in una sorta di stato d’incoscienza. Romualdo gli si avvicinò e mise una piuma sotto le narici.
«È morto, credo.» La voce di Romualdo tremò ed Elisa scoppiò in pianto, più per la
punizione divina che si era abbattuta su tutti loro che per il dolore.
«Non possiamo portarlo a Parona per la sepoltura, il parroco è morto stanotte» aggiunse
Romualdo.
«Andiamo a vedere come stanno Aliberto e Gelsomina» propose lei.
Era molto preoccupata per le sorti della sua nuova famiglia. «Se Bruno e i piccoli sono
ammorbati, sarebbe meglio spostarli con i genitori. Non possono dormire con Caterina e
Nina.»
Lei e l’ancella esaminarono con attenzione il corpo del bambino e dei piccoli. Purtroppo
notarono dei bubboni sul collo e sotto le ascelle. Li avvolsero nei loro teli da notte e
Romualdo li trasportò con i genitori.
«Bruno guarirà?» piagnucolò Caterina.
Elisa non rispose, non sapendo come comunicare alla bimba che la sua famiglia presto
sarebbe stata decimata. Romualdo e l’ancella uscirono dalla camera con espressioni tristi,
rassegnate e Caterina scoppiò in un pianto. Elisa, invece, uscì all’aria aperta, desiderosa di tranquillità e di un posto isolato per pregare.
Perché Dio ci hai inviato questa piaga? continuava a domandarsi.
Nel meriggio Romualdo venne a cercarla e la trovò concentrata in invocazioni di perdono.
«Dovrei ritornare dai miei parenti…» ipotizzò lei depressa.
Il futuro sposo era morto senza impegnarla in fidanzamento. Secondo le consuetudini
posso ritornare dai miei genitori, pensò.
«No, ti prego, resta con noi. Quando la pestilentia finirà e se saremo ancora vivi, ti
riaccompagnerò io stesso.»
Romualdo mi piace e mio padre mi mariterebbe con qualche altro scampato. Non desidero
lasciarlo, anche se non pare intenzionato a sposarmi, pensò lei fissandolo.
«Per ora resterò. Ora rientriamo, dobbiamo seppellire tuo padre.»
«Anche Bruno, i bimbi, Aliberto e Gelsomina» gli comunicò lui abbattuto e disperato.
«Nel meriggio, dopo la loro morte, mentre eri assorta in preghiera, sono ritornato a Parona
per scoprire se hanno trovato una cura per tutto questo.»
Elisa pendeva dalle sue labbra.
«Solo la preghiera guarirà questo peccato e stanno anche bruciando delle erbe aromatiche.
In paese i corpi sono ammassati per le strade, i non appestati scaveranno delle fosse comuni…
così mi ha raccontato uno degli artigiani.»
«Come stanno Caterina e Nina?» domandò lei.
«Non si sono ammalate, come sta accadendo a noi» specificò lui.
«Perché?» Elisa arrossì pensando al suo peccato con il giovane.
«Le vie del Signore sono imperscrutabili» citò Romualdo da bravo cristiano.
Quella sera trasportarono con fatica i cadaveri al piano terreno e li avvolsero in teli per
evitare che la bimba vedesse i genitori morti. Elisa provò molta pena per la piccola.
In pochi giorni ha perduto tutti, a parte un giovanissimo zio e l’ancella, rimuginò.
Nel bosco, terra non consacrata, Romualdo scavò una profonda fossa.
Elisa lo osservò, sprofondata in cupi pensieri. Infine si riscosse. «Ci possiamo dividere
l’amaro compito.»
«Quelle per Gelsomina, Bruno e i piccoli le puoi fare tu.» Disse.
La ragazza sobbalzò, comprendendo che il ragazzo considerava meno importanti la
moglie del fratello maggiore, il nipote di otto anni e i neonati.
Non contribuivano alla ricchezza della famiglia, erano solo dei costi per mastro Cappelletti,
non poté evitare di pensare lei.
La sera calò e i tre posarono i cadaveri nelle buche. Caterina pianse tutto il tempo
distrutta, stringendosi alla serva che si era comportava come una madre sino a quel momento.
I giorni trascorsero lenti, i due adolescenti, la bambina e l’anziana serva non si
ammalarono. Romualdo quasi ogni meriggio si recava nel villaggio per sondare la situazione.
«Non ci sono nuovi casi in paese. La pestilentia si è fermata. Un commerciante di Verona
sostiene che abbia uccido un quarto dei cittadini.»
Elisa inorridì. Forse dovrei andare a casa, qualcuno della mia famiglia potrebbe essere
sopravvissuto, soppesò.
«Cosa faremo ora?» gli chiese.
Romualdo la guardò, gli occhi turchesi del ragazzo luccicarono. «Prenderemo in mano il
commercio di mio padre, anche la produzione di pezze di lana, prima a Verona poi nel resto
della provincia.»
«Siamo solo in due!» esclamò Elisa.
«Caterina e Nina ci aiuteranno.»
Non ci andrà male, sono spirati in molti e i nobili potrebbero necessitare i nostri articoli ,
pensò lei con cinismo seguendolo in casa. Inoltre mi trova attraente e ben presto forse troverà
il coraggio per chiedermi in moglie, sperò.

IL PIRATA BARBARESCO
Anno domini 1165

Luca de Bogetti, scudiero del cavaliere Fabio Marzolo, era l’ultimogenito di una casata di
campagna della valle Provinianensis non propriamente ricca. Così, l’anno precedente suo
padre aveva stretto accordi con i Marzolo affinché fosse assoldato come scudiero del figlio
secondogenito Fabio, divenuto cavaliere di chiara fama e diretto alle crociate.
Luca si sentì tirare e stringere, gli assalitori gli stavano legando mani e piedi; tentò di
liberarsi ma senza successo. Alzò il capo e il panico montò dentro di lui. Poi ricordò l’ultima storia raccontata dal cavaliere franco Martin de Bordeaux, compagno d’armi di Fabio.
Forse sono pirati barbareschi, non uccidono volentieri i ricchi cavalieri diretti alle crociate e i loro sottoposti, ma ne chiedono il riscatto alle famiglie. Tuttavia il cadavere del mio signore giace ai loro piedi.medioevo 4
Luca osservò meglio il lupo di mare che gli si parò di fronte: appariva essere giunto alla
mezz’età, scuro di pelle e di capelli. Il sole e il sale, infatti, avevano seccato la sua pelle come una pergamena e stava urlando ai sottoposti.
È arrabbiato per la morte del mio signore. Ha perso l’occasione di ricavare un ricco bottino dalla sua cattura.
Martin, invece, giaceva svenuto accanto a lui, ferito all’addome da un colpo di sciabola.
«Vi suggerisco di guarire l’altro cavaliere, la sua casata è molto influente in Francia»
consigliò in occitano, sperando che un pirata conoscesse la lingua diffusa in Terra Santa.
«Chi sei tu, giovane anguilla?» Il capitano dei pirati si espresse nello stesso idioma
scrutandolo per la prima volta.
Lui era un quindicenne molto magro e alto per la sua età, con ricci capelli biondo scuro e
occhi verdi. Indossava ancora la tunica della casata Marzolo, una quercia verde chiaro su
sfondo nero, strappata in più punti.
«Mi chiamo Luca de Bogetti, figlio di Aliostro de Bogetti, scudiero del cavaliere morto.»
Il pirata di mezz’età lo squadrò minaccioso, forse non era abituato a seguire i suggerimenti di un ragazzino gracile; ciononostante, pensando che avesse ragione, fece inversione di rotta e si diresse a nord-est. Su ordine dell’uomo lui e Martin furono trasportati di peso sottocoperta e lasciati là. Per due giorni nessuno venne a portargli dell’acqua o del cibo.
Perché non mi hanno gettato fuori bordo? Perché farmi morire in questo modo? si
domandò tormentato dalla sete.
All’alba del terzo giorno un marinaio entrò dove giacevano e gli versò in bocca dell’acqua
dolce, poi lo afferrò e trasportò a poppa.
«Stiamo arrivando nel porto di Khamili, giovane anguilla» lo informò il capitano.
Lui non sapeva dove fosse quell’isola, ma indovinò che il vecchio pirata fosse giunto nel
suo covo.
Se chiederanno il mio riscatto ne rimarranno molto delusi, mio padre ha molti altri figli e
nessun desiderio di sprecare le sue monete per me, considerò lui cinico.
Riuscì in qualche modo a guardarsi intorno: il mare era cristallino e il sole cocente.
Un bel posto, se non fosse infestato dai pirati.
Uno dei profittatori lo trasportò in una bianca casa del minuscolo villaggio; dopo qualche
istante altri due uomini depositarono accanto a lui il corpo ferito di Martin. Luca si lecco le labbra riarse dal caldo. Aveva fame e sete, le corde gli tagliavano la carne dei polsi e delle caviglie a ogni movimento, così smise di contorcersi e attese che qualcuno si facesse vivo.
Non dovette aspettare a lungo, lo scricchiolio della porta gli fece girare il capo nella direzione d’entrata e con suo sommo stupore entrò una giovane donna più o meno della sua età. Indossava una lunga tunica di lino grezzo che metteva in risalto il colore ambra della pelle e i lucenti capelli neri. Senza emettere suono s’inginocchiò accanto al cavaliere ferito e gli spalmò sullo stomaco una sostanza, poi lo medicò.medioevo 5
Luca non aveva mai veduto una ragazza più bella, il suo cuore prese a battere più forte. «Chi sei?» alla fine le domandò.
La giovane lo fissò stupita e gli si avvicinò, lui deglutì e la giovane comprese il suo bisogno.
«Sono Eliana, la figlia del pirata Silus» mormorò in occitano stentato.
Lo girò supino e gli versò in bocca del liquido fresco. Luca inghiottì in fretta, rischiando di
soffocare più volte.

«Fai piano!» lo sgridò lei.
Lui rallentò e la studiò con attenzione. Gli occhi neri della giovane gli ricordavano quelli
del capitano dei pirati e indovinò che Silus fosse il nome dell’uomo.
Quando lei staccò la sacca dalla sua bocca le parlò ancora. «Cosa avete intenzione di farne di me?»

Forse non vogliono uccidermi, altrimenti ora non sarei vivo.
«Chiederemo il tuo riscatto, ma se nessuno pagherà ti venderemo come schiavo.»
Luca inorridì, non desiderava affatto divenire il giocattolo sessuale di qualche ricco
mercante o faticare tutto il giorno sotto il sole cocente. Doveva pensare a un modo per fuggire o per farsi accettare dai pirati. La ragazza lasciò la stanza e lui riuscì a sedersi, appoggiando la schiena a una parete. Rimuginò a lungo pensando a una soluzione che ponesse fine ai suoi travagli. Il meriggio divenne sera ed Eliana ritornò per medicare ancora il cavaliere ferito e dargli ancora da bere. Martin non sembrava in via di guarigione, la ferita si stava infettando,sentiva l’odore di carne in putrefazione da dove era seduto.
«Dovreste somministragli un infuso di corteccia di betulla o nocciolo, oppure verbena per
il calore del corpo» suggerì lui.
La figlia del pirata lo fissò sospettosa. «Come fai a sapere? Io non conosco quelle erbe.»
«Sono delle erbe mediche che mia madre utilizzava quando qualcuno di noi stava male» la informò.
«Ho già provato a pulirgli la ferita con olio d’oliva e malva, ma non sembra andare meglio.»
«Mia madre usava aceto sulle ferite per evitare la cancrena.»
La giovane uscì e ritornò dopo un poco con in mano una coppa. «Cosa devo fare?»
Lui scavò nella sua memoria e alla fine alcune immagini della madre e dei fratelli malati
gli ritornarono alla mente.
«Versa l’aceto sulla ferita e attendi qualche istante prima di fasciarlo.»
Eliana versò il liquido sulla ferita del guerriero e questo sussultò.
Forse la ferita gli brucia, è un buon segno.
Infine la ragazza lo bendò. «Tornerò tra poco con un infuso che abbassi il calore.»
Dalla sua postazione guardò Martin, gli occhi erano chiusi e sembrava bruciare,
Non sopravvivrà, se i pirati non conoscono qualche buon rimedio per il calore del corpo.
Eliana tornò dopo una mezz’ora, tra le mani stringeva una ciotola e fece bere il liquido
caldo al cavaliere. Lui non chiese di cosa si trattasse, il suo destino non era legato al guerriero, sebbene Martin gli piacesse e non desiderasse la sua prematura morte.

La ragazza ritornò la mattina successiva per medicare il nobile; terminato il compito gli
liberò i polsi per farlo mangiare.
«Non cercare di fuggire, la porta è sorvegliata» suggerì lei.

Lui non era un eroe, nel poco tempo trascorso dall’inizio del suo servizio presso la casataMarzolo non aveva appreso molto sull’arte della spada. Mangiò con voracità, non ricordava quando aveva messo qualcosa sotto i denti l’ultima volta, bevve e infine ruttò di gusto.

«Il nobile cavaliere sembra migliorare grazie ai tuoi consigli. Ne ricaveremo un ricco
bottino e quest’inverno non soffriremo la fame» Eliana sorrise, aveva denti bianchi e regolari,Luca sgranò gli occhi verdi e trattenne il respiro.
«Il capitano Silus ti palerà più tardi» finì lei.
Indovinò che l’uomo volesse conoscere l’esatta ubicazione del suo castello, in modo da
chiedere un riscatto al genitore.
Sarà una perdita di tempo, ma questo mi darà modo di familiarizzare con i pirati e farmi
accettare, pensò lui.
Le ore passarono lente, Eliana gli portò altra acqua e bendò ancora il cavaliere franco,
infine, nel meriggio, entrò il capitano dei pirati.
Deve avere avuto Eliana in tarda età, forse è l’ultimogenita, non poté evitare di pensare.
«Dunque, giovane anguilla, noi siamo dei pirati barbareschi e assaltiamo le navi crociate
con l’unico scopo d’imprigionare ricchi cavalieri e pretenderne il riscatto. Se questo non
avvenisse non ci resterebbero che due scelte: la morte del malcapitato o la sua vendita come schiavo.»
Luca non aveva scelta, doveva confessare. «La mia casata si trova in una valle boscosa nei pressi di Verona. Ma toglietemi una curiosità: sapete leggere e scrivere?»
«Certo che no, ma il cavaliere franco conosce certamente quell’arte. Non appena si
sveglierà lo utilizzerò come scrivano.»
«Non ce ne sarà bisogno, io so leggere e scrivere in latino, occitano e dialetto veneto» gli
confidò.
Silus strabuzzò gli occhi sorpreso, Luca sapeva che pochi scudieri potevano sostenere lo
stesso.
«Com’è possibile? Sei il primogenito della tua casata?» domandò il pirata.
«No, il castellano, mio padre, era un novizio quando suo fratello, il primogenito, morì.
Così lui fu costretto a subentrare nella gestione del castello. Ha insegnato quello che sapeva a tutti noi.»
«Molto bene!» ghignò Silus.
Il capitano uscì dalla stanza e ritornò dopo alcuni istanti con pergamena, inchiostro,
penna e un basso tavolino di legno.
«Queste cose ti serviranno» il pirata asserì gettando ai suoi piedi il materiale.
Lui raccolse il pennino e l’inchiostro, si accertò che fosse pronto per l’uso, raddrizzò il
tavolino e lisciò la pergamena; infine s’apprestò a scrivere. «Cosa volete che comunichi al castellano Aliostro Bogetti?»
«Dubito che pagherà per riaverti, meglio puntare sul cavaliere franco» lo stupì Silus.
Luca aveva sperato che l’uomo non indovinasse subito la sua condizione. È colpa mia, mi
sono tradito?
Infine, mise per iscritto ciò che il vecchio predone borbottava. La cifra per il riscatto era
considerevole, ciononostante sperava che almeno Martin potesse uscire vivo dalla quella
infelice situazione.
«Leggi ciò che hai scritto» gli ordinò Silus.
Luca obbedì senza sollevare obiezioni.
«Va bene, sei abbastanza dotato. Firmerò la missiva.»
Da ultimo lo vide avvicinarsi a Martin e sfilargli l’anello con sigillo. Usualmente i nobili
sigillavano i loro documenti con cera calda e imprimevano su di essa l’emblema della casata.
Quando anche quell’operazione terminò, Silus gli tolse la missiva e uscì. Al tramonto la
giovane donna ritornò, medicò ancora il cavaliere, poi gli offrì del cibo.
«Buona questa cosa» Luca si leccò le labbra.
«È polipo bollito con erbe locali» disse lei sorridendogli.
Terminato il pasto lui deglutì nervoso, come scudiero non aveva avuto tempo di prestare
attenzione alle donne, ma Eliana era bellissima. «Quando credi mi venderà tuo padre?»
«Ho saputo della tua abilità, mio padre non agirà fino a che il franco non si sarà ripreso.»
«Martin potrebbe non sapere leggere e scrivere. È un uomo d’armi e non il primogenito
dei Bordeaux» Luca fece un profondo respiro. «Non voglio essere schiavizzato, desidero
rimanere qui come pirata.»
Eliana lo fissò stranita, forse non si aspettava la mia confessione. «Metterò una buona
parola con il capitano, sia mai che occorra un mozzo sul Maltemiv.»
Il suo cuore sobbalzò. Se Silus dovesse accettare, la vedrei molto spesso, sognò.
Il giorno successivo Martin aprì gli occhi; era debole e confuso, ma lui cercò di spiegargli la situazione.
«Immagino che il vostro ricco e nobile genitore pagherà il riscatto ai pirati barbareschi»
commentò Luca.
«Sì. Albert ed io siamo gli unici figli maschi.»
«Spero non vi dispiaccia, ho scritto ieri la missiva per il vostro riscatto» gli comunicò lui.
Martin sbatté le palpebre, interdetto dalla sua affermazione. «Non sapevo che conoscessi
l’arte della scrittura. Chi ti ha insegnato?»
«Il castellano, mio padre.»
«Saggio genitore, il mio invece non è stato così lungimirante. Solo Albert è stato educato, io, invece, fui inviato presso un’altra casata all’età di dieci anni.»
Le sue speranze crebbero. Forse il capitano mi terrà con sé, se mi dimostrerò utile alla sua causa.
Trascorsero diverse settimane durante le quali il cavaliere guarì. Una mattina Silus entrò
nella piccola casa e allungò al guerriero crociato la missiva di risposta del nobile padre franco.
«Non so leggere, datela a Luca.»
Silus la gettò ai suoi piedi, lui ruppe il sigillo e la lesse con attenzione.
«Il nobile Alfonse de Bordeaux pagherà il riscatto del figlio a una condizione, che una sua
nave, già salpata e diretta a Malta, incontri la vostra nave con il prigioniero.»
Il vecchio pirata sogghignò, uscì e Luca lo sentì parlare con la sua ciurma. Nel meriggio
rientrò e alcuni lupi di mare trascinarono all’esterno il cavaliere.
«Domani all’alba si parte per Malta, mia figlia mi ha riferito che desideri far parte della
ciurma. Sei un ragazzo intelligente e non avevo intenzione di venderti. Sarai mozzo fino a quando non compirai diciotto anni. I bottini si dividono tra i membri della nave.»
«Affare fatto!» sorrise lui.
Silus gli liberò i piedi e lo condusse all’esterno, al sole. Era stato rinchiuso nella minuscola
casa molte settimane, strizzò gli occhi accecato dal bagliore dei raggi. Martin non era in vista e lui immaginò fosse già stato trascinato a bordo del Maltemi.
«Ciurma! Da oggi in poi si unirà a noi Luca, il nuovo mozzo!» urlò Silus.
Gli uomini borbottarono insoddisfatti, solo una giovane e bella ragazza con la pelle ambra
sorrise e Luca ricambiò felice.

Giovanna Barbieri

i Valpolicella
ii Armigeri assoldati da un signore locale e fuoriusciti dall’esercito
iii Cavallo da donna
iv Si trattava di una sorta d’indumento intimo, chiuso da cinghie, che era collegato alle calze di tessuto pesante.
v È un vento fresco e secco che soffia nell’area del Mar Egeo, sopratutto in estate