La colpa
Ghirghis Ramal
DeA Planeta
30 aprile 2018
narrativa

Certi intimi conflitti non possono essere soffocati per sempre e sono destinati a esplodere nella maniera più rumorosa.

Mustafa Jamal farebbe qualsiasi cosa per rendere la sua famiglia orgogliosa di lui e per distinguersi dai due fratelli. Ogni mese invia soldi alla madre perché pensi che l’Italia sia davvero il paradiso lucente che meritava il sacrificio di abbandonarla in Egitto. Accetta persino di sposare la ragazza che la famiglia ha scelto per lui, la giovane e bella Aida, e di regalarle in patria una casa e un matrimonio da favola. Ma Mustafa Jamal, giocatore incallito, vive di bugie e schiacciato dalle contraddizioni di due mondi troppo distanti; come Luciano, il suo compagno, pianista di successo che per amore è disposto ad accettarle e portarne il peso; come Michela, l’amica appena divorziata, che si trova a dover contrastare il figlio Stefano pronto, per ribellione e per amore, ad abbracciare una fede di cui ignora troppi aspetti; o come Billy, il cugino italiano di Mustafa Jamal, aspirante imàm. È un romanzo diverso da ogni altro, quello scritto da chi si nasconde dietro lo pseudonimo di Ghirghis Ramal, perché ha il coraggio di raccontare dall’interno, senza ipocrisie, la vita di un giovane immigrato seguendo le tracce dei suoi demoni fino al fondo di un inferno privato che finisce per trasformarsi in tragedia collettiva. Proprio come insegna Dostoevskij, a cui l’autore si ispira dichiaratamente, restituendo così una volta di più alla letteratura il merito di indagare il nostro tempo, i suoi laceranti squilibri, le sue illusorie seduzioni.

Avete mai osservato un tramonto infuocato del Vicino e Medio Oriente?

Si respira, non si guarda.

Il cielo si confonde con tocchi architettonici e tracce umane, minareti o campanili tremano nella caligine come mani protese verso l’altro, come preghiera, voce e rito, all’Assoluto. Vibra il desiderio di cercare il bene ed elevarsi spiritualmente.

Quell’aria rarefatta, quell’atmosfera fatta di suoni ipnotici e cadenze seducenti, di profumi che avvolgono così persistenti da rimanere attaccati addosso, fino ad entrare dentro l’anima.

Quel pulviscolo impalpabile quasi fosse magia nell’aria, è storia e polvere di secoli, di stratificazioni culturali, di identità e pluralismo. È complessità e ricchezza, sono sfumature mediterranee e levantine, tante, incredibili,  accese come un tramonto infuocato e delicate come un crepuscolo rosa. Sangue e incenso, intricati come la fitta rete delle maglie di un arazzo e di un tessuto o come capogiri di una danza dervisci, in cui la testa e lo spirito sono ebbri di misticismo, tanto da girare vorticosamente perdendosi nelle maioliche islamiche e ottomane.

O nel vociare di un suq o nel labirinto di un bazar di una vecchia città. O nei paradisi dei giardini segreti di un harem.

Ecco quello è il senso di smarrimento.

L’abbandono.

Ed è quello che deve guidarvi prima di leggere un libro che riproduca questa complessità, per sgombrare la mente da qualsiasi preconcetto e pregiudizio, per fare tabula rasa della tuttologia e della disinformazione -o mistificazione in alcuni casi.

Un editore multinazionale, un autore misterioso, uno scrittore celebre che si propone quale sponsor, una strategia editoriale vincente.

Ghirghis Ramal è uno pseudonimo, una voce, un’eco che racconta prepotente la storia di un immigrato egiziano che cerca se stesso, sospeso tra la terra natia e il sogno italiano, omosessuale schiacciato dalle antinomie di due realtà distanti ma non lontane, vicine e mescolate. Due presenze e due anime che si sovrappongono nella sua figura, senza tuttavia essere state rielaborate.

Soggetto scomodo e ambizioso, trattato,in modo audace con uno stile vivace e acuto, da parte dell’autore di questo dattiloscritto che sarebbe arrivato in maniera anonima nelle mani di un autore e poi in quelle dell’editor della DeA Planeta. Ramal non ha volto ma ha parole da dire.

Non è marketing letterario, è una storia. Raccontata bene.

Mustafà Jamal è un giovane omosessuale che vive a Milano da anni, arrivato come clandestino, dopo anni di sacrifici convive con un famoso pianista, Luciano, inquieto talento agli ultimi bagliori della sua carriera, in piena crisi di mezza età. Colto e disincantato, generoso e pragmatico.

Come i suoi fratelli Mustafà vive nel nostro paese ma non vive l’Italia.

Sono ospiti ma non cittadini, il processo di assimilazione culturale è solo superficiale. Mustafà è stordito dai miraggi dell’Occidente, dalle lusinghe del denaro, eppure tenta di costruirsi una vita onesta tra affetti sinceri

…dodicimila ghinee, milleduecento euro di collane, orecchini e anelli come pegno alla fidanzata per poterla conoscere e frequentare, e che sarebbero rimasti a lei se non l’avesse sposata entro l’estate. Mancavano solo duecento euro. Gli toccava almeno rinunciare alle scarpe. Non avrebbe potuto sopportare di deludere la madre: sussultava, rabbrividiva se, pur a migliaia di chilometri, ne percepiva un turbamento, un’esitazione nella voce, sentendosi già colpevole d’averla lasciata sola …Eppure se lo era sudato quel denaro…Era suo, perché non poteva spenderlo a piacimento invece che per madre, fidanzata, fratelli, sorelle e nipoti?

Accetta un matrimonio combinato nella sua patria, con una giovanissima sposa vittima e protagonista delle faide famigliari, trascinandosi inesorabilmente verso un dramma personale, cercando di barcamenarsi tra debiti, bugie, sensi di colpa e rimorsi, schiacciato dalla responsabilità e dal senso di estraneità. Sospeso tra l’Italia in cui vive e l’Egitto che lo reclama. Interpretando il ruolo dell’italiano, dell’amante, del marito, del progressista, del tradizionalista, del figlio…

La coesione della trama è garantita dalla circostanza per cui l’esistenza di Jamal e del suo compagno è intrecciata nel quotidiano a quella dei suoi fratelli e ad altre figure che frequentano la coppia e vivono nel loro condominio, tanto da farlo diventare un microcosmo che riflette il doloroso processo di integrazione e le conseguenze della crisi e del disagio sociale. Dalla mancata osmosi culturale alla segregazione sociale, al malcontento giovanile di una generazione defraudata della speranza di un lavoro o alla noia esistenziale dei rivoluzionari “imborghesiti” che hanno conosciuto la rivoluzione del ’68 e ora, disincantati, mostrano quanto nessuno possa diventare più reazionario di un ex rivoluzionario, secondo una amara legge della Storia.

Come la vicina avvocatessa e suo figlio, stordito dal fascino eversivo dell’integralismo, quasi fosse una opportunità di distruggere le storture e le ingiustizie del capitalismo occidentale e degli strascichi nella globalizzazione.

I fratelli di Mustafà che si affannano per sopravvivere in modo più o meno onesto e dignitoso, fino alla longa manus dei Fratelli Musulmani che, facendo leva sulla protesta e sulla miseria, esercitano violenza ideologica e plagio, portando avanti uno spietato proselitismo sotterraneo e pericoloso, insinuandosi nelle maglie del disagio sociale, tra il malcontento e l’opera -non sempre costruttiva- di alcuni circoli culturali.

«Hai delle posizioni insostenibili. Dove vai così?». «Il mondo fa schifo, possibile che non te ne accorgi?». «Mi faccio io il sangue marcio in tribunale tutti i giorni a combattere giudici razzisti o psicopatici, avvocati delinquenti e poliziotti che lasciamo perdere. Non perché c’è il demonio che muove i fili però. Perché sono gli esseri umani che fanno ribrezzo

…quello che è più devastante per la generazione di Stefano è che il sogno rivoluzionario si è trasformato in un incubo… La rivoluzione non è più un’opzione. Almeno per come la conosciamo. Società globale implica una rivoluzione globale. Ti immagini quanti cadaveri?

Non ti voglio convertire. Mio padre dice che Dio ti tocca quando meno te lo aspetti. Che è lui che decide chi raggiungere e allora non puoi rifiutare la sua chiamata.

Di contro la figura limpida e moderna di una giovane mediatrice culturale, convinta che si debba  storicizzare il Credo e rispettare il Corano quale espressione di fede. Ripugnando il terrorismo come offesa alla vita. Mediatrice culturale vera, unica fiammella nel caos della convivenza difficile tra credenti e agnostici, miscredenti e integralisti, laici, disperati.

Se non si esalta l’amore come il massimo dono di Dio all’essere umano non si comprende nulla di Lui. Nel tuo discorso la parola amore non è mai nemmeno stata nominata, perché? Me lo chiedo e lo chiedo a te. E un’altra domanda, già che ci siamo. Come mai hai citato solo due esponenti di spicco dei Fratelli Musulmani e nessun altro? Solo la fratellanza fa politica nell’Islam…

E per dirla tutta, jihad in italiano si traduce con sforzo, non con battaglia

Sono le domande della vita che muovono i personaggi: il senso della vita, l’amore, Dio, la Morte. Il mistero.

Sono i Demoni che agitano l’animo umano.

Un passaggio rivela in modo disarmante l’ispirazione del testo a Fëdor Michajlovič Dostoevskij, che non è solo omaggio o rimando letterario ma un punto di riferimento continuo.

I fratelli Karamazov. Molto psicologico. Sai cos’ho scoperto, Stefano, cioè me lo ha detto il prof. della tesi? Che Kara in russo significa punizione». «In arabo invece come si dice?» chiese Michela. «Penso Èiqhab…».

La colpa sembrerebbe l’omosessualità per Mustafa Jamal, forse il desiderio di essere felice. Anche se tutti portano il peso di una colpa.

“Le piccole cose hanno la loro importanza: è sempre per le piccole cose che ci si perde”. Sembra di rievocare questo passaggio, di ritrovare qualcosa del romanzo polifonico di Dostoevskij, opera dove non esistono personaggi minori, ma dove ogni figura è una voce, che esprima la sua visione del mondo. Anche in questo caso la scelta narrativa porta infatti l’autore non solo a scomparire tra le righe ma a fare in modo che ogni personaggio rappresenti in qualche modo un’idea, un’ossessione, un punto di vista sulle cose: indipendente e autonomo, in dialogo con gli altri e con il lettore. Dotato di dignità umana e letteraria.

Delitto, castigo, sembra ricordarci che già nella colpa c’è la sentenza. Resta solo capire come espiare.

Le parole amare di Luciano a Mustafà sono una risposta.

È impossibile vivere due vite, anche in mondi distanti, se non sono parallele, se si incontrano. È colpa mia, ho sopravvalutato le mie forze

È l’accettazione della sofferenza come uno dei punti cardine.

Audace, intrigante, da leggere e rileggere, attuale e senza retorica.

 

Saffron