Sinossi:
Jules sa di essere un custode di ricordi, come dice Alva, ma questa non è solo la sua storia.
È la storia di tre fratelli, Jules, Liz e Marty, che da piccoli perdono i loro genitori in un incidente e sono costretti a vivere separati e senza famiglia, estranei l’uno all’altro. Marty si butterà a capofitto negli studi, Jules sfuggirà alla vita diventando un introverso mentre Liz si brucerà alla sua fiamma, vivendo senza limiti. La loro infanzia difficile sarà come un nemico invisibile, da cui impareranno a difendersi.
Più di ogni altra, questa è la storia di Jules e Alva. Due solitudini che si incrociano, si cercano e si mancano, inquiete, per anni. Jules e Alva sono incapaci di riconoscere quel che provano l’uno per l’altra, legati come sono dal bisogno di amicizia, con il loro perdersi, ritrovarsi e salvarsi.
Ma questa è soprattutto la storia di chi, come Jules, serba i propri ricordi insieme a tutte le alternative che non ha scelto, pur sfiorandole e sperimentandole attraverso la letteratura e la musica.

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Dame dell’Harem,
questa volta ho letto per voi un romanzo di una bellezza impagabile.
Niente Fantasy per me ma un racconto che voglio definire “naturale”, vero come lo sono le vite di tutte noi.
Si parla di Jules e dei suoi due fratelli, Mary e Liz, e di come in giovane età perdono i genitori. Costretti a vivere in un collegio statale le loro vite si modificano drasticamente, vengono segnate per sempre e quello che accade tra le mura di quella scuola sembra aver poi segnato il futuro di ciascuno di loro.
Il libro è scritto in prima persona ed è proprio Jules il relatore, che, con semplicità, sembra stilare il diario della sua esistenza.
I tre fratelli sono molto uniti da piccoli anche se, le loro singole personalità emergono e spiccano già tra le mura famigliari. Purtroppo o per “caso” queste differenze li porteranno a scelte differenti gli uni dagli altri mano a mano che la vita passa.

Un mondo in cui non so aprirmi agli altri, in cui forse do l’impressione di essere freddo e in cui ho perso una parte, o forse tutto, di me. Un mondo in cui alla fine non c’è la che la morte e in cui, a volte, ho la sensazione di scomparire

Il più piccolo di loro, Jules appunto, sembra un osservatore esterno a tutto ciò che accade, non giudica pesantemente gli errori e le priorità di Liz e Marty ma soffre la loro mancanza, si addolora nel tentativo di tenere uniti gli unici pezzi della sua famiglia che gli sono rimasti.
Durante tutto il libro pare una pedina nelle mani degli avvenimenti, le sue personali decisioni vengono descritte come una sorta di scelta obbligata da quello che la vita gli da e toglie. Come un gioco dove prima o poi tutto torna e dove se hai sofferto tanto prima o poi la bilancia deve equilibrarsi e renderti quello che di cui ti ha privato.

…in quegli anni era un continuo mancarsi a vicenda: avevamo riconosciuto troppo tardi quello che provavamo un per l’altra, legati com’eravamo al bisogno di amicizia. Adesso ero in grado di correggere i nostri errori, era diabolicamente facile, ovunque fossimo, nella sua Fiat, nella mia camera in collegio, parole, pochi gesti, e tutto prendeva un’altra piega… tuttavia dovetti riaprire gli occhi e affrontare quello che mi aspettava. L’elemento invariabile.

Cambia città e lavoro, cerca di mantenere i contatti con i suoi fratelli, tenta di far pace con i sensi di colpa del passato prima che perdonare se stesso. Tenta di cambiare ciò che è non riconoscendosi più negli occhi degli altri. Una sola equazione torna ripetutamente nella sua vita. Alva. Il suo primo amore, la sua migliore amica, la sua compagna nel collegio. Si girano attorno e si ignorano, si evitano e si cercano, perennemente innamorati l’uno dell’altro ma mai nello stesso momento. Si ritrovano spesso e per ogni volta il destino gli riserva possibilità e varianti infinite che non sanno o che non vogliono cogliere.


“…non dimenticherò mai come, in quel frangente, entrambi riuscimmo a gettare uno sguardo dentro l’anima dell’altro”. Per un breve istante vidi il dolore nascosto dietro le sue parole e i suoi gesti, e lei a sua volta intuì quello che custodivo nel profondo di me. Ma non ci spingemmo mai oltre, ognuno di noi si fermò sulla soglia altrui, evitando domande.

Solo alla fine il protagonista comprende che non esiste disgrazia o avvenimento alcuno che ci imponga una scelta, è sempre e comunque quello che abbiamo deciso di fare. E anche se non esistessero altre opzioni rimane comunque la nostra vita, e va vissuta. E’ un dono prezioso. Tutti noi lasciamo che la nostra mente ci prospetti milioni di alternative del nostro passato, ci riempiamo di “SE” forendoci alibi per le guerre che non abbiamo combattuto, ci creiamo scuse per le rinunce che abbiamo fatto. Per quanto giusta o sbagliata l’abbiamo usata è quella che abbiamo deciso di vivere e siamo noi stessi i primi a doverla rispettare e accettare. Non esiste alcuna bilancia che pareggi il bene e il male dato e ricevuto, siamo noi che soppesiamo la nostra esistenza, noi che poniamo le nostre scelte sul piatto e noi ancora che godiamo del futuro o rimpiangiamo il passato. L’esistenza è una e mille allo stesso tempo, miliardi di variabili si pongono innanzi a noi ogni giorno ma quello che conta non è quelle che scartiamo e le loro infinite diramazioni ma bensi l’unica che prendiamo in considerazione. È nostra e nostra soltanto. Amate, odiate, ridete, piangete… disperatevi e poi asciugatevi le lacrime e innamoratevi ancora; dei vostri figli, di un libro del vostro cane o di una canzone, viaggiate o rimanete fedeli al vostro luogo di nascita, ma vivete e assaporate ogni singola cosa come un dono prezioso perché non c’è niente di programmato né di deciso, tranne quello che fate ora e adesso.

…solo più tardi ho capito che in realtà sono solo io l’architetto della mia esistenza. Lo sono sia che permetta al passato di influenzarmi, sia che, al contrario, opponga resistenza. E mi basta pensare ai momenti con Alva e con i miei figli per capire: quest’altra vita, in cui ormai ho lasciato tracce tangibili, non può più essere quella sbagliata. Perché è la mia.

Gloria Cayenna

L’AUTORE

Benedict Wells, nato a Monaco nel 1984, si è trasferito a Berlino dopo il diploma. Ha deciso poi di concentrarsi sulla scrittura, guadagnandosi da vivere con lavori saltuari. Il successo è arrivato già con il primo romanzo e lo ha accompagnato anche nei titoli successivi, facendo di lui un autore affermato e molto amato, non solo in Germania. Instancabile viaggiatore, è stato definito ‘pieno di talento con un tocco di follia’. Con La fine della solitudine ha vinto nel 2016 il prestigioso Premio Europeo per la Letteratura e per oltre un anno si è imposto al vertice delle classifiche tedesche. I diritti del libro sono stati già venduti in 24 Paesi.